Ripenso costantemente agli scritti di Oriana Fallaci. Rileggendoli. Con una ricerca minuziosa tra le problematiche poste e il suo modello linguistico immediato, diretto, definitivo, colgo un modello che è sostanzialmente di meditazione filosofica, molto profondo.
Da una parte c'è la testimonianza immediata in tutti i settori in cui ha operato e nelle varie problematiche che ha affrontato. Dall'altra non è possibile disconoscere che all'interno del suo percorso di pensiero vi siano connotati filosofici.
In fondo, senza una formazione e una funzione filosofica della sua scrittura e del suo pensiero, diventa necessario dare una dimensione ermeneutica al suo pensare stesso. Il suo pensare e la sua scrittura non nascono restando a tavolino o programmando una tipologia di modello scritturale. Il suo pensiero si edifica attraverso l'aver vissuto delle situazioni, l'aver vissuto una condizione di vita all'interno della contemporaneità.
È da anni che sostengo, almeno dal 1979 quando feci a Roma la mia conversazione su di lei, che senza Oriana la storia del Novecento avrebbe avuto altre interpretazioni piuttosto conformiste. Lo sottolineo ancora: Oriana Fallaci ha rappresentato il Novecento, gran parte del Novecento. Lo ha fatto con due elementi fondamentali: l'agire e il pensare, l'essere presente e l'essere dentro la riflessione, dentro la meditazione.
Ecco perché non ha mai avuto paura di testimoniare. Certo, ha documentato, ma quel documentare aveva una base non certamente ideologica ma filosofica. Rileggendo più volte le sue opere, sono stato riportato al pensiero di alcune studiose filosofe a me care. Una di queste è Hannah Arendt, la quale ha posto all'attenzione il senso tragico della storia.
Infatti, Oriana pone all'attenzione il senso tragico della storia. Raccontare le guerre e raccontare quel tragico che è nella storia. Perché se la guerra non viene vissuta, descritta e raccontata come il tragico di un destino, diventa rappresentazione del reale. Ma non c'è rappresentazione del reale più immediata del vivere dentro i fatti e quindi dentro quella cronaca che si trasforma in storia.
Oriana Fallaci, proprio ne La rabbia e l'orgoglio, sosteneva: “Vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un dovere, un dovere civile, un grande dovere morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre” (1). Proprio su ciò ho annotato diversi appunti e sottolineato nei suoi ultimi libri l'importanza di legare il dovere civile con la testimonianza culturale. Tutti gli appunti custoditi in un faldone nel cassetto del mio studio di San Lorenzo con la scritta La mia Oriana.
Dunque. Si tratta di un concetto forte che chiama in causa la responsabilità, perché Oriana leggeva nella storia l'assunzione di una responsabilità che nasceva dalla consapevolezza. Se sollevo una comparazione di questo concetto, che è sommamente filosofico, con un concetto di Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male, rintraccio quegli elementi che ha espresso anche Oriana. Scrive Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire. Il male non è mai radicale, è solo estremo, e cresce perché si diffonde come un fungo sulla superficie della terra, laddove manca il pensiero” (2).
Appunto il concetto di libertà diventa fondante, ed è fondamentale questo segnale, come resta fondamentale un'altra visione dell'idea di libertà che è l'idea dell'identità e dell'essere se stessi. Non ci furono soltanto Socrate e Seneca nelle sue letture, fautori del rapporto tra identità e libertà.
Infatti il punto cruciale di Oriana Fallaci sta proprio in questi due concetti, identità e libertà, che vengono applicati anche all'interno di quel processo di confronto con le realtà geografiche e geopolitiche che ha attraversato. Si pensi al Vietnam, al Medio Oriente, al Messico oltre all'Ungheria e alla Grecia, in cui la sua presenza è stata non solo quella di raccontare, ma di testimoniare.
E il confronto su questo concetto tra libertà e identità mi porta a pensare a un'altra filosofa e scrittrice, ovvero a Simone de Beauvoir.
Oriana, da Lettera a un bambino mai nato, scrive: “Essere donna è così affascinante. È un'avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Nel viaggio della vita le donne portano un carico di dolori e di responsabilità molto più grande” (3).
E da controcanto fa Simone de Beauvoir quando ne Il secondo sesso osserva: “Donna non si nasce, si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce la figura che assume in seno alla società la femmina umana” (4).
Ma Oriana ha portato questa visione della donna libera, autonoma, aristocratica nel linguaggio e aristocratica in tutto, all'interno delle sue confessioni nel racconto delle guerre. Perché il suo viaggio è un viaggio di confessioni.
C'è un altro aspetto di grande importanza, di rilevanza direi prioritaria. Lei non ha mai accettato il concetto di collettivismo, di gruppo in sé. È stata fortemente una singola. Ovvero, ha posto all'attenzione il concetto di singolo con precisa attenzione all'individualismo. Infatti, nei suoi reportage l'individualismo è la testimonianza diretta del suo pensiero che diventa ragione e coraggio, ma diventa anche attraversare quella visione del sentimento per non lasciarsi catturare dal sentimentalismo nella ricerca della verità.
È la difesa, non la difesa dei popoli in sé, ma dell'individuo che diventa civiltà. Perché quando parla di gregge, Oriana Fallaci si riferisce alle masse. Lei non è massa, non è gregge, ma è il singolo che riesce ad osservare, ad ascoltare le civiltà in decadenza. La guerra è una civiltà in decadenza, o meglio, i popoli che portano alla guerra sono civiltà in decadenza.
E quando lei scrive: “Ho sempre amato la libertà, e per me la libertà è prima di tutto l'individuo. Non credo nelle masse, nelle folle, nei corpi collettivi. Credo nella persona, nel singolo che pensa con la propria testa” (5) questa è una dichiarazione di filosofia. Se non c'è filosofia in questo concetto, dovremmo rintracciarla soprattutto nel nostro tempo della modernità tragica, della modernità sfilacciata, che ha perso la tradizione, che ha smarrito l'identità e ha smarrito anche quelle eredità fondanti di una civiltà.
Ma questo è un richiamo che ci riporta a Kierkegaard, al mio Kierkegaard degli anni universitari ma soprattutto di oggi. È necessario risottolineare questo aspetto, perché difende il singolo, non difende la massa, non difende il gregge, non difende il collettivo. E questo è uno strumento che l'ha posta contro le ideologie. Ecco perché le ideologie e la politica hanno cercato sempre di isolarla.
E in questo c'è una comparazione, un confronto, con una pensatrice che si chiama Ayn Rand, la quale dice: “La cellula più piccola della Terra è l'individuo. Coloro che rifiutano i diritti individuali non possono pretendere di difendere alcuna minoranza. L'uomo deve esistere per sé stesso e il perseguimento della propria felicità è il suo più alto scopo morale” (6).
È un concetto di Rand, dalla fonte meravigliosa di un libro importante che ha la sua struttura nella dimensione della persona umana, nella visione del tempo umano che diventa caratterizzazione della religiosità del linguaggio. E c'è una verità vissuta, una verità vissuta sulla propria pelle. E quando c'è questa verità che lascia ferite, lascia letture storiche che nascono nel tempo, c'è un confronto tra il metatempo, la storia e la metafisica vera.
È normale che quando Oriana Fallaci sostiene: “Io le cose non le guardo dal buco della serratura, io le cose le vivo, ci sto dentro, mi ci sporco le mani” (7) questo diventa un richiamo emblematico a Simone Weil, a quella Simone Weil che diceva: “La cultura è uno strumento maneggiato da professori per fabbricare professori, che a loro volta fabbricheranno professori. La verità, invece, la si sperimenta solo nella carne e nella realtà del mondo” (8).
È questo, in fondo, che ha fatto Oriana Fallaci. L'impronta di tutto il pensare di queste filosofe e di queste scrittrici vive nel contesto umano esistenziale storico che diventa filosofia.
Io credo che la Fallaci rientri in questo modello di pensare, in questo modello di filosofia che si fa confessione, la vera e propria visione della confessione. E aggiungerei a queste altre pensatrici, comparabili con Oriana Fallaci, un'altra grande filosofa che si chiama Rachel Bespaloff. Infatti la Bespaloff traccia la sua filosofia sottolineando l'importanza dell'umanesimo contro le barbarie del mondo moderno. L'umanesimo potrà salvarci soltanto se noi avremo la capacità di dare un senso alle identità. Ciò veniva esplicitato dalla Bespaloff dopo la sua lettura attenta dell'Omero della Iliade.
In fondo è qui il punto nevralgico di queste trasparenze che hanno il senso della storia, ma non della storia soltanto, ma del tempo della storia. La Bespaloff è proprio in questa caratterizzazione. Bisogna creare il rapporto con le eredità, con quelle eredità che danno il senso all'identità e che danno un vero e proprio riferimento alle appartenenze. È tutto un processo in cui la filosofia diventa centrale. Oriana Fallaci vive in un contesto in cui le idee come valenza ideologica falliscono e sono fallite senza il rispetto dell'apertura. In lei l'umanesimo delle civiltà è prioritario. Un legame che la conduce a leggere la storia attraverso l'antropologia e la filosofia. La sua unicità consiste proprio in questo. Forse anche per questo è parte integrante della mia formazione. Lei influì su di me moltissimo e ciò lo notai quando sostenni l'ultimo esame di letteratura italiana contemporanea nel giugno del 1978.
NOTE
(1) Oriana Fallaci, La rabbia e l'orgoglio, Rizzoli, Milano 2001, p. 12.
(2) Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano 1964, p. 308. Ed. orig. Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil, Viking Press, New York 1963.
(3) Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975, p. 25.
(4) Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Il Saggiatore, Milano 1961, vol. II, p. 11. Ed. orig. Le deuxième sexe, Gallimard, Paris 1949.
(5) Oriana Fallaci, Intervista con la Storia, Rizzoli, Milano 1974, p. 412; ripresa in L'Apocalisse, Rizzoli, Milano 2004, p. 87.
(6) Ayn Rand, La rivolta di Atlante, trad. it. di Laura Grimaldi, Corbaccio, Milano 2007, vol. III, cap. VII, p. 987. Ed. orig. Atlas Shrugged, Random House, New York 1957.
(7) Oriana Fallaci, Insciallah, Rizzoli, Milano 1990, Nota dell'Autrice, p. IX.
(8) Simone Weil, La condizione operaia, trad. it. di Franco Fortini, Edizioni di Comunità, Milano 1952, p. 203. Ed. orig. La condition ouvrière, Gallimard, Paris 1951.


