Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) 'NOÈ' è il quarto album di Francesco Cavestri che, con
questo nuovo lavoro discografico, costruisce un vero e proprio viaggio musicale
attraverso linguaggi, sonorità e suggestioni differenti. Il jazz diventa
un'arca capace di accogliere elettronica contemporanea, campionamenti hip-hop, elementi
sinfonici e momenti pianistici che oscillano tra virtuosismo e, come ci
racconta, minimalismo. Un progetto ambizioso, nel quale generi apparentemente
distanti trovano una naturale convivenza, dando vita a un'identità sonora
personale e riconoscibile. Premiato da Qobuz come Best New Album of the Week, NOÈ trova una dimensione ulteriore anche dal vivo: le
composizioni si aprono all'interplay del trio, all'improvvisazione e a nuove
traiettorie ritmiche, mentre visual audio-reattivi generati in tempo reale
trasformano il concerto in un'esperienza multisensoriale.
Pianista, compositore e produttore bolognese, classe
2003, Cavestri rappresenta una delle voci più interessanti della nuova scena
jazz italiana. Diplomato con il massimo dei voti al Conservatorio di Bologna,
ha approfondito la propria formazione negli Stati Uniti, ottenendo borse di
studio al Berklee College of Music di Boston e alla New School for Jazz and
Contemporary Music di New York. Un percorso che testimonia una preparazione
solida, accompagnata da una curiosità artistica che lo ha portato a
confrontarsi con musicisti e mondi espressivi differenti. Steinway Artist,
inserito da Forbes Italia tra i 100 Under 30 e premiato per tre anni
consecutivi dalla rivista Musica Jazz come Miglior nuovo talento
dell'anno, ha già condiviso il palco con artisti come Paolo Fresu, Fabrizio
Bosso, Willie Peyote e Malika Ayane.
Dopo un 2026 ricco di appuntamenti internazionali, da New York a Chicago, da Toronto a Dubai, Cavestri torna nella sua città l'8 novembre per il Bologna Jazz Festival, al Bravo Caffè, prima di raggiungere il prestigioso EFG London Jazz Festival il 19 novembre e successivamente Edimburgo. Un itinerario che conferma la crescente dimensione internazionale del suo percorso e una visione musicale che guarda al futuro senza rinnegare le proprie radici, facendo della contaminazione e della libertà espressiva i suoi principali punti di forza.
L'arca di Noè ci ha salvato
dal diluvio universale. Qual è il ruolo della tua arca?
«Sono anch'io che vengo salvato dalla mia stessa arca,
anzi, dall'arca di Noè. Noè può rappresentare tante cose in questo album: può
essere il mio alter ego, ma anche, nel suo significato più profondo, la musica,
il jazz. Noè, all'interno della sua arca, accoglie tantissime specie, tanti
mondi apparentemente diversi fra loro, che riesce a riunire sullo stesso
vascello e a portare verso la salvezza. Così come il jazz è quel genere
musicale che accoglie al suo interno musiche diverse e, a sua volta, si è
prestato ad altri generi musicali.
Noè è la metafora del jazz e del modo in cui vivo
questa musica, di come ha comunicato e ha parlato con me da quando l'ho
scoperta. Mi sono innamorato del jazz per la libertà che concede, naturalmente
accompagnata da un grande studio. È successo quando ho ascoltato per la prima
volta 'So What'
di Miles Davis, in cui musicisti straordinari improvvisano per nove minuti su
due accordi. Un concetto di libertà straordinario, quello di un genere che
affonda le sue radici nel Novecento, ma che in tutte le sue epoche ha sempre
dialogato con il presente.
In questo album parto dal pianoforte, che resta lo strumento cardine, e inserisco sonorità elettroniche, hip-hop, campionamenti vocali tipici del mondo hip-hop, fino ad arrivare anche alla dimensione orchestrale: l'ultimo brano dell'album, infatti, è realizzato con un'orchestra sinfonica.»
A te com'è nata l'idea di
mescolare questi generi?
«È un'idea che mi è stata suggerita dall'ascolto di
qualsiasi artista, di qualsiasi musicista. Come può accadere nella pittura o
nella poesia, ciascuno di noi è la somma di ciò che ascolta, di ciò che guarda,
di ciò che assorbe. Più ascoltavo i grandi del jazz, come Miles Davis, Herbie
Hancock, Robert Glasper e Chick Corea, più mi accorgevo che tutti loro non avevano
lo stesso modo di fare musica, non avevano le stesse sonorità e non
condividevano necessariamente le stesse caratteristiche, quanto piuttosto un
determinato approccio alla musica.
“Il jazz non è una cosa, ma è un come”, diceva Bill
Evans. Il jazz è un calderone talmente ampio di sonorità, stili e suoni
adottati che si va dal trio, con pianoforte, basso e batteria, alle big band
con otto o nove strumenti, fino ad arrivare alle orchestre, alle formazioni
elettroniche, al duo con voce e contrabbasso o al solo pianoforte. Qualsiasi
formazione musicale, qualsiasi strumento può essere impiegato per fare jazz.
Quello che definisce il jazz è l'approccio: all'improvvisazione, alla sperimentazione di mondi e generi diversi, all'apertura verso linguaggi differenti che si incontrano. Ascoltare i grandi e cercare di comprendere quale fosse il filo rosso che legava tutti i musicisti venuti prima di me è ciò che mi ha suggerito di continuare la tradizione che loro hanno iniziato. Significa studiare il passato, le basi, le radici a cui il jazz si lega e i suoi grandi interpreti; trascrivere gli assoli dei musicisti che ti ho citato prima e, allo stesso tempo, contaminare sempre la propria musica con i suoni del presente, mantenendo uno sguardo attento su ciò che caratterizza la contemporaneità.»
Quanto cambia NOÈ nella
dimensione live rispetto al disco?
«Non so se cambia, sicuramente si evolve. NOÈ è un album di dieci
brani che si sviluppa tra alcuni pezzi in solo, altri in trio, altri ancora con
trio ed elettronica, fino ad arrivare a un brano orchestrale che dal vivo è
difficile rendere come nel disco. Pensa che è stato suonato da un'orchestra sinfonica
di sessanta elementi. Quello, senz'altro, è il brano che cambia di più: è stato
interessante cercare altre strade, che non andranno a replicare il risultato
originale, sarebbe impossibile, ma che possano trovare nuove soluzioni sonore
per renderlo.
La parte elettronica cerchiamo di riproporla in
maniera molto simile a quella del disco. La parte in trio è sicuramente la più
entusiasmante da riprendere dal vivo, perché è tanto simile quanto diversa. La
struttura del brano resta la stessa, ma la cosa bella del jazz nella sua
dimensione live è che ogni volta rappresenta una nuova scoperta.
È come avere davanti una grande tela. Pensa a noi che
stiamo facendo questa conversazione: io ti conosco, ci siamo sentiti in
passato, conosco la testata per cui lavori; tu conosci il mio percorso, sai chi
sono e quello che ho fatto. Questo è il nostro spartito comune, la struttura
della nostra canzone, i nostri accordi sui quali improvvisiamo. Le domande che
scegli di farmi, il tono di voce con cui decidi di porle e quello con cui
scelgo di risponderti, la velocità o la lentezza con cui esprimo alcuni
concetti: tutte queste differenze, tutte queste scelte sono improvvisate.
È esattamente quello che accade su un palco. Noi
musicisti abbiamo il nostro schema, la nostra tela, che possiede già delle
strutture, proprio come quelle che abbiamo io e te, legate alla nostra
conoscenza e alle conversazioni precedenti. Poi quella tela va riempita ogni
volta con scelte sonore, musicali, note, intonazioni e intensità diverse.
Il jazz è quella musica che più si avvicina al dialogo tra le persone e dal vivo trova la sua dimensione massima, quella più entusiasmante. Si pensa alla musica come a un linguaggio lontano da noi, invece è un linguaggio proprio come la parola e la scrittura. Il jazz utilizza un linguaggio legato alle interazioni umane.»
Insegno Arte e Immagine e
mi piace l'idea della musica che diventa forma. Che ruolo hanno i visual
audio-reattivi nel tuo concerto?
«Infatti mi piace dire che siamo un quartetto: io al
pianoforte, synth ed elettronica; Riccardo Marchese alla batteria; Alessandro
Simeoni al basso, contrabbasso e synth Moog; e Gianluca Lovreglio, che si
occupa dei visual e comporrà immagini eteree legate al mondo della natura, del
mare e dell'acqua in generale, in sintonia con il viaggio.
Sono immagini che servono a rafforzare il rapporto tra
il pubblico e la musica e a corroborare la tensione che si instaura tra loro.
Non saranno immagini destinate a distrarre il pubblico, ma che vivranno un
rapporto di consolidamento e di rinforzo con la musica e con quello che faremo
sul palco.
Saranno immagini che reagiranno in tempo reale alla musica. Questo è bello perché si sviluppa non soltanto nell'orecchio, ma anche nell'occhio: una contaminazione di emozioni tra ciò che si ascolta e ciò che si vede, che serve a elevare entrambe le esperienze. Quello che si ascolta viene amplificato dall'immagine e viceversa.»
Dove vira adesso la tua
arca? Quali nuove direzioni musicali vorresti esplorare in futuro?
«Dopo aver viaggiato in studio, dalla mia cameretta
allo studio di registrazione di Universal Music Italia, dove abbiamo registrato
NOÈ con un
meraviglioso Steinway & Sons, un pianoforte modello B-211, il migliore al
mondo, che ho avuto la fortuna di suonare, adesso viaggiamo anche fisicamente.
C'è un tour in partenza che, in realtà, non si è mai
fermato. Nel 2026 sono stato in concerto a Dubai, Stoccarda, Colonia, Amburgo,
New York, Toronto, Chicago, Malta, Bologna più volte, Venezia e tanti altri
luoghi. Adesso riparto e, dopo gli appuntamenti a Bologna, tra cui quello di
settembre in Piazza Maggiore, e quello più recente dell'8 ottobre a Bruxelles,
partiamo nuovamente da Bologna per andare a Londra il 19 novembre, a Edimburgo
il 20, poi il 10 dicembre a Praga e l'11 a Cracovia. Per il 2027 è in
preparazione una tournée in Kazakistan e Kirghizistan.
NOÈ in questo momento mi porta in giro per il mondo e
devo dire che è quello che ho sempre sognato di fare fin da bambino. È un sogno
che si realizza e che spero di poter portare avanti ancora per molto.
Dal punto di vista musicale, invece, sono nella fase che vivo sempre dopo aver pubblicato un album: quella della totale scoperta. Torno a scrivere, a fare musica senza pormi alcun limite di genere, sonorità o stile. Dopo aver scritto e buttato giù un po' di idee, comincio a riordinarle e a pensare a un progetto che abbia una sua unitarietà sonora.»
Qual è, se c'è, il tuo
momento preferito?
«Sono tutti momenti molto affascinanti, devo dire che
ognuno ha la sua particolarità, la sua dose di fascino, ma a volte anche di
sconforto. Ci sono momenti in cui sei più creativo, poi ci sono giorni in cui
non viene fuori niente. È bello imparare a gestire anche quei momenti.
Morricone diceva sempre che per lui l'ispirazione
rappresentava soltanto il cinque per cento del lavoro, mentre il resto era
sudore e costanza. Questo ti serve anche a ricordare che non puoi pensare che
ogni volta che ti siedi al pianoforte o ti metti a scrivere, nei primi due
minuti ti venga un'idea geniale.
L'ispirazione creativa sembra quasi una manna che viene dal cielo e che devi soltanto lasciar fluire. Ogni tanto è così, ma il più delle volte devi stare ore e ore a cercare quel suono, quella nota, quella successione armonica o melodica che poi ti permette di scrivere effettivamente qualcosa di compiuto.»
Qual è il momento in cui
arrivi all'equilibrio che poi ascoltiamo nei tuoi dischi?
«Forse mai. La cosa che mi porta in quella direzione
di equilibrio, nel mio caso, è andare per sottrazione. Questa è la fase che
segue quella di massima creatività, in cui non mi pongo limiti: si passa alla
strutturazione di un progetto, metto in ordine le idee e comincio a togliere.
Si va verso l'essenziale. È una fase molto bella: dopo
aver detto tante cose, ritagli e cerchi di definire quello che hai detto,
scritto e buttato giù. Cerchi quelle che sono le idee di valore, quelle che in
quel momento hanno un significato, quelle che vuoi davvero esprimere.
È anche il motivo per cui i miei album non hanno
tantissime tracce: NOÈ,
che è quello più corposo, ne ha dieci. Tendo sempre a scrivere tante cose e poi
a scegliere, quasi con un lavoro chirurgico, quelle che voglio inserire. Mi
piace che un album possa essere ascoltato dall'inizio alla fine, che abbia una
sua scorrevolezza e una certa densità di significato.»


