Protagonista è una coppia insieme da diciotto anni, chiamata a confrontarsi con una scelta che non ammette compromessi: avere o non avere un figlio. Lui desidera diventare padre, lei non sente il bisogno della maternità e teme che questa scelta possa compromettere la propria identità. Attraverso la terapia individuale e di coppia, le dinamiche domestiche e un confronto serrato, lo spettacolo esplora le contraddizioni dei rapporti di lunga durata, le aspettative reciproche e il confine sottile tra amore e rinuncia a se stessi. Con ironia e una buona dose di grottesco, Giulia Trippetta racconta due persone che continuano ad amarsi, ma non riescono più a immaginare lo stesso futuro. Fattitaliani ne parlato con l'autrice e interprete, in scena insieme a Rosario Giglio. L'intervista.
U.B.U. Ultime Bellicose Unioni racconta una coppia
arrivata a un punto di non ritorno. Al centro della vicenda c’è una domanda
apparentemente semplice, avere o non avere un figlio, che finisce per mettere
in discussione l’intera relazione. Perché hai scelto di partire da questo tema
e quali questioni più profonde volevi portare in superficie?
Mi interessava raccontare una storia d'amore nel momento in
cui l'amore, da solo, non sembra più sufficiente. Siamo abituati a pensare che
se due persone si amano davvero, alla fine riescano a trovare un punto
d'incontro, un compromesso, una soluzione. Ma ci sono desideri che non possono
essere negoziati, perché riguardano qualcosa di profondamente identitario.
Avere o non avere un figlio è una di quelle scelte. Non
esiste una via di mezzo, non si può fare un po' sì e un po' no. E soprattutto
non c'è una posizione più giusta dell'altra. C'è una persona che desidera
diventare genitore e un'altra che semplicemente non lo desidera. Entrambe hanno
il diritto di esserlo.
Ma in realtà il figlio è soltanto la punta dell'iceberg. Mi
interessava parlare del tempo che passa, delle cose che non ci diciamo, delle
aspettative che costruiamo sull'altro, spesso senza neanche rendercene conto.
Di come si possa condividere una vita per diciotto anni e scoprire, a un certo
punto, di aver immaginato due futuri completamente diversi.
E soprattutto mi interessava una domanda: quanto di noi
siamo disposti a sacrificare per non perdere qualcuno che amiamo? E quando il
sacrificio diventa una forma di tradimento verso noi stessi?
Lui desidera la continuità, lei teme di perdere se
stessa. Due posizioni che non riguardano soltanto la genitorialità, ma anche il
corpo, l’identità e il modo di immaginare il futuro. Come hai lavorato per dare
voce a entrambe le prospettive senza trasformarle in ragioni contrapposte tra
giusto e sbagliato?
La prima cosa che ho cercato di fare è stata non giudicare
nessuno dei due. Non volevo scrivere una donna emancipata che si scontra con un
uomo tradizionalista, né tantomeno il contrario. Mi interessava raccontare due
esseri umani, con le loro contraddizioni, le loro fragilità e anche le loro
meschinità.
Lui non è semplicemente un uomo che vuole un figlio perché
così si fa, perché è normale, perché lo fanno tutti. A un certo punto quel
desiderio diventa qualcosa di autentico, quasi fisico, un'immagine del futuro
nella quale si riconosce. Lei, allo stesso modo, non è una donna che rifiuta la
maternità per paura o per una questione ideologica. Semplicemente non sente
quel desiderio. E credo che questa sia una cosa che ancora oggi facciamo fatica
ad accettare, soprattutto quando si parla di donne.
C'è un'aspettativa sociale molto forte rispetto alla
maternità: come se prima o poi dovesse scattare qualcosa, come se fosse
soltanto questione di tempo. Come se una donna che non desidera figli fosse
necessariamente una donna che non ha ancora capito cosa vuole.
Mi interessava mettere in discussione proprio questo
automatismo. Ma anche riconoscere il diritto di lui a desiderare la paternità,
senza ridicolizzarlo o considerarlo meno evoluto.
Credo che il punto doloroso sia proprio questo: nessuno dei
due ha torto, ma nessuno dei due può avere ragione al posto dell'altro. E a
volte l'amore non riesce a risolvere questa contraddizione.
La terapia individuale e quella di coppia
costituiscono un elemento importante del racconto. Che cosa ti interessava
mettere in luce attraverso questo spazio di confronto? La possibilità di
capirsi davvero o, al contrario, il rischio di scoprire quanto si è diventati
distanti?
La terapia mi sembrava uno spazio narrativo molto
interessante, anche perché spesso nella vita quotidiana non riusciamo a dire
quello che pensiamo davvero. Ci raccontiamo, ci giustifichiamo, ci difendiamo,
cerchiamo di avere ragione. E soprattutto parliamo tantissimo, ma non sempre
comunichiamo.
Ho scelto di alternare i momenti di terapia alle scene
domestiche proprio per creare un continuo cortocircuito tra quello che i
personaggi raccontano di sé e quello che poi vediamo accadere concretamente tra
loro.
La cosa interessante è che anche davanti a un terapeuta, in
uno spazio che dovrebbe essere protetto e dedicato all'ascolto, i due
continuano a fare quello che fanno a casa: si interrompono, si accusano, si
fraintendono, cercano di prevalere sull'altro.
La terapia diventa così un tentativo di tradurre qualcosa
che non riescono più a dirsi. Ma non necessariamente porta a una soluzione.
Anzi, a volte serve proprio a rendere visibile una distanza che fino a quel
momento si era riusciti a tenere nascosta.
Credo che ci sia una grande differenza tra conoscere una
persona e riuscire davvero a vederla. Loro sono insieme da diciotto anni,
conoscono ogni abitudine, ogni difetto, ogni movimento dell'altro. Eppure,
quando arriva il momento di affrontare la questione più importante, si rendono
conto di non essersi guardati abbastanza.
Il titolo U.B.U. Ultime Bellicose Unioni evoca un
rapporto in cui il conflitto sembra diventare una forma di comunicazione.
Quanto c’è di ironico, grottesco o persino paradossale nel modo in cui i due
protagonisti affrontano la crisi?
Direi moltissimo! Mi diverte molto osservare come, nelle
relazioni di lunga durata, si possa arrivare a combattere battaglie furibonde
per questioni apparentemente insignificanti. La busta della spazzatura, il
sale, una tuta di pile, un orologio al polso sbagliato. Oggetti e abitudini che
diventano improvvisamente questioni di vita o di morte.
In realtà, naturalmente, non si sta litigando per la busta
della spazzatura. Si sta litigando per tutto quello che quella busta
rappresenta: il sentirsi soli, non ascoltati, non considerati, il peso di una
quotidianità che sembra ricadere sempre sulle stesse spalle.
Mi piaceva molto questo meccanismo per cui il conflitto più
grande resta impronunciabile e finisce per esplodere attraverso le cose più
piccole. I due non riescono a parlarsi del futuro, ma possono passare mezz'ora
a discutere di come si mette una busta in un secchio.
Il grottesco nasce proprio da questo scarto. Si ride, magari
anche molto, ma sotto quella risata c'è qualcosa di profondamente riconoscibile
e a volte persino doloroso.
Il titolo U.B.U. gioca proprio su questa idea: le unioni
diventano bellicose, l'amore si trasforma in un campo di battaglia e il
conflitto finisce per essere quasi l'ultima forma di intimità che i due
riescono ancora a condividere. Perché anche litigare, in fondo, significa
continuare a cercare una risposta nell'altro.
In scena sei affiancata da Rosario Giglio. Come avete costruito il rapporto tra i due personaggi e quale lavoro avete fatto per restituire quella tensione fatta di attrazione, incomprensioni, desideri e paure? E che cosa speri rimanga agli spettatori dopo lo spettacolo?
Con Rosario abbiamo lavorato molto sulla relazione, cercando
soprattutto di non perdere mai il fatto che queste due persone si sono amate,
si amano e hanno condiviso una parte enorme della loro vita.
Per me era fondamentale che non diventassero semplicemente
due persone che si detestano. Se non c'è stato amore, se non c'è ancora
qualcosa che li tiene legati, il conflitto perde la sua forza. La loro è una
storia fatta di attrazione, complicità, abitudini, tenerezza, ma anche di
insofferenza e di una progressiva incapacità di riconoscersi.
Abbiamo cercato di costruire una coppia molto concreta,
riconoscibile, fatta di piccoli gesti, di tempi, di sguardi, di silenzi. Una
coppia che magari non si dice più ti amo, ma sa esattamente come l'altro prende
il caffè, come dorme, come sbuffa. E forse proprio per questo fa ancora più
male quando scopre di non sapere più cosa desidera davvero l'altra persona.
Rosario Giglio è un collega che stimo e ammiro moltissimo ma
credo che la forza del lavoro risieda soprattutto nel fatto che condividiamo
una visione del teatro molto simile, fatta di gioco, libertà e grande ascolto, perché
credo che una relazione scenica come questa debba essere sempre viva, non può
essere soltanto eseguita. Bisogna potersi sorprendere, urtare, cercare e
perdere continuamente.
Non vorrei che gli spettatori uscissero dal teatro con una
morale o con una risposta, ma piuttosto con una domanda: io cosa sarei disposto
a fare?
E forse anche con la consapevolezza che amare qualcuno non
significa necessariamente volere le stesse cose, e che rispettare il desiderio
dell'altro, anche quando è incompatibile con il nostro, è una delle forme più
difficili e più autentiche dell'amore.
E poi, naturalmente, mi piacerebbe che ridessero. Perché
credo che riuscire a ridere delle nostre miserie, delle nostre piccole guerre
quotidiane e delle nostre enormi contraddizioni sia già un modo per provare a
guardarci con un po' più di tenerezza.



