Giuliano Bruno e il libro "Una fanciullezza rubata": ritrovare la voce di una madre attraverso la scrittura. L'intervista

Con Una fanciullezza rubata, Giuliano Bruno trasforma i ricordi ascoltati dalla madre in una narrazione che prova a restituire dignità a un’infanzia segnata da povertà, separazioni e silenzi. Nato nel Salento e da oltre trent’anni residente in Germania, l’autore intreccia memoria privata e storia collettiva, dando vita a un libro che è anche un gesto d’amore e un tentativo di incontro tra generazioni.

Una fanciullezza rubata nasce dalla storia di sua madre e dai racconti che lei le ha affidato nel tempo. Quando ha capito che quei ricordi dovevano diventare un libro?

L’idea di scrivere questa storia mi accompagnava da molti anni. Mia madre parlava raramente del proprio passato; quando le circostanze la portavano ad aprirsi, le parole finivano quasi sempre in lacrime. E spesso concludeva con una frase che non ho mai dimenticato: «Della mia vita si dovrebbe scrivere un romanzo». Quelle parole sono rimaste dentro di me. Eppure, per molto tempo, non ho creduto di avere né la capacità né, soprattutto, il diritto di trasformare il suo dolore in un libro. Solo dopo che è venuta a mancare ho compreso che raccontare la sua storia non significava appropriarmi della sua sofferenza, ma impedire che anche la sua voce scomparisse con lei.

Nel descrivere l’opera parla di un atto d’amore, ascolto e riscatto. Che cosa ha significato per lei, come figlio, provare a raccontare la vita di sua madre anche attraverso una voce narrativa immaginata e postuma?

Ho iniziato a scrivere poco dopo la morte di mia madre, mentre affrontavo un dolore che non riuscivo a governare. Scrivere era un modo per non interrompere il filo che ci univa, per trattenerla ancora accanto a me attraverso i ricordi. Ma c’era anche un’urgenza più profonda: non potevo accettare che se ne fosse andata senza che il mondo avesse conosciuto davvero la donna che era stata, la sua forza e le ferite lasciate dall’ingiustizia, dal pregiudizio e dallo stigma. Dare voce ai suoi pensieri, anche immaginando ciò che non aveva potuto raccontare, è stato un gesto delicato e doloroso. In un certo senso, scrivendo, l’ho raggiunta in ogni stagione della sua vita: ho provato ad abbracciare la bambina che era stata, a consolare la donna che aveva sofferto. È stato un atto d’amore, ma anche una forma di cura per me. In quelle pagine abbiamo pianto insieme e, almeno per un istante, ci siamo ritrovati.

La vicenda attraversa povertà, abbandoni, istituti e ferite familiari. Come ha trovato il giusto equilibrio tra la fedeltà alla memoria e la necessità di dare forma letteraria a esperienze così dolorose?

A dire il vero, non mi sono posto il problema di cercare un equilibrio letterario. Una mattina mi sono svegliato con una tristezza così profonda da non sapere dove metterla. Allora ho fatto ciò che facevo da ragazzo quando avevo bisogno di sfogarmi: ho cominciato a scrivere. È stato quasi uno stato di trance. Le parole arrivavano da sole e, rileggendo alcuni passaggi, faticavo persino a riconoscerli come miei. Non avevo esperienza di scrittura né un progetto stilistico preciso: mi guidavano l’istinto e il bisogno di dare forma a ciò che portavo dentro. Ho cercato di restare fedele ai racconti che mia madre mi aveva affidato negli anni, alcuni dei quali avevo anche registrato. Dove la memoria lasciava dei vuoti, la narrazione ha provato a dare voce alle emozioni, senza pretendere di trasformare l’immaginazione in una verità documentata. Prima della letteratura, per me, veniva il rispetto per la sua vita.

Lei vive in Germania da oltre trent’anni e ha lavorato in molti Paesi. In che modo il suo percorso internazionale ha cambiato il rapporto con le radici salentine e con la storia della sua famiglia?

Sono partito dal Salento a ventiquattro anni, portando con me non soltanto la mia terra, ma anche convinzioni e modi di pensare profondamente segnati dall’ambiente in cui ero cresciuto. Vivere in Germania, lavorare in Paesi diversi e confrontarmi con persone di altre culture e in altre lingue mi ha costretto a rimettere in discussione molte certezze. Non è stato sempre facile: riconoscere i propri pregiudizi può fare male, a volte come una pugnalata allo stomaco. Ma è proprio in quei momenti che si cresce. Col tempo ho imparato a guardare le mie origini con occhi nuovi, senza rinnegarle né idealizzarle. L’esperienza internazionale mi ha aperto la mente; le radici salentine hanno continuato a darmi un senso di appartenenza. Oggi sento che le due cose non si escludono: allontanarmi dalla mia terra mi ha aiutato anche a comprenderla meglio, e a leggere la storia della mia famiglia con maggiore consapevolezza e compassione.

Ha tradotto personalmente il libro in tedesco, inglese e spagnolo. Che cosa cambia quando una memoria profondamente legata al Sud Italia viene raccontata in lingue e contesti culturali differenti?

Tradurre questo libro non ha significato soltanto trovare parole equivalenti in tedesco, inglese e spagnolo. La sfida più grande è stata far arrivare al lettore la stessa emozione, senza perdere l’anima profondamente meridionale della storia. Ogni lingua ha un proprio ritmo, una sensibilità, un modo diverso di esprimere il dolore, la tenerezza e perfino il silenzio. Per questo, in alcuni passaggi, ho dovuto rinunciare alla traduzione letterale e scegliere espressioni o modi di dire più naturali per chi leggeva in un’altra lingua. Ho cercato di costruire un ponte, non di cambiare il paesaggio dall’altra parte: il contesto, la memoria e la dignità dei protagonisti dovevano rimanere intatti. Se un lettore lontano dal Salento riesce a commuoversi per la storia di mia madre, allora quella memoria ha superato i confini senza perdere le proprie radici.


Che cosa spera rimanga ai lettori dopo aver chiuso Una fanciullezza rubata? E quale valore può avere, oggi, recuperare le storie familiari rimaste a lungo in silenzio?

Vorrei che, chiudendo il libro, il lettore portasse con sé soprattutto la straordinaria resilienza di mia madre. Ma vorrei anche che si fermasse a riflettere sul peso dell’ingiustizia, del pregiudizio e della stigmatizzazione. Ci sono ferite che non si rimarginano: diventano un marchio invisibile che una persona può portare per tutta la vita. Recuperare le storie rimaste in silenzio significa riconoscere quelle ferite e restituire dignità a chi non ha avuto la possibilità di raccontarsi. Desideravo innanzitutto che la vicenda di mia madre non andasse perduta nella nostra famiglia, ma arrivasse alle nuove generazioni. Che comprendessero quanto poco bastasse, a volte, per desiderare un istante di felicità, e quanto valore avessero cose che oggi rischiamo di dare per scontate. Viviamo in un’epoca in cui possediamo molto, eppure non sempre sappiamo essere felici. La sua storia mi ricorda che la dignità non dipende da ciò che abbiamo, ma da ciò che riusciamo a conservare di noi stessi, anche quando la vita sembra volerci togliere tutto.


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