Dosolina Rapacchietta, autrice di pubblicazioni varie in ambito sanitario e con una formazione in Psicologia Clinica, è anche l’autrice di "L'Uomo dell'Organetto" per la casa editrice Carabba, un romanzo biografico di profonda risonanza psicologica, che traccia l'evoluzione esistenziale e artistica del Maestro Rapacchietta Fanciullo sullo sfondo storico e culturale dell'Italia dal 1915 a oggi.
L’opera, nata da una lunga ricerca basata su testimonianze dirette e accesso ad archivi, esplora la neuroplasticità indotta dalla musica, svelando come l’esperienza sonora e l’atto esecutivo rimodellino i circuiti neurali per attivare processi di regolazione emotiva.
In un legame indissolubile tra memoria, identità della musica folcloristica e paesaggio abruzzese, l'aspetto musicale non è quindi mero sfondo, bensì il motore psicologico del protagonista: l'organetto diventa il suo rifugio catartico e un antidoto melodico contro le atrocità del regime nazifascista. L'adesione alla Resistenza e la successiva prigionia non costituiscono altro che una fase di forzata introspezione da cui è scaturita la sua resilienza, successivamente cristallizzata nella sua musica indelebile e culminata nella carriera di “Seminatore D’Oro” di talenti e di musiche e divulgatore della musica abruzzese con organetto oltreoceano.
Dosolina, partiamo con una notizia fresca: presso l'Ambasciata di Francia a palazzo Farnese, a Roma, si è tenuta la premiazione della XIV edizione del Premio Letterario “Angelo Zanibelli - La Parola che cura” nell'ambito della quale il testo di cui sei coautrice "Burnout nelle professioni sanitarie" (Casa Editrice Ambrosiana, Distribuzione esclusiva Zanichelli) ha ricevuto la menzione d'onore della giuria nella categoria Saggistica. Raccontaci.
Ricevere questa menzione d'onore, in una cornice così prestigiosa come Palazzo Farnese, rappresenta un traguardo davvero significativo. Il nostro volume, “Burnout nelle professioni sanitarie”, nasce dall'esigenza urgente di accendere i riflettori su una realtà quotidiana e delicata che colpisce chi, ogni giorno, si prende cura della salute altrui. Chi lavora in ambito sanitario vive spesso condizioni di altissimo stress psicofisico e professionale; a rischio di burnout. Vedere che la giuria nella categoria Saggistica ha colto lo spirito e il valore scientifico e divulgativo del nostro testo ci ripaga dell'immenso lavoro svolto insieme alla Casa Editrice Ambrosiana e a Zanichelli. Dedichiamo questo riconoscimento a tutti i professionisti della salute che non smettono mai di mettersi al servizio degli altri, ricordando che anche chi cura ha bisogno, prima di tutto, di essere ascoltato e tutelato.
Veniamo ora al tuo libro più recente: potremmo dire che l'arte agisce quale vettore capace di trasmutare i periodi bui in periodi di luce e l’armonia può lenire i traumi più profondi e riprogrammare il destino?
Assolutamente sì. L'arte e la creazione artistica agiscono come un vero e proprio processo alchemico e neuropsicologico: offrono una forma espressiva e simbolica a ciò che la mente stenta a verbalizzare, permettendo di integrare e rielaborare il vissuto traumatico, che non vuol dire cancellare la ferita, ma le restituiscono una forma, una bellezza e una narrazione nuova, offrendo alla persona la possibilità concreta di riappropriarsi del proprio destino.
L'organetto viene spesso associato al folklore. Il tuo libro invita invece a guardarlo con occhi diversi. Perché?
Esattamente, il libro invita a superare questo limite concettuale attraverso una triplice lente: sotto il profilo etnomusicologico, l'organetto non è un reperto folkloristico immobile, ma un vero e proprio prolungamento dell'anima e un trasmettitore di memoria storica. Dal punto di vista sociologico, l'organetto è un potente strumento di aggregazione e riscatto sociale, trasformando l'esperienza individuale in un sentimento collettivo e condiviso. Sul piano psicologico, l'organetto agisce come un canale di risonanza emotiva profonda: capace di stimolare la resilienza interiore. Guardarlo con occhi diversi significa quindi restituirgli dignità di strumento universale di cura, memoria ed emancipazione umana.
Quanto è importante che la narrativa contribuisca a preservare il patrimonio culturale e musicale italiano?
È fondamentale, perché la narrativa non si limita a conservare la memoria: la riattiva e le dà vita. Le storie fondate sul patrimonio culturale e musicale offrono alle persone un’ancora identitaria e un senso di appartenenza. In un'epoca spesso frammentata, radicarsi nelle tradizioni e nei suoni della propria terra aiuta a costruire una continuità interiore, che è la base del benessere psicologico e della resilienza emotiva. Credo che la narrativa sia il ponte ideale per sdoganare la musica e il folklore da una visione "da museo". Attraverso la trama, i personaggi e le emozioni, la letteratura trasforma la memoria musicale in una materia viva, capace di parlare al presente e di trasmettere alle nuove generazioni la ricchezza inestimabile del nostro patrimonio culturale. Raccontare la nostra musica significa, in ultima analisi, salvaguardare l'anima collettiva di un popolo.
L'emigrazione è una delle grandi protagoniste del libro. Cosa significava partire dall'Abruzzo nel secolo scorso?
Partire dall'Abruzzo nel secolo scorso significava vivere un’esperienza complessa e dolorosa, caratterizzata da una profonda spaccatura esistenziale e culturale, per migliaia di abruzzesi la partenza non è stata una scelta libera, ma un’urgenza dettata dalla povertà, dall'isolamento geografico e dalle ferite delle guerre o della crisi post-bellica. Significava lasciarsi alle spalle la terra d'origine, le famiglie e una cultura rurale antica per affrontare l'incognita e spesso lo stigma del pregiudizio nei Paesi d'accoglienza (dall'America all'Europa del Nord). Inoltre c’era la paura costante di perdere le proprie radici. In questo contesto di solitudine, la musica, e in particolare l'organetto, diventava molto più di un passatempo. Era il cordone ombelicale con la patria. In sintesi, l'arte rappresentava l'unica vera "casa" da portare sempre con sé.
Frequenti numerose rassegne dedicate all'organetto. Che cosa ti ha sorpresa maggiormente incontrando tanti giovani musicisti?
Incontrare così tanti giovani musicisti in queste rassegne è stata un'esperienza profondamente toccante e, sotto molti aspetti, una rivelazione sorprendente. Ciò che mi ha sorpresa e colpita maggiormente è vedere il ribaltamento dello stereotipo: si tende spesso a pensare all'organetto come a uno strumento "vecchio", legato esclusivamente alla nostalgia dei nonni o al passato rurale. Nei giovani, invece, ho trovato un'energia pulsante, fiera e consapevole. Mi commuove la loro straordinaria libertà creativa. Lo strumento lo vivono con freschezza: fondono ritmi tradizionali con sonorità moderne, jazz, world music, trasformando la memoria in un linguaggio vivo e contemporaneo. Quando questi ragazzi suonano, non si isolano dietro uno schermo. Creano comunità, fanno ballare le persone, riempiono le piazze, generano empatia e contagio emotivo positivo. Incontrarli mi riempie di speranza: dimostra che il nostro patrimonio culturale non si sta estinguendo, ma sta semplicemente fiorendo in nuove mani, capaci di proiettare la nostra memoria direttamente nel futuro.
Qual è il messaggio più importante che speri arrivi ai lettori attraverso questa storia?
Il messaggio più profondo che desidero arrivi ai lettori è che nessun dolore è destinato a rimanere un silenzio sterile, se troviamo il coraggio di trasformarlo in bellezza (come l’arte del kintsugi). Spero che chiunque legga questo libro riscopra la straordinaria forza della resilienza umana, perché la vita può sempre tornare a suonare una nuova, bellissima armonia.
Per concludere, se il Maestro Rapacchietta Fanciullo potesse osservare il mondo musicale di oggi, quale pensi sarebbe la sua reazione?
Se il Maestro Fanciullo Rapacchietta potesse affacciarsi sulla scena musicale di oggi, la sua reazione sarebbe una miscela intensa di sconcerto, orgoglio commosso e feconda provocazione. Un maestro della sua tempra, abituato al valore del sacrificio, alla perfezione artigianale e al peso umano di ogni singola nota, provocherebbe una sottile resistenza di fronte all'omologazione digitale e alla musica "frettolosa" dei nostri tempi. Probabilmente guarderebbe con un pizzico di sospetto i ritmi usa-e-getta dei social media, chiedendosi dove sia finito il tempo dell'ascolto lento e della gestazione emotiva. Il suo cuore, tuttavia, balzerebbe di gioia nel vedere ciò che è accaduto al "suo" strumento. Vedere l'organetto, un tempo ingiustamente relegato a cornice paesana, salire sui grandi palchi internazionali, dialogare con il jazz, la world music e l'elettronica, e soprattutto essere impugnato da giovani talenti con fierezza e maestria, sarebbe per lui la vittoria più grande. Capirebbe che la semina di una vita ha portato frutti inimmaginabili. Da grande Maestro ci ricorderebbe la cosa più importante: «Continuate pure a sperimentare e a spingere il suono verso il futuro, ma non dimenticate mai che l'organetto non suona per mostrare quanto siete bravi: suona per far battere i cuori, per curare le solitudini e per dare voce a chi non ce l'ha. Guardate avanti, ma tenete sempre le radici ben piantate nella terra.»



