Valeria Graziani presenta a Fattitaliani il 1° album "Sottobosco" storie di fragilità, libertà e rinascita

 


di Giovanni Zambito - Con Sottobosco, il suo primo album da solista, Valeria Graziani dà voce a chi vive lontano dai riflettori, a chi attraversa fragilità, disillusioni e cambiamenti senza rinunciare alla possibilità di rinascere. Dodici brani che intrecciano esperienze personali e riflessioni sociali, raccontando relazioni, precarietà, autodeterminazione, assenza e libertà attraverso una scrittura che unisce canzone d’autore, teatro, jazz e narrazione. Un disco in cui l’ironia convive con la malinconia e il disincanto lascia spazio alla speranza, trasformando il margine in un luogo fertile, dove continuare a crescere anche quando nessuno sembra accorgersene.

Anticipato dal singolo Denti di leone, disponibile dal 23 ottobre, Sottobosco sarà pubblicato in digitale il 27 novembre. La presentazione ufficiale è in programma nella stessa data, alle ore 21, al Museo Sigismondo Castromediano di Lecce, nell’ambito del Superlocriø Festival.

Come racconta la stessa cantautrice, Sottobosco non narra un’unica storia, ma illumina «una zona diversa dello stesso terreno» con ogni canzone. Un progetto che diventa così anche una dichiarazione poetica e artistica: un invito a cercare ciò che cresce lontano dalla ribalta e a riconoscere la bellezza, la resistenza e la forza di chi continua a germogliare ai margini. L'intervista di Fattitaliani.

Sottobosco è il tuo primo album da solista e nasce attorno a una metafora molto evocativa: quella di un luogo appartato, lontano dai riflettori, dove però la vita continua a germogliare. Quando hai capito che questa immagine poteva diventare il filo conduttore del disco? E quanto racconta del tuo percorso artistico e personale?

Vorrei cominciare questa intervista esprimendo la mia gratitudine per l'attenzione che mi avete riservato. Il sottobosco, prima di essere il filo conduttore di questo disco, è il filo conduttore della mia vita. Ho fatto sempre scelte impopolari perché profondamente mie, prive di calcolo ma mai prive di logica. Non sono sociotropica, pertanto non ho mai cercato l'approvazione a tutti i costi, piuttosto ho cercato di assecondare un moto interiore.

Appartengo a quella categoria di artisti che, come le piante del sottobosco appunto, vivono lontani dalle luci della ribalta, eppure riescono a germogliare, a prepararsi alla primavera che nessuno si aspetta. Quelli che, se vuoi trovarli, devi cercarli tu.

Le dodici canzoni affrontano temi diversi, dalla precarietà esistenziale alla perdita, dalle relazioni all'autodeterminazione, alternando storie intime e riflessioni sociali. Come hai lavorato per far convivere queste dimensioni, trasformando esperienze individuali in racconti capaci di parlare anche agli altri?

La nascita di una canzone resta un mistero profondo, come l'alta marea! Citazione colta. :)

Scherzi a parte, scrivere canzoni è un'urgenza che mi abita da che ne ho memoria.

Una canzone può esorcizzare le paure, lenire il dolore, sublimare i sentimenti, fermare nel tempo un fatto di cronaca (come La canzone di Marinella di Fabrizio De André, per esempio) o dare voce a un disagio sociale.

E, come direbbe Max Gazzè (seconda citazione), «...Una musica può fare cantare Lililli Lalalla...» e non essere meno importante di una canzone impegnata.

La mia vita non è dissimile da quella di molti miei contemporanei, per questo credo sia facile rispecchiarsi in ciò che scrivo.

Il singolo Denti di leone sembra racchiudere il manifesto poetico e politico dell'album: in un mondo dominato dal potere, dal cinismo e dalla logica del profitto, scegli di valorizzare la gentilezza, la letteratura, il tempo condiviso e la bellezza. La musica può ancora essere uno spazio di resistenza e proporre un modo diverso di abitare il presente?

La musica, come le sue sei sorelle arti, ha un grande potere.

Può aderire fortemente alla realtà o catapultare l'ascoltatore in una dimensione altra.

Per cui sì, il quotidiano dovrebbe essere vissuto senza mai abdicare al sogno, pur rimanendo presenti a sé stessi e vigili rispetto alle cose che accadono.

Denti di leone è senza dubbio alcuno il manifesto politico e poetico di Sottobosco. Invita a una resistenza gentile, ma non risparmia critiche né condanne ai poteri forti, a ogni forma strisciante di fascismo.

Come disse un giorno con passione febbricitante il Presidente della Repubblica Sandro Pertini: «Alla più perfetta delle dittature, cerca di preferire sempre la democrazia, anche la più difettosa».

A chi sostiene che i cantautori e le cantautrici non dovrebbero far politica, vorrei dire senza rancore e con un sorriso bonario che ogni nostra scelta è politica. Sembrerà un paradosso, ma anche scegliere di non parlarne è una scelta politica.

In brani come Daiquiri, Paolo e Parigi o cara allarghi lo sguardo alle difficoltà di una generazione, all'emigrazione e alle disillusioni che possono nascondersi dietro il fascino delle grandi città. Quanto è importante per te raccontare il presente e dare voce a fragilità e contraddizioni che spesso restano ai margini del dibattito pubblico?

Raccontare il presente attraverso una canzone, un film, un quadro, è necessario, induce a fermarsi e a stare nel «qui e ora», con tutto ciò che comporta.

Cedo alla tentazione di donarvi un'altra perla, l'ultima, lo giuro: la vita è adesso!

C'è chi tende a fuggire dal presente, correndo il rischio di non vivere pienamente.

I bambini, mi riferisco a quelli fortunati, lontani dalle guerre, sono così spensierati e felici perché non portano il fardello del passato né provano ansia per il futuro e sanno vivere il presente.

Nel disco affronti anche relazioni complesse e momenti di trasformazione personale: da Tagliole per conigli a Tramonto rosa, fino a Di mercoledì. Nelle tue canzoni l'ironia sembra affiancare la lucidità e diventare uno strumento per attraversare il dolore. Che ruolo ha nella tua scrittura e quanto ti aiuta a raccontare anche le esperienze più difficili?

Da quando è cominciata l'intervista non ho fatto altro che intrecciare il serio al faceto. Non riesco a farne a meno.

L'ironia è un salvavita, l'antidoto ai mali del mondo.

Possederla, però, impone una grande responsabilità, esige di essere maneggiata con cura ed equilibrio.

Non deve mai ferire, mai essere inopportuna o irrispettosa: quello è sarcasmo.

L'ironia si fa con gli altri, mentre il sarcasmo lo si fa contro gli altri.

La uso nelle canzoni come nella vita, mi ha aiutata sempre nei momenti difficili.


La tua formazione e il tuo percorso attraversano la canzone d'autore, il jazz, il teatro e la narrazione. Queste esperienze si riflettono nell'attenzione alla parola e nella varietà degli arrangiamenti di
Sottobosco. Come hai trovato l'equilibrio tra voce, testo e musica? E quanto è stato importante il dialogo con i musicisti e con le artiste che partecipano al disco?

Il rapporto con i miei musicisti è ed è sempre stato estremamente importante. La musica si fa insieme. Una volta data un'idea di massima sugli arrangiamenti, li ho lasciati liberi di creare.

L'interplay è una forma d'amore e d'anarchia che appartiene solo al jazz.

La musica incisa resta ovviamente cristallizzata nel tempo, ma l'approccio per la realizzazione di questo disco è stato per lo più jazzistico.

All'interno del disco ho avuto ospiti d'eccezione, artiste che stimo oltremodo: Chiara Minaldi, Laura Mollica, Giuliana Paciolla.

Vorrei citare tutti i bravissimi musicisti che mi hanno accompagnata: Maurizio Crivello alla chitarra, Giulia Cusumano al violoncello, Nicola Giammarinaro al clarinetto, Peppe Lana al pianoforte, Diego Tarantino al contrabbasso, Manfredi Crocivera alla batteria, Anthony Reina alle percussioni.

Siamo parti del tutto, necessari gli uni agli altri.

L'equilibrio fra voce, testo e musica è cosa complessa, per questo in studio non ho registrato più di due tracce per ogni brano: per tenermi stretta la versione cantata più autentica possibile.

L'equilibrio più specifico tra musica e parole lo percepisci quando non aggiungeresti né toglieresti niente a una canzone.

Si è come pervasi da una sensazione divina di compimento.

Così è stato per tutte e dodici le tracce di Sottobosco.

L'album si chiude con Dumani, in dialetto palermitano, un brano dedicato inizialmente a una persona scomparsa che diventa anche una dichiarazione d'amore per Palermo, interpretato insieme a Laura Mollica. Il disco sarà presentato dal vivo il 27 novembre al Museo Sigismondo Castromediano di Lecce, nell'ambito del Superlocriø Festival. Che cosa rappresenta per te portare Sottobosco sul palco per la prima volta e quale emozione vorresti che il pubblico portasse con sé dopo averlo ascoltato?

L'undicesima traccia è Tramonto rosa, non a caso. Cede il passo al domani, Dumani appunto.

Questa scelta, i due titoli vicini, dice molto della visione ottimistica che ho del mondo.

Dumani non poteva che essere la chiusura-non chiusura di questo disco. È una promessa, non un addio.

I versi di questo brano sono gli unici non miei, ma della poetessa e attivista siciliana Francesca Amato. La musica è mia, mentre l'arrangiamento è del Maestro Scipione Sangiovanni.

Dumani è la mia lettera d'amore alla città di Palermo, una città a cui devo tanto.

Mi fregio di aver duettato con una fra le più brave interpreti di etnomusica esistenti, Laura Mollica. Laura per me è Palermo: elegante, intensa, forte, vulnerabile. Non le sarò mai grata abbastanza.

Sono estremamente felice di presentare il disco al Superlocriø Festival.

Non credo che le mie canzoni abbiano il potere di migliorare la vita delle persone, ma credo che, per tutta la loro durata, possano essere di buona compagnia, dare sollievo, dare degli spunti di riflessione.

Mi piacerebbe che le persone andassero via dal mio concerto sorridendo, canticchiando.



Valeria Graziani è una cantautrice e interprete la cui ricerca ruota attorno alla centralità della voce e della scrittura. Formatasi al CET – Centro Europeo di Toscolano, affianca al percorso artistico gli studi di Musicologia e l’approfondimento del jazz, della chanson e della canzone teatrale. Nel 2007 dà vita ai Frequenze Rétro, progetto acustico legato al jazz manouche e alla canzone d’autore. Nel 2015 è semifinalista al Premio Fabrizio De André, finalista regionale di Arezzo Wave e seconda classificata al Biella Festival. Nel 2017 pubblica “Nel cilindro di un mago”, presentato all’Auditorium RAI di Palermo e seguito da oltre trenta concerti in Italia. Negli anni successivi partecipa a progetti dedicati a Gianmaria Testa e a Fabrizio De André; dal 2022 con le artiste Giulia Mei, Laura Mollica, Cecilia Pitino e Alessandra Ristuccia, è la voce de “La Buona Novella in siciliano”, riadattamento in palermitano di Francesco Giunta dell’opera di Fabrizio De André, con la direzione artistica di Edoardo De Angelis e gli arrangiamenti di Alberto Laruccia,  approdata al Festival di Segesta, dove registra il tutto esaurito. 

Parallelamente lavora come voce narrante nel settore dell’audiolibro.

Fattitaliani

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