Palermo oggi. Alla soglia di un funerale nel quartiere di Ballarò, un uomo si allontana dai rintocchi di campane e si perde nel dedalo dei vicoli. D’un tratto un gelo alle sue spalle; viene avvolto da una coltre di fumo di sigaretta: davanti a lui si materializza un vecchio zoppo. Il signor Piero. Un uomo? Un fantasma? L’ombra di una persona? Il signor Piero non chiede il permesso: racconta la sua storia senza rimedio di emarginato e solitario. Fra toccanti episodi della sua saga familiare, si intersecano le ironie delle sue disgrazie e le gioie apparentemente insignificanti della vita suburbana. Come un genius-loci del centro storico abbandonato a sé stesso, in preda alla gentrificazione selvaggia e all’isolamento delle classi non-abbienti, Piero devasta con commovente ironia tutte le certezze sociali, relazionali e persino religiose. A Piero basterebbe un semplice “buongiorno-buonasera” per tornare a esistere nel quartiere. Ma di lui resta solo la storia che racconta ai passanti non consenzienti. Piero è una lapide che cammina, la pietra tombale di una città che non esiste più.
“Com’è Profondo il Male” nasce da un’esperienza personale che si è trasformata in una riflessione universale. Tutto è iniziato con due domande: Dove vanno le persone sole? Da dove vengono? Da questo interrogativo è scaturito un viaggio teatrale che si propone di dar voce a chi, pur avendola, non viene ascoltato.
Ideato da Davide Cirri e Sergio Beercock, e interpretato da Davide Cirri, lo spettacolo è nato quasi per caso, durante le prove di un’altra produzione. Il racconto di un incontro avvenuto nel quartiere Ballarò ha acceso la scintilla creativa. “Devi scrivere questa storia,” è stata la frase che ha dato origine a un’opera capace di esplorare la solitudine, l’isolamento e il bisogno profondo di essere visti e compresi. Non c’è un messaggio univoco, ma una forte urgenza: quella di ricordare che ogni persona merita di essere ascoltata. Il filo conduttore è un sentimento di assenza, una mancanza che ci spinge a riflettere sul bisogno essenziale di connessione e vicinanza umana. Un lavoro intimo e universale, che invita il pubblico a mettersi in ascolto, aprendo uno spazio di riflessione su ciò che spesso rimane invisibile. |