di Giovanni Zambito - Dopo le tappe di Venezia e Cannes, ANIMALIA arriva al Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove sarà presentato mercoledì 11 novembre nella sezione Puglia Show. Il cortometraggio scritto e diretto da Rocco Anelli si muove in un mondo post-apocalittico, tra paesaggi industriali, presenze misteriose e un’umanità che sembra aver lasciato il posto a una nuova alleanza tra uomo e natura. Al centro della storia ci sono Federico, forse l’ultimo essere umano sulla Terra, e Buer, un enigmatico sconosciuto il cui arrivo mette in discussione certezze, identità e convenzioni.
Attraverso un racconto in cui ecologia, desiderio, dimensione queer e suggestioni mitologiche si intrecciano, Anelli costruisce una riflessione sulla solitudine e sulla possibilità di immaginare un diverso rapporto con il mondo naturale. Un’opera dalla forte impronta visiva, nata anche dall’osservazione dei paesaggi della Puglia, che trova nella distorsione delle immagini, nell’alternanza tra bianco e nero e colore e nei riferimenti cinematografici e pittorici una propria cifra espressiva.
A Fattitaliani il regista Rocco Anelli racconta la genesi di ANIMALIA, le scelte narrative e visive che ne hanno guidato la realizzazione e il percorso del cortometraggio nei festival, soffermandosi anche sulla dimensione della produzione indipendente. Con Intermezzo, la realtà fondata insieme a Enrico Acciani e Roberta Ogenti, Anelli porta avanti infatti un’idea di cinema come spazio di ascolto, sperimentazione e collaborazione, capace di dare voce a nuovi talenti e a forme di racconto libere dalle convenzioni. L'intervista.
ANIMALIA
ci conduce in uno scenario post-apocalittico, in cui Federico sembra essere
l'ultimo essere umano sulla Terra. Da quale intuizione è nata questa storia? E
perché ha scelto di immaginare un mondo in cui l'umanità sembra essersi estinta
per interrogarsi proprio sulla natura umana?
È molto difficile parlare del
tutto, generalizzare. Parlare dell’umanità, di una condizione comune, è anche
qualcosa di terrificante. È un bellissimo regalo che il cinema fa agli autori,
ma dall’altro lato sembra un’impresa impossibile: ognuno vive la propria vita a
modo proprio, e un artista fatica a raccontare quella di tutti. Per questo mi
piaceva l'idea di partire da una sola persona, da Federico, quello che sembra
essere appunto l’ultimo essere umano sulla Terra.
Liberando Federico, e quindi
l’uomo, dai propri rapporti con gli altri esseri umani, emerge un po’ la
metodicità e quasi il bisogno di darsi, anche da solo, delle regole. Era
interessante pensare a questo: se noi fossimo da soli su un’isola deserta, o se
rimanessimo gli ultimi al mondo, continueremmo a seguire le dottrine, i credi,
le regole che ci sono state imposte dai nostri genitori e che loro, a loro
volta, hanno ricevuto dai nostri avi, e così via? Continueremmo a seguire le
tradizioni? Celebreremmo ancora le feste che celebriamo in compagnia? Oppure,
una volta da soli, ci perderemmo?
Per questo la sottrazione, il
sottrarre l’umanità all’equazione, secondo me permetteva proprio di indagare lo
spirito umano, forse quello un po’ più universale, al di là dell’essere uomo,
donna o di altre differenze. L’essere soli è un po’ un sentimento che ci
accomuna.
L’idea di questo mondo post-apocalittico nasce poi dagli scenari che ho incontrato durante la mia vita. Penso alla Puglia, una terra meravigliosa, a volte macchiata da ciminiere di fabbriche, da raffinerie che svettano in lontananza e sollevano colonne di fumo. Mi piaceva immaginarsi soli in un contesto del genere, con queste fabbriche lontane che continuano a lavorare, ma che non sono mai raggiungibili. E, dall’altro lato, essere soli nella campagna e continuare a coltivare la propria terra, anche se è morta. L’idea parte un po’ da qui, da queste immagini che si sposano con quelle domande.
Nel film
l'incontro tra Federico e il misterioso Buer dà origine a un legame intenso,
anche fisico, che mette in discussione le convenzioni e le categorie
identitarie. Quanto è importante la dimensione queer nel racconto e in che modo
il desiderio diventa uno strumento per esplorare nuove possibilità di
relazione?
La conoscenza e la curiosità
sono seducenti. È da lì che parte la riflessione sull’introduzione di un altro
uomo. E anche la scelta che fosse appunto un uomo, di genere maschile, non è
casuale. Buer, l’uomo misterioso che si rivela a Federico, diventa una sorta di
specchio per quest’ultimo. Federico lo guarda, lo studia. Ne è attratto anche
da una dimensione corporea, ma con una sorta di idea di scoperta, di confronto,
quasi come se fosse un’oasi presso cui dissetarsi nel deserto della solitudine.
La queerness del loro
rapporto emerge proprio da questo. Ma è una queerness sottile, che non segue
necessariamente i canoni di una tipica romance omosessuale, di un racconto di
formazione o le tappe di un rapporto canonico omoerotico. L’attrazione che c’è
tra i due uomini ha a che fare soprattutto con la conoscenza. Buer rappresenta
la chiave di volta, la soluzione ai segreti, la risposta a domande che Federico
non sapeva nemmeno di essersi posto.
E quindi la sua presenza diventa subito attraente, subito seducente, perché spesso la curiosità e la conoscenza sono morbose. Infatti le loro scene fisiche sono scene di lotta, di sguardi rubati, spesso girate proprio concretamente attraverso specchi, per distorcere l’immagine visivamente, ma anche per sottolineare l’idea che, paradossalmente, è come se Federico si guardasse allo specchio e riconoscesse una versione mistica di sé, oltre il riflesso. Quel riflesso è proprio Buer.
Il titolo ANIMALIA richiama immediatamente il mondo animale, ma nel film la presenza degli animali sembra assumere anche un significato simbolico e quasi mitologico. Che rapporto ha voluto costruire tra uomo e natura? Il suo è anche un racconto sulla necessità di superare una visione antropocentrica del mondo?
Gli animali non hanno solo un
significato simbolico e mitologico. Come viene detto nel film, «hanno stretto
un patto», una sorta di contratto sociale. Sono la rappresentazione fisica e
simbolica degli uomini che rifuggono il disastro ambientale che hanno loro
stessi creato.
Sotto la terra del mondo di
ANIMALIA non scorre più acqua, come viene detto nel cortometraggio, ma olio. Ed
è come se quest’olio fosse il sangue stesso delle fabbriche, ormai entrato in
circolo nelle vene, nei capillari della terra. Le piante ne muoiono, gli
animali se ne abbeverano. L’unica acqua che rimane è acqua stagnante di
laghetti sulfurei ormai inquinati. Non c’è prospettiva di pulizia, di
rinascita: è tutto ormai morto.
Chiaramente l’uomo, anche in
ANIMALIA, parte come il centro del mondo: Federico è l’ultimo uomo sulla Terra,
vive in una casa al centro del suo mondo. Da un lato vede le fabbriche,
dall’altro sente il richiamo del bosco, che, sebbene sia secco e inquinato,
conserva questo richiamo della natura. E proprio da lì, una notte, con l’arrivo
di Buer, il misterioso ospite, arrivano anche gli animali.
Quasi l’intero film diventa una sorta di consacrazione di Federico, un rito di iniziazione che gli fa perdere la sua posizione di "centro" e lo riporta in una dimensione più collettiva. Ecco, il film vuole provare a porre le basi per una dimensione di questo tipo, condivisa con la natura, che la rispetti e che non condanni il progresso in alcun modo, come succede proprio nel rapporto tra Buer, che rappresenta un po’ il capo degli animali, e Federico, che rappresenta l’uomo: cercare una forma di convivenza tra progresso e natura.
Il
cortometraggio si distingue per un linguaggio visivo evocativo, fatto di
paesaggi industriali, visioni enigmatiche e apparizioni. Come ha lavorato sulla
costruzione dell'immaginario cinematografico? Quali riferimenti artistici,
letterari o cinematografici hanno accompagnato la realizzazione del film?
Innanzitutto vorrei
ringraziare il direttore della fotografia, Marco Ranieri, per il suo contributo
alla creazione delle immagini. Abbiamo scelto delle ottiche anamorfiche,
ottiche particolari che, almeno nella mia esperienza, tendono a verticalizzare
le sfocature degli sfondi e a distorcere le immagini. Quest’idea di
distorsione, di scarsa nitidezza, di nebbiosità ci affascinava parecchio.
Quanto all’uso del bianco e
nero, ricordo che, quando io e Marco abbiamo letto la sceneggiatura, ci
interrogavamo se girarlo così, perché io ne sentivo l’esigenza, oppure a
colori. Dopo le letture individuali, confrontandoci, abbiamo scoperto che
entrambi, senza essercelo detti, immaginavamo alcune scene in bianco e nero e
altre a colori. Questa coincidenza ci ha profondamente ispirati. Abbiamo poi
voluto trovare una chiave di lettura che spiegasse perché immaginassimo alcune
scene a colori: ne sono nati dei momenti di magia o di epifania che trasformano
il mondo di Federico, un mondo morto, in bianco e nero, in un mondo vivo.
Ci siamo molto ispirati al
lavoro di Robert Eggers, in particolare al suo film The Lighthouse del 2019, ma
anche, soprattutto per il trattamento del bianco e nero, a Rocco e i suoi
fratelli, per quella che potremmo definire una ritrattistica dei volti. Anche
Il deserto rosso di Antonioni è stato fondamentale per tutto l’aspetto
industriale.
Dal punto di vista pittorico
ci siamo rifatti a Goya, alle sue incisioni, come ¿Si sabrá más el discípulo?,
ma anche ai suoi dipinti, in particolare per l’uso della luce e per tutto
l’immaginario legato alle streghe.
Tra i riferimenti più contemporanei, ci siamo lasciati fortemente ispirare anche dai quadri di Hernan Bas, un artista americano i cui lavori amo molto. Sono quadri paradossalmente estremamente colorati rispetto all’ambientazione di ANIMALIA, ma in cui il desiderio e la dimensione queer si intrecciano con qualcosa di spettrale, con paesaggi e situazioni sospesi tra realtà e soprannaturale.
Dopo la
presentazione a Venezia e il passaggio allo Short Film Corner del Festival di
Cannes, ANIMALIA arriva al Festival del Cinema Europeo di Lecce nella sezione
Puglia Show. Che significato ha per lei questo percorso e come cambia la
percezione di un'opera quando viene accolta da pubblici e contesti culturali
differenti?
Il Festival del Cinema
Europeo di Lecce mi ha accolto parecchi anni fa con il mio primo cortometraggio
e da lì mi ha sempre accompagnato. È sempre un’emozione tornare in sala e poter
vedere il mio lavoro insieme a quelli di altri giovani e straordinari registi.
È bellissimo scoprire come spesso le opere dialoghino tra loro senza volerlo,
come autori della stessa generazione tocchino temi simili o completamente
diversi e come queste tematiche riescano comunque a parlarsi tra un film e
l’altro. Innanzitutto, quindi, vorrei ringraziare il Festival per il supporto
che mi ha mostrato in tutti questi anni.
Da Venezia a Cannes, quello
di ANIMALIA è stato un viaggio internazionale, estremamente affascinante per un
regista, o almeno per me, senza voler parlare per l’intera categoria. È
snervante quanto affascinante: suscita tante emozioni, a volte persino troppe
da gestire, perché non si sa mai come il pubblico potrà reagire o cosa potrà
pensare. Devo dire che l’accoglienza riservata ad ANIMALIA è stata ottima e non
potevo sperare di meglio, ma soprattutto il film ha aperto dei dibattiti.
Spettatori e colleghi hanno voluto confrontarsi con me, non necessariamente sul
film in sé, quanto sulla nostra visione dell’ambientalismo, del progresso, ma
anche sullo stato dell’arte del cinema.
I contesti culturali
differenti ci permettono di imparare, di scambiarci idee, ed è interessante
notare le differenze. Quando proietto ANIMALIA in Puglia, dove l’ho girato,
noto come gli spettatori vogliano anche capire quali siano i luoghi delle
riprese e come sia stata resa questa Puglia arida, brulla. Altrove, invece, ho
incontrato spettatori con uno sguardo più rivolto alla parte tecnica, mentre
altri pubblici hanno voluto parlarmi soprattutto dell’aspetto filosofico e
simbolico del film.
È quindi un’opportunità per parlare, entrare in contatto e confrontarsi. Il dialogo, secondo me, è alla base della distribuzione di qualunque film o elaborato artistico.
Lei è anche fondatore di Intermezzo, una realtà indipendente che sostiene progetti e nuovi talenti. Al Festival di Lecce sarà presente anche GATTA MASCIARA di Lucrezia Delle Foglie, prodotto dalla sua società insieme a Liminal Space. Qual è la vostra idea di produzione indipendente e quanto è importante oggi creare spazi per un cinema libero, sperimentale e capace di valorizzare le voci emergenti?
«Dagli artisti per gli
artisti» è il principio da cui nasce Intermezzo. Siamo tre figure con
esperienze diverse e complementari: io, Rocco Anelli, regista e sceneggiatore;
Enrico Acciani, anche lui regista, sceneggiatore e aiuto regista; e Roberta
Ogenti, professionista che lavora nell’organizzazione generale, nella direzione
e nell’ispezione di produzione.
Per noi è fondamentale creare
uno spazio in cui soprattutto i giovani talenti si sentano al sicuro, compresi
e, prima ancora, ascoltati. Fare un film, per citare Carlo Cresto-Dina, è
un’impresa: a volte si incontrano più ostacoli, altre volte meno. Vorremmo che
almeno il momento in cui si propone un’idea, si comincia a parlarne e a
confrontarsi con altri professionisti fosse libero dal timore di essere
giudicati. Il nostro essere artisti ci porta a vivere la produzione anche da
questa prospettiva: metterci a disposizione di un progetto, cercare di
comprenderlo e capire come aiutarlo a prendere forma.
Credo che il futuro del
cinema indipendente passi anche attraverso le coproduzioni tra piccole e medie
imprese giovani. La collaborazione con Liminal Space per GATTA MASCIARA di
Lucrezia Delle Foglie è stata estremamente produttiva e rappresenta, secondo
me, un modello sostenibile: condividere competenze, risorse e responsabilità
permette di dare spazio a opere nelle quali crediamo.
Il cinema breve, in
particolare, è uno spazio per la sperimentazione e per la poesia. Non è
soltanto una palestra, ma una possibilità di raccontare in un modo diverso,
altro. Penso al rapporto tra romanzo e racconto, o tra romanzo e poesia: sono
forme differenti, ciascuna con le proprie possibilità espressive. Naturalmente
Intermezzo non si limita ai cortometraggi, ma questa libertà di ricerca è ciò
che ci interessa sostenere: un cinema che si pone domande, che indaga se stesso
e ciò che lo circonda.
Per noi una casa di
produzione è innanzitutto un luogo d’ascolto. Vorremmo renderla accogliente,
capace di abbattere quelle barriere formali che a volte intimoriscono gli
artisti e rallentano il processo creativo. Creare uno spazio per le voci
emergenti significa partire anche da qui: permettere a un’idea di essere
espressa, ascoltata e discussa.




