Flautissimo 2026, “U.B.U. Ultime Bellicose Unioni”: Giulia Trippetta racconta l’amore, il conflitto e la scelta di non avere figli. L'intervista di Fattitaliani



di Giovanni Zambito -  Cosa accade quando due persone che si amano scoprono di desiderare futuri incompatibili? E fino a che punto si può rinunciare a una parte di sé per salvare una relazione? Sono le domande al centro di U.B.U. Ultime Bellicose Unioni, lo spettacolo scritto e diretto da Giulia Trippetta, che inaugura la sezione teatro della 28ª edizione di Flautissimo con una prima assoluta allo Spazio Diamante di Roma, giovedì 5 novembre.

Protagonista è una coppia insieme da diciotto anni, chiamata a confrontarsi con una scelta che non ammette compromessi: avere o non avere un figlio. Lui desidera diventare padre, lei non sente il bisogno della maternità e teme che questa scelta possa compromettere la propria identità. Attraverso la terapia individuale e di coppia, le dinamiche domestiche e un confronto serrato, lo spettacolo esplora le contraddizioni dei rapporti di lunga durata, le aspettative reciproche e il confine sottile tra amore e rinuncia a se stessi. Con ironia e una buona dose di grottesco, Giulia Trippetta racconta due persone che continuano ad amarsi, ma non riescono più a immaginare lo stesso futuro. Fattitaliani ne parlato con l'autrice e interprete, in scena insieme a Rosario Giglio. L'intervista.

U.B.U. Ultime Bellicose Unioni racconta una coppia arrivata a un punto di non ritorno. Al centro della vicenda c’è una domanda apparentemente semplice, avere o non avere un figlio, che finisce per mettere in discussione l’intera relazione. Perché hai scelto di partire da questo tema e quali questioni più profonde volevi portare in superficie?

Mi interessava raccontare una storia d'amore nel momento in cui l'amore, da solo, non sembra più sufficiente. Siamo abituati a pensare che se due persone si amano davvero, alla fine riescano a trovare un punto d'incontro, un compromesso, una soluzione. Ma ci sono desideri che non possono essere negoziati, perché riguardano qualcosa di profondamente identitario.

Avere o non avere un figlio è una di quelle scelte. Non esiste una via di mezzo, non si può fare un po' sì e un po' no. E soprattutto non c'è una posizione più giusta dell'altra. C'è una persona che desidera diventare genitore e un'altra che semplicemente non lo desidera. Entrambe hanno il diritto di esserlo.

Ma in realtà il figlio è soltanto la punta dell'iceberg. Mi interessava parlare del tempo che passa, delle cose che non ci diciamo, delle aspettative che costruiamo sull'altro, spesso senza neanche rendercene conto. Di come si possa condividere una vita per diciotto anni e scoprire, a un certo punto, di aver immaginato due futuri completamente diversi.

E soprattutto mi interessava una domanda: quanto di noi siamo disposti a sacrificare per non perdere qualcuno che amiamo? E quando il sacrificio diventa una forma di tradimento verso noi stessi?

Lui desidera la continuità, lei teme di perdere se stessa. Due posizioni che non riguardano soltanto la genitorialità, ma anche il corpo, l’identità e il modo di immaginare il futuro. Come hai lavorato per dare voce a entrambe le prospettive senza trasformarle in ragioni contrapposte tra giusto e sbagliato?

La prima cosa che ho cercato di fare è stata non giudicare nessuno dei due. Non volevo scrivere una donna emancipata che si scontra con un uomo tradizionalista, né tantomeno il contrario. Mi interessava raccontare due esseri umani, con le loro contraddizioni, le loro fragilità e anche le loro meschinità.

Lui non è semplicemente un uomo che vuole un figlio perché così si fa, perché è normale, perché lo fanno tutti. A un certo punto quel desiderio diventa qualcosa di autentico, quasi fisico, un'immagine del futuro nella quale si riconosce. Lei, allo stesso modo, non è una donna che rifiuta la maternità per paura o per una questione ideologica. Semplicemente non sente quel desiderio. E credo che questa sia una cosa che ancora oggi facciamo fatica ad accettare, soprattutto quando si parla di donne.

C'è un'aspettativa sociale molto forte rispetto alla maternità: come se prima o poi dovesse scattare qualcosa, come se fosse soltanto questione di tempo. Come se una donna che non desidera figli fosse necessariamente una donna che non ha ancora capito cosa vuole.

Mi interessava mettere in discussione proprio questo automatismo. Ma anche riconoscere il diritto di lui a desiderare la paternità, senza ridicolizzarlo o considerarlo meno evoluto.

Credo che il punto doloroso sia proprio questo: nessuno dei due ha torto, ma nessuno dei due può avere ragione al posto dell'altro. E a volte l'amore non riesce a risolvere questa contraddizione.

La terapia individuale e quella di coppia costituiscono un elemento importante del racconto. Che cosa ti interessava mettere in luce attraverso questo spazio di confronto? La possibilità di capirsi davvero o, al contrario, il rischio di scoprire quanto si è diventati distanti?

La terapia mi sembrava uno spazio narrativo molto interessante, anche perché spesso nella vita quotidiana non riusciamo a dire quello che pensiamo davvero. Ci raccontiamo, ci giustifichiamo, ci difendiamo, cerchiamo di avere ragione. E soprattutto parliamo tantissimo, ma non sempre comunichiamo.

Ho scelto di alternare i momenti di terapia alle scene domestiche proprio per creare un continuo cortocircuito tra quello che i personaggi raccontano di sé e quello che poi vediamo accadere concretamente tra loro.

La cosa interessante è che anche davanti a un terapeuta, in uno spazio che dovrebbe essere protetto e dedicato all'ascolto, i due continuano a fare quello che fanno a casa: si interrompono, si accusano, si fraintendono, cercano di prevalere sull'altro.

La terapia diventa così un tentativo di tradurre qualcosa che non riescono più a dirsi. Ma non necessariamente porta a una soluzione. Anzi, a volte serve proprio a rendere visibile una distanza che fino a quel momento si era riusciti a tenere nascosta.

Credo che ci sia una grande differenza tra conoscere una persona e riuscire davvero a vederla. Loro sono insieme da diciotto anni, conoscono ogni abitudine, ogni difetto, ogni movimento dell'altro. Eppure, quando arriva il momento di affrontare la questione più importante, si rendono conto di non essersi guardati abbastanza.

Il titolo U.B.U. Ultime Bellicose Unioni evoca un rapporto in cui il conflitto sembra diventare una forma di comunicazione. Quanto c’è di ironico, grottesco o persino paradossale nel modo in cui i due protagonisti affrontano la crisi?

Direi moltissimo! Mi diverte molto osservare come, nelle relazioni di lunga durata, si possa arrivare a combattere battaglie furibonde per questioni apparentemente insignificanti. La busta della spazzatura, il sale, una tuta di pile, un orologio al polso sbagliato. Oggetti e abitudini che diventano improvvisamente questioni di vita o di morte.

In realtà, naturalmente, non si sta litigando per la busta della spazzatura. Si sta litigando per tutto quello che quella busta rappresenta: il sentirsi soli, non ascoltati, non considerati, il peso di una quotidianità che sembra ricadere sempre sulle stesse spalle.

Mi piaceva molto questo meccanismo per cui il conflitto più grande resta impronunciabile e finisce per esplodere attraverso le cose più piccole. I due non riescono a parlarsi del futuro, ma possono passare mezz'ora a discutere di come si mette una busta in un secchio.

Il grottesco nasce proprio da questo scarto. Si ride, magari anche molto, ma sotto quella risata c'è qualcosa di profondamente riconoscibile e a volte persino doloroso.

Il titolo U.B.U. gioca proprio su questa idea: le unioni diventano bellicose, l'amore si trasforma in un campo di battaglia e il conflitto finisce per essere quasi l'ultima forma di intimità che i due riescono ancora a condividere. Perché anche litigare, in fondo, significa continuare a cercare una risposta nell'altro.


In scena sei affiancata da Rosario Giglio. Come avete costruito il rapporto tra i due personaggi e quale lavoro avete fatto per restituire quella tensione fatta di attrazione, incomprensioni, desideri e paure? E che cosa speri rimanga agli spettatori dopo lo spettacolo?

Con Rosario abbiamo lavorato molto sulla relazione, cercando soprattutto di non perdere mai il fatto che queste due persone si sono amate, si amano e hanno condiviso una parte enorme della loro vita.

Per me era fondamentale che non diventassero semplicemente due persone che si detestano. Se non c'è stato amore, se non c'è ancora qualcosa che li tiene legati, il conflitto perde la sua forza. La loro è una storia fatta di attrazione, complicità, abitudini, tenerezza, ma anche di insofferenza e di una progressiva incapacità di riconoscersi.

Abbiamo cercato di costruire una coppia molto concreta, riconoscibile, fatta di piccoli gesti, di tempi, di sguardi, di silenzi. Una coppia che magari non si dice più ti amo, ma sa esattamente come l'altro prende il caffè, come dorme, come sbuffa. E forse proprio per questo fa ancora più male quando scopre di non sapere più cosa desidera davvero l'altra persona.

Rosario Giglio è un collega che stimo e ammiro moltissimo ma credo che la forza del lavoro risieda soprattutto nel fatto che condividiamo una visione del teatro molto simile, fatta di gioco, libertà e grande ascolto, perché credo che una relazione scenica come questa debba essere sempre viva, non può essere soltanto eseguita. Bisogna potersi sorprendere, urtare, cercare e perdere continuamente.

Non vorrei che gli spettatori uscissero dal teatro con una morale o con una risposta, ma piuttosto con una domanda: io cosa sarei disposto a fare?

E forse anche con la consapevolezza che amare qualcuno non significa necessariamente volere le stesse cose, e che rispettare il desiderio dell'altro, anche quando è incompatibile con il nostro, è una delle forme più difficili e più autentiche dell'amore.

E poi, naturalmente, mi piacerebbe che ridessero. Perché credo che riuscire a ridere delle nostre miserie, delle nostre piccole guerre quotidiane e delle nostre enormi contraddizioni sia già un modo per provare a guardarci con un po' più di tenerezza.

 

Fattitaliani

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