di Giovanni Zambito - Una doppia vita, due famiglie e un segreto che rischia di crollare per colpa della tecnologia. Dal 27 ottobre all’8 novembre, il Teatro de’ Servi ospita Due cuori in chat, brillante commedia di Ray Cooney diretta da Matteo Vacca, che trasforma una situazione già paradossale in una travolgente girandola di bugie, coincidenze ed equivoci.
Protagonista è Mario Rossi, un tassista che da vent’anni riesce a mantenere due matrimoni e due famiglie grazie a un’organizzazione meticolosa di turni e spostamenti. Ma quando i figli delle due mogli, ignari di essere fratello e sorella, si conoscono in chat e decidono di incontrarsi, il suo fragile equilibrio rischia di andare in frantumi. Con l’aiuto dell’amico Walter, Mario tenterà in ogni modo di evitare il disastro, finendo però per complicare sempre più la situazione.
Con un ritmo serrato, situazioni comiche al limite dell’assurdo e un finale inaspettato, Due cuori in chat promette una serata di puro divertimento, coinvolgendo il pubblico in una complicità irresistibile con i personaggi e le loro improbabili bugie. Perché, a volte, il modo migliore per nascondere un segreto è proprio quello che finisce per svelarlo. L'intervista di Fattitaliani a Matteo Vacca.
Dal 27 ottobre all’8 novembre porta al Teatro de’ Servi Due cuori in chat, una commedia di Ray Cooney costruita su bugie, equivoci e situazioni paradossali. Che cosa l’ha conquistata di questo testo e qual è la sfida principale nel mettere in scena una macchina comica così serrata, in cui ogni tentativo di salvare la situazione finisce per complicarla ulteriormente?
Mi ha conquistato la precisione con cui Cooney costruisce l’assurdo. Tutto parte da un’esigenza semplicissima: impedire che venga scoperta una bugia. Da lì, ogni soluzione diventa un problema ancora più grande. La sfida è far funzionare questo meccanismo senza mostrarne gli ingranaggi: dietro c’è un lavoro molto preciso, ma in scena deve sembrare che tutto accada spontaneamente, per la prima volta.
Mario Rossi riesce a mantenere per vent’anni una doppia famiglia, organizzando meticolosamente orari e turni di lavoro, finché la tecnologia rischia di mandare tutto all’aria. Quanto è cambiato il modo di mentire e di nascondere i segreti nell’era dei social? Se Ray Cooney avesse scritto oggi questa storia, avrebbe immaginato un protagonista ancora più in difficoltà?
Oggi lasciamo continuamente tracce: un messaggio, una fotografia, un accesso sui social. Per uno come Mario Rossi, che ha organizzato la propria vita controllando orari e spostamenti, è un incubo: basta una notifica per distruggere vent’anni di pianificazione. Credo che Cooney avrebbe trovato moltissimi spunti nella tecnologia di oggi. Del resto, il bisogno di nascondersi è rimasto lo stesso; sono aumentate le possibilità di essere scoperti.
In Due cuori in chat la comicità nasce da una situazione estrema, ma anche da dinamiche molto umane: la paura di essere scoperti, il desiderio di evitare le conseguenze delle proprie azioni e la difficoltà di dire la verità. Secondo lei, perché il pubblico si diverte così tanto davanti alle bugie degli altri, soprattutto quando sa che prima o poi verranno smascherate?
Perché il pubblico conosce la verità e può godersi tutti i tentativi disperati di nasconderla. Ma credo ci sia anche un riconoscimento: a chi non è capitato di cercare una scappatoia e complicare ulteriormente una situazione? Mario porta questo comportamento all’estremo. Ridiamo delle sue bugie, della sua ostinazione e soprattutto dell’energia che impiega per rimandare una resa dei conti inevitabile.
Il protagonista è un uomo che cerca di controllare ogni dettaglio della propria esistenza, ma si ritrova travolto da coincidenze sempre più ingestibili. Nella sua regia, come ha lavorato sul ritmo, sui tempi comici e sul movimento degli attori per trasformare questo caos in uno spettacolo coinvolgente, senza perdere la precisione necessaria alla comicità di Cooney?
Il punto di partenza è che ogni attore sappia esattamente che cosa vuole il proprio personaggio e che cosa teme in quel momento. Da lì si costruiscono il ritmo, gli spostamenti, le entrate e le pause. Andare veloci non basta: se il pubblico perde un’informazione, perde anche la battuta successiva. Il lavoro consiste nel rendere il caos perfettamente leggibile, lasciando agli attori la naturalezza necessaria perché i personaggi siano vivi.
La vicenda prende una piega ancora più paradossale quando Alice e Giacomo, ignari di essere fratello e sorella, si conoscono in chat e decidono di incontrarsi. Quanto è importante, in una commedia degli equivoci, che il pubblico sappia più dei personaggi? E come si costruisce quella complicità con la platea che porta gli spettatori a diventare quasi complici delle bugie di Mario?
È fondamentale: il pubblico vede arrivare il pericolo prima dei personaggi e aspetta di scoprire come tenteranno di evitarlo. Questo crea una tensione comica molto forte. La complicità nasce anche da qui: gli spettatori conoscono il segreto di Mario e, a un certo punto, si ritrovano quasi a cercare una soluzione insieme a lui. Pur sapendo che ha torto, vogliono vedere fino a dove riuscirà a spingersi.
Lo spettacolo promette un finale inaspettato e un susseguirsi di situazioni deliranti. Al di là delle risate, quale aspetto di Due cuori in chat le piacerebbe restasse al pubblico una volta uscito dal teatro? E che cosa rappresenta oggi, per lei, dirigere una commedia brillante: un modo per evadere dalla realtà o, paradossalmente, uno strumento per raccontarla meglio?
Mi piacerebbe che restasse il piacere di aver riso insieme. A teatro la risata è contagiosa, crea un rapporto molto concreto fra chi è in scena e chi è in platea. E poi, magari, può rimanere una domanda: quanta fatica facciamo per tenere in piedi l’immagine che vogliamo dare di noi? La commedia brillante permette di osservare queste fragilità con leggerezza. Offre una serata di divertimento e, proprio attraverso quel divertimento, ci fa riconoscere qualcosa di noi.



