di Mariano Sabatini
Quanti begli spettacoli teatrali ci sono, in cui artisti di valore - registi, drammaturghi, attori - si profondono in prove di grado molto alto. Il rischio è che, nella sovrabbondanza di offerta e la preferenza che un certo pubblico e forse anche la critica tributano ai più famosi, passino sotto silenzio o quasi. Non deve accadere con Escurial, tra l'altro una coraggiosa autoproduzione che già si è assicurata diversi premi, autore il belga Michel De Ghelderode (1898-1962), nell'adattamento molto attraente e convincente del regista pugliese Luigi Facchino. Sul palcoscenico, in una scenografia spoglia, cupa, in cui campeggiano un trono e uno specchio, che rimanda come ovvio all'introspezione e al confronto spietato con se stessi, due soli attori. Giovanni Cordì e Giacomo Doni, che prestano la loro esuberante fisicità nel supplire all'esiguità voluta degli arredi. Nessuna distrazione, nessun appiglio, nessun aiuto, la sola, distillata, ammirevole arte istrionica dei due protagonisti alla pari.
Cordì e Doni giganteggiano sul piccolo palcoscenico del teatro romano Tordinona che sembra contenerli a fatica, e si donano al pubblico con grande generosità, fino a spogliarsi, non solo idealmente; fino a fondersi, a scambiarsi, nella catarsi di un bacio che diventa un patto, una resa all'evidenza, un'alleanza salvifica tra la pars destruens e construens che albergano in ciascuno. E rappresentano poi gli apici della speculazione cognitiva, scientifica, filosofica. La prima scardina i pregiudizi, riconosce gli errori, la fallacia; l'altra edifica nuove acquisizioni e facilità la conoscenza.
Due giovani uomini colti nel momento estremo di una “rottura” psicologica nella sala di un palazzo in rovina, sul ciglio orrido di un lutto imminente, che si fronteggiano, si misurano vicendevolmente, si studiano, comunicano come possono e però alla fine si riconoscono. Un re depresso, avvilito, forse poco virile (non ha assolto ai doveri del talamo come avrebbe dovuto e ora non può più, perché la regina è morente) e il giullare Folial che ha poca voglia di indurre il riso, colpevole di tradimento: due giovani uomini, dicevamo che, alla fin fine, hanno nelle concrezioni dei propri convincimenti e del proprio ruolo sociale le loro uniche sicurezze. Ma dovranno abbandonarle, perché nulla è dato per sempre, perché la fissità ingenera mostri. La vita è l'arte dell'incontro, dell'apertura al nuovo, all'imprevisto (lo scambio della corona con il berretto a sonagli), dell'accoglienza dell'alterità. Fosse pure nel simbolismo di un velo nuziale in grado di rimescolare tutto, al pari di un irrefrenabile amplesso. E in questa pulsionale, istintuale, animalesca tenzone – il potere politico e di sangue in attrito con quello dell'intelligenza e del sorriso che scardina, irride, screpola – in questo confronto-scontro tra resistenza e ripartenza, ben evidenziata dal testo e dalla regia del medesimo, il magnetico Doni e il sinuoso Cordì (quest'ultimo con passaggi perturbanti di malizia e follia, fatti di sguardi resi sottilissimi e sinistri squittii) si rivelano in tutta la loro ambivalenza, il loro camaleontismo, non sempre negativo. Sopravvive solo chi si adatta ed evolve. Il mutamento come unica possibilità di rinascita. La morte come passaggio e occasione, anche di perdono. Cordì e Doni bravi, davvero bravi. Si esce dalla visione di questo piccolo grande dramma soddisfatti e suonati, confusi e incerti, come dopo un sogno che non si saprebbe se ascrivere alla categoria degli incubi. Un viaggio onirico da interpretare o magari un vaticinio rivelatorio di cui tenere conto. In ogni caso, se potete, non perdetevi le ulteriori repliche, ovunque saranno.


