
Ph Luca A. d'Agostino © Phocus Agency
dal 23 al 27 settembre da mercoledì al venerdì h 21, sabato h
19, domenica h 17
Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
Liberamente
tratto da R.L. Stevenson
Drammaturgia
Federico Bellini
Regia Fabio Condemi
Con Christian
La Rosa
Drammaturgia delle immagini e spazio
scenico Fabio Cherstich
Scenografo collaboratore Andrea Colombo
Luci Veronica Varesi Monti
Audiovisual design e Live
scanner system Francesco
Sileo
Assistente
alla regia Andrea Lucchetta
Produzione Compagnia Umberto Orsini, La
Fabbrica dell’Attore, Elsinor Società Cooperativa Sociale, LAC Lugano Arte
Cultura
Teaser
https://youtu.be/iPvEtIB-tfM
Guarda
la presentazione https://youtu.be/bdv_aqcL3WM
dura
60 minuti
Lo
strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde nasce da un incubo che
Stevenson si affrettò a trascrivere in modo febbrile. La storia di Jekyll e
Hyde è fatta (e scritta) con la stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi e
lascia nel lettore un senso di inquietudine misto a esaltazione.
“Non è
forse questa la maledizione del genere umano: che, aggrovigliati in un
incongruo legame, due esseri agli antipodi siano costretti a combattersi in
eterno nel grembo straziato di una medesima coscienza?”
L'ossessione
per gli esperimenti e l'ambiguo potere della scienza, gli sdoppiamenti di
personalità e i rischi della repressione fanno di questo romanzo scritto nel
1886 una riflessione sulla natura umana che seduce anche i lettori di oggi.
Basti pensare a queste parole sull’immaterialità del corpo:
“Cominciai
a percepire, con una profondità mai raggiunta prima, la tremula immaterialità,
l’indistinta transitorietà di questo corpo, all’apparenza così solido, che ci
portiamo dietro. Scoprii che alcuni agenti chimici avevano il potere di
squassare e sradicare questo involucro di carne, allo stesso modo in cui il
vento spazza le tende di un padiglione.”
L’elogio
del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Ligotti, i deserti
geografici e metafisici di Roberto Bolaño e ora il signor Hyde in persona. Con
questo lavoro indago nuovamente un tema che attraversa molti dei miei lavori
precedenti. È difficile per me dargli un nome preciso ma credo sia un’indagine
sul male, una domanda sul male e sul suo rapporto con la rappresentazione e la
creazione artistica. Anche la struttura del romanzo di Stevenson è quella
frammentaria e dell’indagine. Come il notaio Utterson (vero protagonista del
romanzo di Stevenson), il lettore segue le tracce di mr. Hyde, del male
nascosto in evidenza nelle città, nei rapporti umani, nelle istituzioni senza
mai afferrarlo del tutto in un inquietante nascondino (hide and seek in
inglese).
NOTE DI DRAMMATURGIA
LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL
SIGNOR HYDE
Lavorando sul racconto di Stevenson, la
prima cosa che mi è parsa rilevante è stata la difficoltà nel trasporlo a
teatro in un adattamento convenzionale, una riduzione fedele al libro e che ne
seguisse totalmente il percorso e l’andamento. Tutto, nello scritto originale,
converge verso la confessione di Jekyll, ovvero lo svelamento della sua doppia
natura caratterizzata dalla creazione di Hyde. Tuttavia è una rivelazione che
tutti conosciamo, talmente nota da aver valicato i confini della letteratura
per farsi archetipo; come restituire, quindi, parte della tensione
investigativa che attraversa questo capolavoro, di cui il vero protagonista è
il notaio o avvocato Utterson, colui che avvia il processo indiziario che lo
porterà, con l’aiuto delle lettere di Jekyll, alla risoluzione del caso?
In questa riscrittura ho provato a
ripercorrere il racconto tentando di moltiplicare il processo di sdoppiamento
che lo informa; siamo quindi di fronte a un uomo contemporaneo che, quasi
ispirato, o meglio, ulteriormente infetto
dalla lettura del libro, trova nel personaggio di Utterson il suo doppio
letterario e, con ogni probabilità, un movente o una giustificazione alle
proprie azioni. Come nell’originale, Utterson incontra nel maggiordomo di
Jekyll, Poole, un interlocutore necessario al buon esito delle proprie indagini
e, nei fatti, un amico o confidente, qui ovviamente soltanto immaginato. In
questo gioco di specchi, l’io monologante tenta di analizzare il racconto, di
scomporlo pur mantenendone le vicende essenziali, lo scontro con una bambina e
l’omicidio del parlamentare Carew da parte di Hyde. Ne consegue, a mio avviso,
una sorta di indagine sul libro stesso, su quello “strano caso” che tanto ha
nutrito psicoanalisi, cinema, teatro, tentando di portare alla luce le domande
che il genio di Stevenson ci ha lasciato in eredità: è possibile parlare di
vera dissociazione quando siamo di fronte a un uomo, Jekyll, che può mutare
corpo pur mantenendo la stessa memoria del suo doppio, Hyde? I comportamenti
criminali di Hyde sono soltanto il “lato oscuro”, sordidamente pulsionale di
Jekyll, o non sono che quelli evidenti perché agiti senza curarsi dello sdegno
pubblico? Chi è davvero l’uomo comune Utterson, che in nome della
responsabilità professionale evita di soddisfare ogni suo autentico desiderio?
Sono solo alcune delle domande che
rendono lo scritto di Stevenson profondissimo e in fondo enigmatico, come
lascia intuire il suo finale, dove non sappiamo con certezza se Hyde e il suo
creatore Jekyll siano morti o destinati a restare per sempre tra noi, magari
nascosti nel nostro inconscio o nelle pulsioni che vorremmo evitare di
riconoscere.
Federico Bellini
La
ragione è tutto sommato banale e credo differenzi il romanzo del grande autore
da molti altri scritti che presentano una struttura che può richiamare al
thriller o al giallo; nel caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde tutto, fin
dall’inizio, concorre alla risoluzione di un enigma di cui tutti conosciamo il
segreto, tanto che il binomio Jekyll-Hyde è divenuto sostanzialmente un
archetipo di quella che oggi chiameremmo dissociazione, pur essendo questo
stesso termine piuttosto discutibile se applicato al libro. Jekyll, nel
racconto, produce Hyde, più che
esserlo, e Stevenson si premura di dirci, in una sola riga, che, per quanto
differenti fisicamente, i due condividono la stessa memoria. È un passaggio a
mio avviso fondamentale che, pur essendo materia feconda per molti studi
psicoanalitici e per quasi ogni indagine sul “lato oscuro” di ciascuno di noi,
pone un problema praticamente insolubile rispetto all’identità. Se essa abita
due corpi ma, in fondo, una sola mente, come può definirsi tale?
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