Riccardo Scirè: “E tutta questa infinita rabbia”, l’adolescenza tra musica e inquietudine

La rabbia dei sedici anni è al centro di E tutta questa infinita rabbia, il romanzo di Riccardo Scirè. Una storia corale che racconta l’adolescenza attraverso inquietudini, amicizie, famiglia, scuola e il bisogno di essere ascoltati.

Scirè segue cinque ragazzi diversi tra loro, alle prese con emozioni che trovano sfogo nella musica, nei graffiti e in modi spesso molto personali. La musica, in particolare, accompagna il romanzo e diventa parte della storia e del mondo dei protagonisti.

Sulle pagine di Fatti Italiani, Riccardo Scirè racconta da dove nasce quella «infinita rabbia» del titolo, il rapporto con l’adolescenza e cosa resta di quel sentimento quando si cresce.


Il titolo “E tutta questa infinita rabbia” mette subito al centro un sentimento molto forte. Da dove nasce questa rabbia?

I cinque protagonisti di questo romanzo corale sono di estrazione sociale diversa, ma sono accomunati da un’irrequietezza che sfogano ognuno in maniera differente: chi con la musica, chi coi graffiti. Il sentirsi incompresi e persi nella tempesta dell’adolescenza non li rende impotenti, ma creativi. E poi c’è chi invece la rivolge contro se stesso. Quello che accade nel romanzo è la storia di come questo sentimento muti, in vari modi.

Per quel che riguarda me, la rabbia nasce dallo stesso posto: da un adolescente che non sapeva dove metterla, e allora la scriveva sul quaderno durante le lezioni. Una rabbia che già allora, però, non apparteneva solo a me, ma in maniera diversa a tutti noi. È la rabbia di chiunque abbia sedici anni e la sensazione che il mondo sia pieno di domande senza risposta.
Riprendendo il romanzo in mano vent’anni dopo, per chiuderlo, ho cercato di restare fedele a quella testimonianza di adolescenza, mantenendone l’impeto e la sincerità, dandole semplicemente ordine.

Alex e Matt vivono emozioni che spesso non riescono a capire fino in fondo. Quanto conta, nella storia, questa difficoltà nel dare un nome a quello che provano?

Conta tantissimo, perché è il cuore dell'adolescenza: senti tutto in maniera definitiva, tutto ha il sapore dell’infinito, e non hai ancora il vocabolario e l’esperienza per mettere a fuoco quello che ti accade. La rabbia è spesso il nome che diamo a emozioni che non sappiamo chiamare in altro modo: vergogna, solitudine, paura di essere diversi. Alex e Matt cercano una grammatica per tutto questo, e la trovano nella musica.

Nel libro la rabbia passa attraverso la musica, le parole e anche lo scontro fisico. Sono facce diverse dello stesso disagio?

Sì, è la stessa energia che cerca una via d’uscita. Dipende da quale porta trova aperta. Alex e Matt riescono a incanalarla nella musica, che diventa terapia e porto sicuro. Io trovo che la rabbia sia una forza neutra, come il fuoco: può bruciarti la casa o scaldarti. Nel libro ogni personaggio cerca la sua porta, ma alcune porte fanno più male di altre. Mi viene in mente la scena del Mezzo, il ragazzo che tutta la scuola ama e brama, che dopo una lite con un professore una mattina si sveglia prima dei suoi genitori e si rasa a zero. È il gesto più punk del romanzo, e viene da uno dei personaggi più lontani da quell’estetica. È il suo modo di dire: ora guardate oltre l’apparenza.

I protagonisti ce l’hanno con la famiglia, la scuola, l’amore e a volte anche con loro stessi. C’è qualcosa che alimenta più di tutto questa rabbia?

Sono tutti elementi che confluiscono e si alimentano a vicenda, ma alla radice c’è sempre la sensazione di non essere visti. Il bersaglio cambia, ma il motore è lo stesso, cioè l'idea che nessuno ti stia davvero ascoltando. E poi c'è la famiglia, che è dove la rabbia si eredita. Gli adulti del libro non sono mostri: sono quasi tutti genitori senza gli strumenti per capire i propri figli, o senza la voglia di procurarseli. E la rabbia che non hanno saputo gestire passa ai figli, come un'eredità che nessuno ha chiesto. Per questo la musica diventa centrale: è il primo posto in cui qualcuno sembra ascoltarti e capirti realmente.

A un certo punto Alex porta quello che sta vivendo dentro una canzone. Per lui la musica è anche un modo per trasformare ciò che gli fa male?

È esattamente questo: è la sua religione, la sua terapia gratuita. Il suo modo di sopravvivere. È la cosa che ho fatto anch'io dai tredici anni in poi: tutto quello che vivevo finiva nelle canzoni. La rabbia chiusa dentro ti consuma; messa in una canzone diventa qualcosa che puoi guardare da fuori, e magari condividere con altre persone. Cambia forma, e a volte ti guarisce. A sedici anni è già tantissimo.

Arrivati alla fine del romanzo, quella rabbia è ancora la stessa dell’inizio?

Non è più la stessa, ma non è nemmeno sparita. La rabbia non se ne va, cambia grammatica. Dire a un adolescente che passerà è una bugia che lo fa sentire sbagliato quando non passa. Il libro dice: guarda come alcuni di questi ragazzi hanno imparato a usarla, a renderla costruttiva. Se ci fai qualcosa di concreto che ti faccia stare meglio e ti insegni a navigare, più che a galleggiare, hai vinto.



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