Antonino Muscaglione per Fattitaliani
'A mente scalza' è
il nuovo album di Rita Zingariello, otto tracce in cui la cantautrice pugliese
attraversa le stagioni della vita, interrogandosi sulle relazioni, sull’amore,
sulle fragilità e sulle trasformazioni che contribuiscono a definire ciò che
siamo.
Ad aprire il disco è 'Le balene di notte' (video), una canzone che affida a immagini suggestive il peso dei pensieri che ci accompagnano, spesso silenziosi e impossibili da governare. Le balene diventano così la metafora di tutto ciò che ci attraversa senza poter essere trattenuto, mentre la musica traduce questa inquietudine in un racconto intimo, nel quale anche il suono del coro contribuisce a dare corpo al movimento della mente. Non una resa malinconica al tempo che passa, ma il tentativo di trovare un modo diverso di stare dentro la propria esistenza, accogliendone dubbi e contraddizioni. In 'A mente scalza' Rita sceglie di togliere, anziché aggiungere: lascia cadere le protezioni, rinuncia alle certezze precostituite e restituisce alla canzone il compito di esplorare, più che di spiegare. La scrittura d’autore incontra una dimensione acustica aperta alle sfumature del jazz, in un dialogo arricchito dalla sensibilità di musicisti come Ferruccio Spinetti, Fabrizio Bosso ed Ernesto Marciante, dalle voci dei Flowing Chords e dagli archi curati da Valter Sivilotti. Un lavoro nel quale la produzione e gli arrangiamenti accompagnano le parole senza soffocarne l’intimità, lasciando spazio al respiro, alle pause e a quei silenzi che, talvolta, riescono a raccontare più di una frase. In questa intervista ci racconta la genesi del nuovo album, il significato delle sue immagini più evocative e il valore di una scrittura che oggi non cerca conclusioni definitive, ma la libertà di continuare a farsi domande.
Da dove nasce 'Le balene di notte'?
«'Le balene di notte' nasce dal bisogno di fare i
conti con il tempo, con quello che è passato e con la persona che sono
diventata attraversandolo. A poco più di quarant’anni mi sono ritrovata a
guardare indietro e a chiedermi cosa avrei potuto fare diversamente, cosa
invece non era nelle mie possibilità cambiare e quanto spesso abbiamo la
pretesa di governare cose che, semplicemente, ci attraversano.
È una canzone nata da una consapevolezza forse un po’
malinconica, ma non necessariamente triste: quella di dover imparare ad abitare
il tempo invece di rincorrerlo o combatterlo. E in qualche modo è anche la
porta d’ingresso di tutto il disco, perché 'A mente scalza' nasce proprio da
questo tentativo di stare dentro alle domande senza avere per forza una
risposta pronta.»
Perché hai scelto proprio le balene per dare forma ai
pensieri del brano?
«Perché i pensieri che racconto in questa canzone sono
grandi, silenziosi e impossibili da trattenere. Le balene mi sono sembrate una
metafora perfetta: sono presenze enormi, ma allo stesso tempo misteriose che
attraversano il mare senza poter essere davvero governate.
Mi piaceva l’idea di dare una forma concreta a qualcosa che normalmente non ha forma. I pensieri possono diventare ingombranti, possono accompagnarci per giorni o per anni, ma non possiamo prenderli e metterli da parte quando decidiamo noi. Possiamo soltanto imparare ad attraversarli. E forse è proprio questo che sto imparando anch’io.»
Quanto è stato importante trasformare quei pensieri
anche in suono, attraverso il lavoro sul coro?
«È stato fondamentale, perché volevo che il pensiero
non fosse soltanto raccontato dalle parole, ma diventasse fisicamente
percepibile. Durante la registrazione ho chiesto al coro di cantare quel “bo bo
bo bo bo” che ritorna in diversi momenti della canzone.
È una cosa quasi infantile nella sua semplicità, ma
proprio per questo mi sembrava molto potente: volevo rappresentare il rumore
dei pensieri quando diventano troppi, quando si accavallano e occupano spazio.
Il coro diventa quasi una mente collettiva, un’onda sonora che cresce e
accompagna il viaggio della canzone. In quel momento il testo smette di essere
soltanto qualcosa da ascoltare e diventa anche qualcosa da sentire.»
Cosa vuol dire essere “a mente scalza”?
«Per me significa togliere le scarpe e sentire il
terreno. È una metafora della possibilità di tornare alle proprie storie senza
tutte quelle protezioni che nel tempo ci costruiamo addosso.
Essere “a mente scalza” significa lasciare cadere le
risposte già pronte, il bisogno di avere sempre ragione, anche certe parole che
utilizziamo per proteggerci o per sembrare più forti di quello che siamo.
Significa avere il coraggio di stare nelle domande.
Nel disco mi interrogo sull’amore, sulle scelte, sull’arte, sul tempo, sulla maternità vissuta in una forma diversa da quella biologica, sulle cadute e sui cambiamenti. Non ho cercato di arrivare a delle conclusioni definitive. Forse oggi mi interessa molto di più continuare a farmi domande, ma farlo con meno paura.»
Come hai costruito l’equilibrio tra scrittura
d’autore, dimensione acustica e sensibilità jazz?
«È un equilibrio che sento molto mio e che si è
costruito nel tempo, senza che ci fosse necessariamente a monte una formula
precisa. La canzone rimane per me il centro: parto dalle parole, dalla
necessità di raccontare qualcosa, e poi cerco il suono che possa rispettare
quella storia.
La dimensione acustica mi permette di conservare una
certa intimità, mentre il jazz mi dà la possibilità di lasciare spazio, di non
chiudere tutto dentro una struttura rigida. Mi interessa molto quello che
succede quando una canzone mantiene la propria identità ma concede ai musicisti
la possibilità di respirare dentro di essa.
In “A mente scalza” ho cercato proprio questo: non sovraccaricare, ma lasciare spazio alle parole, alle pause, ai silenzi e alle sfumature.»
Che ruolo hanno avuto i tuoi musicisti nel dare forma
al disco?
«Un ruolo enorme. Un disco come questo non poteva
essere soltanto il risultato delle mie idee: aveva bisogno di persone capaci di
entrare nelle canzoni e interpretarle.
Ho avuto la fortuna di lavorare con musicisti e
artisti che hanno portato sensibilità diverse nel progetto: Ferruccio Spinetti,
Ernesto Marciante, Fabrizio Bosso, i Flowing Chords di Margherita Flore e
Valter Sivilotti per gli archi di “Scivola”. Ognuno ha lasciato una traccia
precisa.
La produzione e gli arrangiamenti sono partiti da me e da Vincenzo Cristallo, ma poi le canzoni hanno iniziato a vivere anche attraverso gli altri. È questa, secondo me, una delle cose più belle della musica: scrivi qualcosa che nasce dentro di te e poi, quando la affidi ad altri, scopri che può diventare qualcosa di diverso e forse persino più grande di quello che avevi immaginato.»
Dal tuo esordio con “È alba” sono passati quasi
vent’anni: che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere e di vivere la musica?
«È cambiato soprattutto il rapporto con il bisogno di
dimostrare qualcosa. Quando ho iniziato ero molto più concentrata sulla
necessità di costruire, di affermarmi, di trovare una mia identità. Oggi sento
di avere meno bisogno di dimostrare e più bisogno di essere autentica.
Anche la scrittura è diventata più essenziale. Forse
perché con il tempo ho imparato che non tutto deve essere spiegato e che, a
volte, una pausa può dire più di una frase.
In quasi vent’anni ho attraversato esperienze diverse, ho incontrato persone, musicisti, palchi e situazioni che mi hanno cambiata. Ma la cosa che è rimasta è il bisogno di trasformare quello che vivo in musica. Quello non è mai cambiato. È cambiato il modo in cui ascolto ciò che mi accade.»
Guardando al percorso fatto fin qui, quali sono le esperienze che hanno lasciato un segno profondo nella tua identità artistica?
«Sono tante e non credo sia possibile separare
completamente la persona dall’artista. Gli incontri umani hanno avuto un peso
enorme, così come le esperienze professionali.
Aver condiviso il palco con artisti come Gino Paoli,
Danilo Rea, Paola Turci, Mario Venuti e la PFM, oppure aver collaborato con
Mogol, sono state esperienze importanti, ma altrettanto importanti sono state
le situazioni più intime, quelle in cui magari ho dovuto attraversare una
difficoltà o accettare un cambiamento.
Anche le cadute hanno contribuito a costruire la mia
identità. Penso a “Fidarsi”, per esempio, che nasce proprio dal momento in cui
la paura ha smesso di essere un rifugio, oppure a “Scivola”, che parla della
necessità di lasciare andare ciò che non posso più riparare.
Forse il segno più profondo lo hanno lasciato proprio quelle esperienze che mi hanno costretta a cambiare prospettiva. La musica è arrivata dopo, a dare loro una forma.»
Che ruolo ha avuto la musica quando eri piccola? Quali
sono i tuoi ricordi da bambina?
«La musica è arrivata molto presto. Da bambina ho
iniziato a studiare pianoforte e credo che già allora ci fosse qualcosa che mi
portava naturalmente verso quel mondo. Il pianoforte è stato il primo modo che
ho avuto per entrare in relazione con il suono, ma anche per stare da sola con
i miei pensieri.
Crescendo ho poi incontrato il canto e quella è
diventata una parte sempre più importante del mio percorso, fino al diploma nel
2005 e, qualche anno dopo, all’esordio con “È alba”.
Se penso alla bambina che ero, mi piace immaginarla semplicemente davanti a un pianoforte, ancora inconsapevole di quanto la musica sarebbe diventata importante nella sua vita. Non so se allora avrei potuto immaginare che quasi vent’anni dopo sarei stata qui a raccontare un disco come “A mente scalza”. So però che quella bambina aveva già iniziato ad ascoltare il mondo con molta attenzione. E forse è ancora quello che cerco di fare oggi, soltanto con strumenti diversi.»

