Libri, Valentina Meloni presenta "Aislinn e il segreto di Roseberry Wood": quando la natura diventa una voce da ascoltare. L'intervista di Fattitaliani



di Giovanni Zambito - Con Aislinn e il segreto di Roseberry Wood, pubblicato da AG Book Publishing, Valentina Meloni ci accompagna in un viaggio delicato e suggestivo, dove la natura custodisce segreti e ogni incontro può rivelare qualcosa di prezioso. Attraverso lo sguardo sensibile di Aislinn, il romanzo esplora il legame profondo tra esseri umani e natura, il valore dell’ascolto e la forza dei legami invisibili. In questa intervista, l’autrice ci racconta la nascita della storia, le sue ispirazioni e il messaggio che desidera trasmettere ai lettori.

In Aislinn e il segreto di Roseberry Wood, la natura non è soltanto uno sfondo, ma una presenza viva, capace di custodire memorie e suggerire risposte. Da dove nasce il desiderio di raccontare questo dialogo profondo tra esseri umani, alberi, animali e luoghi?

La natura è stata la mia prima casa, molto prima che imparassi a raccontarla. Sono cresciuta in campagna, in mezzo agli alberi, alle piante e agli animali di una piccola fattoria. Trascorrevo fuori gran parte delle mie giornate e quel mondo, che allora era semplicemente la mia vita, è diventato col tempo una parte profonda di me. Ancora oggi, nei momenti in cui le difficoltà dell’esistenza adulta mi fanno perdere l’orientamento, torno con la memoria a quell’infanzia: è come se la bambina che sono stata sapesse ancora indicarmi la strada per ritrovare me stessa.

Crescendo, mi sono resa conto che molti bambini hanno sempre meno occasioni di vivere un’esperienza simile. Non tutti possono trascorrere le giornate all’aperto, conoscere gli animali da vicino, esplorare un prato o costruire un rapporto familiare con un albero. La tecnologia offre possibilità straordinarie, ma temo che, quando occupa troppo spazio nella vita quotidiana, possa allontanarci dall’esperienza diretta dei luoghi e dalla scoperta lenta del mondo.

Con la storia di Aislinn ho voluto restituire qualcosa di quel mio mondo d’infanzia. Non per idealizzare la campagna o immaginare una natura sempre accogliente, ma per raccontare quanto possa essere importante crescere sentendosi parte di ciò che ci circonda. Aislinn ascolta gli alberi e gli animali perché possiede una sensibilità che le permette di entrare in relazione con loro; in qualche modo, attraverso di lei, ho dato spazio anche a quella parte di me che non ha mai smesso di cercare nella natura conforto, domande e risposte.

Forse è proprio questo che vorrei arrivasse ai giovani lettori: la possibilità di riscoprire una vicinanza che non ha bisogno di grandi parole, ma di tempo e attenzione. Perché a volte, quando ci allontaniamo troppo da ciò che ci circonda, sono proprio un albero, un animale o un luogo dell’infanzia a ricordarci chi siamo.

Aislinn è una bambina che sa ascoltare ciò che gli altri non riescono a sentire e intraprende un viaggio alla ricerca del padre e della propria voce. In che modo il suo percorso interiore si intreccia con il tema dell’ascolto? E quanto è importante, oggi, insegnare ai bambini a dare valore alla propria sensibilità?

Credo che il percorso interiore di Aislinn nasca proprio da una forma di ascolto che gli adulti, spesso, hanno dimenticato: quello che non passa necessariamente attraverso le parole, ma attraverso le sensazioni, gli sguardi, i silenzi e il rapporto profondo con la natura.

Aislinn è una bambina che fatica a trovare la propria voce nel mondo degli adulti, un mondo che sembra misurare la comunicazione soltanto attraverso le parole pronunciate. Eppure lei ascolta moltissimo. Ascolta gli alberi, riconosce le vibrazioni del vento, percepisce ciò che si nasconde dietro i silenzi delle persone che ama. Il suo legame con Calvo, il vecchio tassodio a cui confida i propri pensieri, rappresenta uno spazio di fiducia in cui non è costretta a giustificarsi, né a essere diversa da ciò che è.

La ricerca del padre diventa così anche una ricerca di sé. Aislinn deve attraversare le proprie paure, confrontarsi con i segreti degli adulti e trovare il coraggio di avvicinarsi a ciò che desidera conoscere. La bussola che trova durante il suo viaggio assume, in questo senso, un valore simbolico: non indica soltanto una direzione geografica, ma la possibilità di trovare la propria strada, seguendo una voce interiore che ha sempre cercato di farsi sentire.

Attraverso questa storia ho voluto riflettere anche sul modo in cui gli adulti si rapportano alla sensibilità dei bambini. Talvolta, di fronte a un comportamento che non comprendiamo, siamo portati a correggerlo, a interpretarlo immediatamente come un problema, anziché fermarci ad ascoltare. Ma ogni bambino ha i propri tempi, il proprio modo di comunicare e un mondo interiore che merita rispetto. Questo non significa ignorare le sue difficoltà, bensì accompagnarlo senza trasformare la diversità in una colpa.

Credo che oggi sia fondamentale insegnare ai bambini a riconoscere il valore della propria sensibilità, senza farli sentire fragili o inadeguati. Essere sensibili non significa essere deboli: significa saper cogliere sfumature, accorgersi di ciò che spesso passa inosservato, entrare in relazione con gli altri e con il mondo in modo autentico. È una risorsa che va custodita, non soffocata.

Mi piacerebbe che i piccoli lettori, attraverso Aislinn, imparassero a non vergognarsi del proprio modo di essere e che gli adulti si ricordassero di una cosa essenziale: prima di chiedere a un bambino di parlare, dovremmo imparare ad ascoltarlo. A volte, per aiutarlo a trovare la sua voce, è sufficiente offrirgli uno spazio in cui non abbia paura di essere sé stesso.

Nel romanzo compaiono elementi fortemente evocativi, come l’antico tassodio, la gatta enigmatica, il volo delle garzette e la barca che emerge dalla nebbia. Che significato hanno queste presenze nella storia? C’è un luogo, un animale o un incontro che ha ispirato in modo particolare la costruzione del mondo di Roseberry Wood?

Molte delle presenze che abitano Roseberry Wood nascono dal mio modo di guardare la natura, ma c’è un episodio in particolare a cui sono molto legata e che ho raccontato nel capitolo Il primo giorno di primavera. È un’esperienza realmente vissuta, mentre ero in compagnia dei miei gattini, che ha lasciato in me una traccia profonda: un sogno lucido in cui potevo volare, attraversare gli elementi e sentirmi parte del tutto. Più che un semplice sogno, è stata un’esperienza di libertà e di appartenenza, come se per un momento fossero venuti meno i confini tra me e il mondo. Ho voluto custodire quella sensazione nella storia di Aislinn, perché appartiene a una dimensione della sensibilità che mi è molto cara.

Ci sono poi presenze che mi accompagnano da sempre, anche nella vita adulta. Penso ai Tassodi sulle sponde del Lago Trasimeno, che vado spesso a trovare, o alle garzette che posso osservare lungo le rive. E poi ci sono i gatti, che continuano ad accompagnarmi, proprio come facevano durante la mia infanzia. Anche Milù, nel romanzo, porta con sé il ricordo di una gatta che ho conosciuto da bambina.

Un posto speciale spetta alla grande quercia che si trova nella campagna dei miei genitori. È una presenza a cui sono profondamente legata, una sorta di confidente silenziosa, alla quale affido nel romanzo un ruolo centrale. Ci sono alberi che, a forza di frequentarli, smettono di essere soltanto alberi: diventano punti di riferimento, luoghi interiori, presenze con cui si costruisce nel tempo una relazione fatta di silenzi e di pensieri affidati al vento.

Mi piace pensare che la realtà custodisca esperienze che non sempre riusciamo a spiegare fino in fondo, ma che continuano a vivere dentro di noi, trasformandosi lentamente in immagini, emozioni e storie. È quello che è accaduto con il sogno raccontato nel capitolo Il primo giorno di primavera: un’esperienza personale è entrata nel mondo di Aislinn, intrecciandosi con la sua sensibilità e con la sua capacità di cogliere ciò che agli altri può sfuggire.

Nel romanzo, il Tassodio Calvo, la gatta Milù, il volo delle garzette e la barca che emerge dalla nebbia non sono semplici elementi decorativi. Ognuno porta con sé una presenza, una memoria, una possibilità di ascolto. Attraverso di loro, la natura sembra suggerire che non tutto debba essere spiegato immediatamente e che alcuni incontri possano lasciarci domande e intuizioni destinate a maturare nel tempo.

Roseberry Wood è un luogo immaginario, ma le emozioni che lo attraversano sono reali. Attraverso questo mondo ho voluto restituire anche il senso di meraviglia della mia infanzia, quando la natura non era soltanto qualcosa da osservare, ma una realtà di cui mi sentivo parte. È forse questo il legame più profondo tra la mia esperienza e la storia di Aislinn: la possibilità di sentirsi in relazione con il mondo, fino a percepire, anche solo per un istante, che il confine tra noi e ciò che ci circonda può diventare sottilissimo.

La sua produzione letteraria è caratterizzata da un forte legame con la natura e da una particolare attenzione alla dimensione poetica, evidente anche nella sua esperienza con gli haiku. In che modo la sua sensibilità poetica ha influenzato la scrittura di questo romanzo? Ha cercato di trasferire nella narrazione la stessa capacità di cogliere l’essenziale che contraddistingue la forma breve dell’haiku?

La poesia è il mio modo di guardare il mondo, e credo che questo sguardo accompagni tutta la mia scrittura, anche quando mi allontano dalla forma breve per dedicarmi a un romanzo. Nel mio percorso poetico gli alberi hanno sempre avuto un posto speciale: sono stati fonte d’ispirazione per molte mie poesie, presenze con cui instaurare un dialogo silenzioso, capaci di evocare il tempo, la memoria, la resistenza e il senso profondo dell’appartenenza alla natura.

Questo legame non si esprime soltanto nella mia scrittura, ma anche nel mio lavoro di curatrice e traduttrice. Sul mio sito, attraverso il progetto Poesie sull’albero, mi occupo proprio di poesia dedicata agli alberi e alla natura, cercando di dare spazio a voci e sensibilità diverse. Nel blog Quelli che parlano agli alberi, seguito da una comunità di circa cinquantamila fan, porto avanti invece un percorso di riflessione e condivisione sulla relazione tra esseri umani e mondo naturale. Sono esperienze che, in modi diversi, testimoniano quanto mi stia a cuore recuperare un rapporto autentico con ciò che vive intorno a noi.

La mia esperienza con gli haiku ha approfondito ulteriormente questo modo di osservare. Mi ha insegnato a prestare attenzione a ciò che spesso sfugge, a cogliere la vita nascosta in un dettaglio, a riconoscere in un gesto, in un suono o in un elemento naturale qualcosa che va oltre la sua semplice apparenza. Scrivere haiku significa, per me, imparare a sostare davanti alle cose senza avere fretta di interpretarle. Una foglia, il volo di un uccello, il vento tra i rami possono racchiudere un’emozione o aprire una domanda senza bisogno di essere spiegati.

Ho cercato di portare questo atteggiamento anche in Aislinn e il segreto di Roseberry Wood: lasciare che la natura non fosse soltanto uno sfondo, ma potesse agire nella storia, suggerire significati, custodire memorie e diventare parte viva dell’esperienza interiore dei personaggi.

Naturalmente, un romanzo richiede un respiro diverso da quello di un haiku. Ci sono una trama da sviluppare, personaggi da accompagnare nella loro crescita, misteri da svelare e relazioni che hanno bisogno di tempo per maturare. Non ho cercato, quindi, di trasferire nella narrazione la brevità della forma poetica, quanto piuttosto il suo modo di guardare: dare valore alle pause, ai silenzi, alle immagini capaci di evocare senza spiegare tutto.

Penso, per esempio, al Tassodio Calvo, alla presenza enigmatica di Milù, al volo delle garzette o alla barca che emerge dalla nebbia. Sono elementi che appartengono concretamente al mondo narrativo, ma portano con sé anche una risonanza emotiva. Non sono semplici decorazioni: ciascuno custodisce un legame, un ricordo o una possibilità di incontro tra il mondo interiore dei personaggi e quello naturale.

C’è poi un aspetto che considero fondamentale nella mia scrittura che è stato definito recentemente “incantismo”: la capacità di meravigliarsi. La poesia mi ha insegnato a non dare per scontato ciò che mi circonda, e vorrei che anche Aislinn conservasse questo sguardo. La sua sensibilità le permette di percepire legami che gli altri non vedono, di ascoltare ciò che non viene detto e di riconoscere nella natura una presenza con cui entrare in relazione.

In questo senso, credo che il mio percorso poetico, il lavoro di curatela e traduzione e l’esperienza con gli haiku confluiscano nel romanzo in un medesimo desiderio: raccontare la possibilità di ritrovare una relazione più profonda con il mondo vivente. Restituire l’essenziale non significa, per me, rinunciare alla ricchezza della narrazione, ma cercare uno sguardo capace di andare in profondità. Perché a volte una singola immagine può contenere un intero mondo, e un albero, se impariamo davvero ad ascoltarlo, può diventare molto più di un albero: una presenza, un interlocutore, un modo per ritrovare noi stessi.

In una società che spesso premia la velocità e la ricerca di risposte immediate, Aislinn e il segreto di Roseberry Wood sembra invitare a rallentare e ad accogliere il mistero. Quale ruolo può avere la letteratura per ragazzi nel recuperare un rapporto più autentico con il tempo, con le emozioni e con il mondo naturale?

Credo che la letteratura per ragazzi abbia oggi una responsabilità importante: offrire ai giovani lettori uno spazio in cui non tutto debba essere immediato, spiegato o consumato rapidamente. Viviamo in una società che ci abitua a cercare risposte prima ancora di aver avuto il tempo di formulare le domande. La letteratura, invece, può educarci all’ascolto, alla consapevolezza delle emozioni e all’accettazione di ciò che ancora non conosciamo.

Con Aislinn e il segreto di Roseberry Wood ho cercato di raccontare proprio la necessità di entrare in relazione con sé stessi e con ciò che ci circonda. Aislinn è una bambina dalla sensibilità particolare, che percepisce il mondo in maniera diversa e deve compiere un percorso per trovare il proprio posto. La sua storia ci ricorda che non tutte le risposte arrivano attraverso le parole: talvolta bisogna imparare a riconoscere i silenzi, le emozioni che non sappiamo nominare e quei segnali sottili che rischiamo di trascurare.

Penso che i libri possano accompagnare i bambini nella scoperta del proprio mondo interiore. Non devono necessariamente offrire soluzioni o impartire insegnamenti: possono porre domande, aprire possibilità, permettere ai lettori di riconoscersi nei personaggi e di esplorare sentimenti che magari non saprebbero ancora esprimere. Anche il mistero ha un valore prezioso, perché ci invita ad accogliere l’incertezza senza avvertirla come qualcosa da eliminare. Non tutto deve essere svelato immediatamente; alcune esperienze hanno bisogno di sedimentare dentro di noi.

C’è poi il rapporto con la natura, che considero essenziale. Sono cresciuta in campagna, fra alberi, piante e animali, e so quanto quell’esperienza abbia contribuito a formare il mio sguardo. Il contatto con il mondo naturale ci insegna a riconoscere i ritmi delle stagioni, ad attendere la fioritura di una pianta, a osservare un animale senza pretendere che si avvicini. La natura non si adegua alle nostre aspettative: ci educa alla pazienza, al rispetto e alla meraviglia, ricordandoci che siamo parte di qualcosa di più grande di noi.

Oggi molti bambini hanno meno occasioni di vivere un rapporto quotidiano e diretto con l’ambiente naturale, mentre trascorrono una parte significativa del loro tempo davanti agli schermi. Non credo sia necessario contrapporre la tecnologia alla natura, quanto piuttosto preservare occasioni di esperienza autentica: uscire, esplorare, sporcarsi le mani, osservare un albero, inventare una storia a partire da ciò che si incontra. La letteratura può diventare una soglia verso queste esperienze, accendere una curiosità che il bambino porterà poi fuori dal libro, nel mondo reale.

Mi piacerebbe che, chiudendo il mio romanzo, i giovani lettori sentissero il desiderio di guardare con occhi nuovi ciò che li circonda, di prestare attenzione a una presenza prima ignorata, di ascoltare meglio sé stessi e gli altri. E mi piacerebbe che anche gli adulti, attraverso Aislinn, ricordassero che accompagnare un bambino non significa sempre guidarlo verso una risposta: qualche volta significa camminargli accanto, rispettando i suoi tempi e il suo modo di sentire.

In fondo, la letteratura per ragazzi può aiutarci a custodire qualcosa di prezioso: la capacità di meravigliarci, di sentire profondamente e di riconoscere che il mondo non è soltanto un luogo da attraversare, ma una realtà viva con cui possiamo ancora entrare in relazione.

Il romanzo si rivolge tanto ai giovani lettori quanto agli adulti che conservano la capacità di meravigliarsi. Quale messaggio spera che rimanga a chi terminerà la lettura? E, soprattutto, che cosa vorrebbe che i lettori imparassero ad ascoltare, dentro e fuori di sé, dopo aver accompagnato Aislinn nel suo viaggio?

Mi piacerebbe che, arrivati all’ultima pagina, i lettori conservassero dentro di sé qualcosa della meraviglia che accompagna Aislinn nel suo viaggio. Non tanto una risposta definitiva ai misteri che incontra, quanto il desiderio di continuare a interrogare il mondo, di guardarlo senza dare nulla per scontato e di riconoscere che esistono forme di conoscenza che non passano soltanto attraverso la ragione e le parole.

Aislinn intraprende un viaggio alla ricerca del padre, ma, in fondo, sta cercando anche sé stessa. La sua difficoltà a esprimersi non le impedisce di sentire profondamente, di costruire legami e di intuire ciò che agli altri sfugge. Vorrei che la sua storia ricordasse ai bambini che non devono necessariamente assomigliare agli altri per trovare il proprio posto nel mondo, e che la propria voce può manifestarsi in molti modi, anche prima di riuscire a diventare parola. A volte occorre soltanto incontrare qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare né pretendere risposte immediate.

Agli adulti, invece, augurerei di ritrovare la capacità di avvicinarsi al mondo dei bambini con maggiore disponibilità e meno certezze. Spesso siamo così preoccupati di interpretare, correggere e spiegare ogni cosa da dimenticare che, prima di comprendere, dovremmo concederci il tempo di osservare. Non sempre ciò che non capiamo è qualcosa da temere; qualche volta è semplicemente una porta che non abbiamo ancora imparato ad aprire.

E poi c’è la natura, che nel romanzo accompagna Aislinn come una presenza viva. Vorrei che i lettori, dopo averla incontrata attraverso i suoi occhi, sentissero il desiderio di avvicinarsi a un albero, di osservare il volo di un uccello, di fermarsi ad ascoltare il vento tra le foglie. Non per cercare necessariamente un messaggio nascosto in ogni cosa, ma per riscoprire il valore di una relazione che non ha bisogno di essere sempre spiegata o resa utile. Siamo parte del mondo vivente, e forse abbiamo bisogno di ricordarcene più spesso.

C’è infine qualcosa che mi piacerebbe affidare soprattutto agli adulti: non perdere del tutto la bambina o il bambino che siamo stati. Quella parte di noi capace di immaginare che dietro un sentiero possa nascondersi un segreto, che un albero possa diventare un confidente, che la nebbia possa custodire qualcosa che ancora non conosciamo. La crescita non dovrebbe costringerci a rinunciare alla meraviglia, ma aiutarci a riconoscerla in forme sempre nuove.

Se Aislinn e il segreto di Roseberry Wood riuscisse a lasciare nei lettori una piccola traccia di questo sguardo, ne sarei felice. Perché credo che ascoltare significhi anche questo: imparare a fare spazio a ciò che è diverso da noi, dentro e fuori di noi, senza avere fretta di dargli un nome. E scoprire che, qualche volta, proprio quando smettiamo di pretendere che il mondo ci parli nella nostra lingua, cominciamo finalmente a sentirlo.

 
Fattitaliani

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