Coltivare i legami nell’età adulta non è un automatismo, ma una scelta quotidiana di presenza, tempo e cura. Nasce da questa consapevolezza profonda – e da un incontro a Formia tra due amiche partite da Roma e Napoli – "A metà strada", il nuovo singolo della cantautrice Titta.
Con un percorso artistico solido che unisce la
formazione teatrale alla potenza della parola (riconosciuta con la vittoria del
Premio Mogol come miglior autore per il brano Ostaggi), l’artista firma una
traccia intima e al tempo stesso universale. Il brano, che anticipa il concept
album “FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate”, è accompagnato da un
videoclip d'animazione realizzato dalla stessa cantautrice attraverso l'uso
creativo dell’intelligenza artificiale.
In questa intervista, Titta ci racconta l’urgenza emotiva dietro al nuovo singolo, le contaminazioni musicali che ne guidano la scrittura e i prossimi progetti tra musica, palcoscenico e ricerca espressiva.
In "A metà strada" metti a fuoco quell'equilibrio precario tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando, rivendicando anche il valore dell'imperfezione: da quale urgenza personale è nato questo nuovo singolo e cosa rappresenta nel tuo percorso artistico?
A Metà Strada è nata da un'esigenza molto
concreta: riuscire a vedere un'amica. Ma anche da una riflessione che mi
accompagna da tempo, quella sulla difficoltà di coltivare le relazioni quando
si diventa adulti, continuando a viverle con piacere, presenza e cura.
Io vivo a Roma, una città meravigliosa ma
talmente grande che a volte diventa complicato persino organizzare un incontro
con qualcuno che abita nella tua stessa città. Molti dei miei affetti, poi,
sono rimasti a Firenze, la città da cui provengo, mentre la mia amica Laura
vive e lavora a Napoli. Insomma, nella mia vita le distanze, anche quelle
apparentemente piccole, sono una presenza piuttosto costante.
Un giorno io e Laura abbiamo deciso di cercare
letteralmente un punto a metà strada tra Roma e Napoli e, seguendo le fermate
del treno regionale, siamo finite a Formia. È lì, al tavolino di un bar, in un
lunedì pomeriggio, che è nata la canzone.
Ma quella metà strada geografica è diventata
presto una riflessione molto più ampia. Crescendo mi sono resa conto che le
relazioni non si mantengono da sole, nemmeno quando c'è un affetto profondo.
Tra lavoro, responsabilità, impegni e vite che prendono direzioni diverse,
continuare a far parte della vita dell'altro richiede una scelta consapevole.
E credo che a volte i rapporti non finiscano
perché viene meno l'amore, l'amicizia o il rispetto, ma semplicemente perché,
senza neanche accorgercene, smettiamo di prendercene cura. Oppure perché è
sempre una sola persona a percorrere tutta la distanza, finché un giorno si
stanca.
Artisticamente, A Metà Strada rappresenta proprio questo desiderio di partire da un'esperienza personale per raccontare qualcosa di universale. Perché alla fine non credo che la difficoltà più grande sia trovare il tempo per vedersi, ma continuare a scegliere di esserci.
Il brano vive di immagini
nitide ed evocative: a quale concept visivo si ispira il videoclip di "A
metà strada" e come traduce in immagini il senso del brano?
Per questo videoclip ho scelto di raccontare la
storia attraverso l'animazione, utilizzando anche strumenti di intelligenza
artificiale. Mi interessava creare qualcosa che avesse la leggerezza e la
dimensione quasi fiabesca di un cartone animato, senza però perdere il legame
con la storia reale da cui nasce la canzone.
Le protagoniste siamo io e Laura, rappresentate
come due personaggi animati. Partiamo da due città diverse, Roma e Napoli,
affrontiamo due viaggi differenti, saliamo su due treni e alla fine ci
ritroviamo a Formia.
Mi piaceva l'idea di rendere visibile quella
distanza che normalmente, nelle relazioni, non vediamo: i chilometri, il tempo,
l'attesa, la scelta di mettersi in viaggio. E soprattutto volevo che entrambe
le protagoniste fossero in movimento, perché il significato della canzone è
proprio questo: non può essere sempre una sola persona a percorrere tutta la
strada.
L'animazione mi ha permesso di raccontare una storia quotidiana attraverso un linguaggio più poetico, quasi sospeso tra realtà e immaginazione. Perché, in fondo, anche un semplice incontro tra due amiche può diventare una piccola avventura quando entrambe decidono che vale la pena partire.
Nel tuo sound si incontrano
cantautorato, sfumature pop e un'attitudine espressiva diretta e senza filtri:
quali sono i riferimenti e gli ascolti che hanno forgiato maggiormente la tua
identità musicale?
Sono cresciuta ascoltando artisti molto diversi
tra loro. Da una parte il grande cantautorato italiano, con Guccini e
Vecchioni, dall'altra interpreti straordinarie come Mia Martini, capaci di
trasformare una canzone in un'esperienza emotiva quasi fisica.
Poi ci sono Amy Winehouse, Lady Gaga e, tra gli
artisti italiani più contemporanei, Ultimo e Arisa.
Credo che quello che mi accomuna a questi
ascolti, più che un genere musicale preciso, sia la ricerca di autenticità. Mi
affascinano gli artisti che hanno il coraggio di esporsi, di raccontare anche
ciò che è scomodo, contraddittorio o poco elegante.
Nel mio caso, probabilmente anche per la mia
formazione teatrale, il testo ha sempre avuto un ruolo centrale. A volte
persino troppo, almeno secondo alcuni professionisti del settore che negli anni
mi hanno invitata a dare maggiore spazio alla componente musicale e agli
arrangiamenti.
È un'osservazione su cui sto lavorando: mi piace sperimentare, cercare sonorità più contemporanee e lasciare che anche la musica diventi parte attiva della narrazione. Ma credo che evolversi non debba significare necessariamente allontanarsi da ciò che si è. La mia sfida è trovare un equilibrio tra la voglia di crescere artisticamente e il desiderio di continuare a riconoscermi nelle mie canzoni.
Dal primo approccio al canto
alla scoperta della forma canzone: come e quando è iniziata la tua passione
viscerale per la musica?
Avevo sei anni quando ho iniziato a cantare nel
coro della chiesa. Ero piccolissima, ma ricordo ancora quella sensazione
meravigliosa di far parte di qualcosa di più grande di me, di scoprire che
tante voci diverse potevano diventare una cosa sola e, ancora di più, che la
mia voce poteva essere ascoltata.
Il teatro è arrivato qualche anno dopo e per
molto tempo è stato il mio linguaggio espressivo principale. Ho studiato,
lavorato, insegnato, vissuto esperienze molto diverse, ma la musica è sempre
rimasta lì, come una presenza costante.
La scoperta della scrittura di canzoni, invece, è
arrivata relativamente tardi, intorno ai trentadue anni. E forse proprio perché
non ero più giovanissima, quando ho cominciato avevo già accumulato una
quantità enorme di storie, domande ed esperienze che chiedevano di essere
raccontate.
Una delle emozioni più grandi è arrivata con
Ostaggi, il brano che mi ha fatto vincere il Premio Mogol come miglior autore.
È stato un riconoscimento particolarmente significativo perché, più ancora
della voce o dell'interpretazione, premiava proprio le parole.
A volte penso che a sei anni abbia scoperto il potere dell'ascolto. Molti anni dopo ho capito che forse avevo davvero qualcosa da raccontare.
Guardando al panorama
contemporaneo italiano, con quale artista ti piacerebbe collaborare o
condividere un brano, e quale affinità senti con il suo mondo?
Se potessi esprimere tre desideri, probabilmente
sceglierei Arisa, Ultimo e Alfa, in quest'ordine. Per ragioni diverse, ma tutte
molto legate al mio modo di vivere la musica.
Arisa è un'artista che ammiro profondamente per
la sua capacità interpretativa. Credo abbia una sensibilità fuori dal comune,
di quelle che non si possono insegnare. Ha il dono di prendere una canzone e
farla diventare qualcosa di profondamente suo, riuscendo a trasmettere emozioni
anche attraverso una singola sfumatura della voce. Mi affascina quella capacità
di arrivare così in profondità senza bisogno di strafare.
Ultimo, invece, mi conquista soprattutto per la
scrittura. Trovo che abbia una capacità straordinaria di dare parole a emozioni
e pensieri nei quali è facilissimo riconoscersi. Ci sono canzoni che ascolto e
penso: “Ecco, era esattamente questo che sentivo, ma non sarei riuscita a dirlo
così”. Credo sia uno dei regali più belli che possa fare un cantautore:
riuscire a raccontare qualcosa di così personale da farlo diventare,
paradossalmente, universale.
E poi c'è Alfa, che considero una delle voci più
interessanti della nuova generazione. Mi piace la qualità della sua scrittura,
la freschezza del suo linguaggio e soprattutto la capacità di affrontare anche
temi profondi attraverso una musica luminosa, senza rinunciare alla sostanza.
Credo che oggi sia molto più facile raccontare il
dolore che la felicità senza rischiare di sembrare banali. La tristezza ha
quasi naturalmente una sua profondità narrativa, mentre raccontare la gioia, la
speranza o la leggerezza in modo credibile richiede una sensibilità
particolare. E trovo che Alfa riesca spesso a farlo con intelligenza e
autenticità.
In fondo, credo che questi tre artisti
rappresentino tre aspetti che cerco continuamente anche nel mio lavoro:
l'emozione che passa attraverso la voce, la verità che passa attraverso le
parole e il coraggio di raccontare anche la luce, non soltanto le ombre.
Con "A metà strada"
in rotazione e sulle piattaforme, quali sono i tuoi prossimi traguardi tra
palchi, nuova musica e progetti a lungo termine?
In questo momento sto vivendo una parentesi un
po' particolare: mi sono trasferita temporaneamente in Egitto per trascorrere
alcuni mesi insieme al mio compagno che vive e lavora qui. Ho quindi messo in
pausa l'attività live, ma non quella creativa, anzi!
Sto approfittando di questo periodo per scrivere
uno spettacolo costruito intorno alle mie canzoni. Il mio desiderio è portare
sul palco qualcosa che non sia semplicemente un concerto, ma un'esperienza in
cui possano convivere musica, teatro e racconto, le tre anime che da sempre
caratterizzano il mio percorso.
Conto di riprendere l'attività dal vivo al mio
rientro in Italia, indicativamente da dicembre, al massimo gennaio.
Nel frattempo continua il percorso discografico
di FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate, il concept album a cui sto
lavorando. Ogni brano è idealmente una stella che racconta una diversa
sfaccettatura dell'esperienza umana e che, insieme alle altre, contribuisce a
disegnare una costellazione.
Tra le prossime uscite c'è anche Neurodivertente,
un brano che affronta il tema della neurodivergenza con ironia e autoironia,
con un titolo nato addirittura da un errore di battitura.
E poi c'è un'altra avventura creativa che mi sta
appassionando moltissimo: l'intelligenza artificiale. Ho cominciato a
sperimentare da autodidatta, senza seguire corsi, semplicemente lasciandomi
guidare dalla curiosità, facendo tentativi, sbagliando e imparando strada
facendo. Ed è così che sto realizzando personalmente i videoclip di A Metà
Strada e Neurodivertente, due progetti visivamente molto diversi, ma entrambi
nati dalla voglia di trasformare in immagini quello che avevo immaginato
scrivendo le canzoni.
Trovo affascinante pensare che l'intelligenza
artificiale non debba essere necessariamente considerata una nemica della
creatività, ma possa diventare anche una sua alleata. È uno strumento
potentissimo, che permette di dare forma a idee che fino a poco tempo fa,
soprattutto per un'artista indipendente, sarebbero state difficili da
realizzare senza grandi risorse economiche o tecniche.
Naturalmente lo strumento da solo non basta:
bisogna avere qualcosa da raccontare, uno sguardo personale e la pazienza di
continuare a sperimentare finché quello che si vede non assomiglia davvero a
quello che si aveva in mente. Io sto imparando e spero di diventare sempre più
brava, ma questa possibilità di esplorare nuovi linguaggi mi entusiasma
enormemente.
Il traguardo più grande, però, resta riuscire a
dare a questo progetto una vita che vada oltre le piattaforme digitali. Vorrei
che le canzoni diventassero anche incontri, spettacoli, occasioni di confronto.
Che continuassero, insomma, a raccontare storie anche dopo aver smesso di
suonare.


