Antonino Muscaglione per Fattitaliani
Con “Resto io” (video)
Nùvo arriva al capitolo conclusivo di “3 Battiti”, un progetto nato per raccontare attraverso tre singoli consecutivi
un’unica storia seguendone le diverse fasi emotive. Dopo “Tra le mie felpe” e “SALE”, questo nuovo brano rappresenta il momento in cui il
racconto si ferma, il dolore lascia spazio alla consapevolezza e ciò che resta,
dopo la fine di un legame, è soprattutto la necessità di tornare a confrontarsi
con se stessi.
“Resto io” è una canzone che parla di solitudine,
ricordi e promesse mancate ma soprattutto della possibilità di trasformare una
fragilità in una nuova forma di forza. Un percorso interiore che Nùvo traduce
in un pop
contemporaneo, emotivo e atmosferico, sostenuto da una produzione
in crescendo che accompagna l'intensità del testo e dell'interpretazione
vocale.
“Resto io” segna una soglia verso il prossimo capitolo di NÙVO, nel quale, come ci racconta, la componente dance assumerà un ruolo più centrale, senza però modificare il nucleo della sua scrittura: partire da emozioni e storie reali per trasformarle in musica e permettere a chi ascolta di riconoscersi.
Ciao Nùvo, partiamo da
“Resto io”: qual è la storia che hai voluto raccontare attraverso questi tre
brani?
«Ciao Antonino, volevamo raccontare una storia da
diversi punti di vista. Il primo è quello dei ricordi che vivono con noi anche
dopo che la persona se n'è andata, ci ha lasciato. Poi c'è la parte in cui
sarebbe bene vivere un rapporto senza programmarsi qualcosa, senza avere
necessariamente già in mente dove debba portare. E poi, alla fine, arriva
“Resto io”, che fa capire che quello che conta di più è mettere sé stessi
davanti e non l'altra persona. Amare è fondamentale, ma non bisogna perdersi.
Parlo anche come esperienza personale, perché perdersi è facile, soprattutto
quando l'amore è forte e ti mette a dura prova. “Resto io” ha un risvolto
positivo, dopo la sofferenza, dopo l'abbandono, dopo la solitudine, quello che
alla fine conta di più sei tu. È un brano che ha trovato il suo spazio proprio
raccontando questo finale di positività, anche se la canzone è malinconica. Nel
risvolto finale vince la persona che è rimasta sola, che riscopre sé stessa e
capisce che la cosa più importante è stare bene con sé stessi e poi con gli
altri.»
Quando hai capito che
queste tre canzoni erano in realtà un unico racconto?
«L'idea dei tre brani legati fra loro è venuta fuori in fase di scrittura. Avevo capito che questi tre brani avevano un collegamento tra di loro, dovevo solo capirlo emotivamente. Già ne ero cosciente, mentre venivano fuori capivo che avevano un filo conduttore. È stato un po' come rendersi conto strada facendo che c'era una storia più grande che li teneva insieme. E forse la cosa bella è proprio questa: non era qualcosa che avevo programmato a tavolino dall'inizio. È venuta fuori mentre scrivevo, mentre le canzoni prendevano forma. Anche perché io ho sempre avuto una certa spontaneità nello scrivere. Ho iniziato veramente che ero ragazzino, con la musica dance, e buttavo giù brani anche in una notte sola. È una cosa che mi viene spontanea, non la programmo.»
E oggi, dopo otto anni di
silenzio, cosa significa per te essere tornato a scrivere?
«È stato importante, perché erano otto anni che non scrivevo. Avevo un grosso blocco emotivo, la mia parte creativa si era bloccata. Alla fine, pensa, mi sono sbloccato grazie a una felpa. È stata quasi magica. Da qui è nata la prima canzone. E non era un titolo per puro mercato, non era qualcosa che avevo pensato per attirare l'attenzione: tutto è nato da una felpa che era rimasta lì. È stato proprio quell'oggetto a farmi scattare qualcosa. Poi, da una frase, da una melodia, da un dettaglio, è venuto fuori tutto il resto. Solitamente prendo spunto dal vissuto, anche se non necessariamente deve essere sempre una cosa che ho vissuto direttamente io. Quello che cerco di mantenere è l'autenticità dei dettagli, della realtà della vita. Alla fine tratto argomenti che, bene o male, quasi tutti hanno vissuto: la fine di una storia, il ricordo degli oggetti che rimangono in casa, quanto sia facile perdersi e poi ritrovarsi. Sono argomenti di vita.»
Hai un metodo preciso
quando scrivi?
«No, sono molto spartano in questo. Non mi aiuto con
gli strumenti per scrivere. Parto da una frase, magari da una melodia che mi
può nascere in testa, e da lì ho sempre buttato tutto giù in automatico. A
volte nasce tutto da un ritornello o da un fraseggio, dipende da dove si parte.
Poi viene il resto da sé. Per la musica mi faccio aiutare dal mio arrangiatore,
Davide Semprini, con il quale collaboro dall'inizio di questo nuovo progetto.
Con lui buttiamo giù tutta la musica e definiamo quello che è il brano. La
parte vocale, invece, con Davide è la cosa più veloce che facciamo. Di solito
non abbiamo impiegato più di un'oretta per incidere. Facciamo cinque, sei
incisioni e da quelle decidiamo qual è la migliore. Ma solitamente andiamo
diretti, non sto lì a registrare giorni e giorni per la voce: vado lì con
l'idea già in testa. Quando te la scrivi è diverso rispetto a quando vai a
registrare un brano scritto da un altro. Io so, visto che l'ho scritta,
l'emotività che voglio dare, gli effetti che voglio dare. Quando sei interprete
devi avere la sensibilità di entrare nel mood, nell'emozione del brano, e ci
vuole un po' più di tempo. Quando incido un mio pezzo, canto di getto e
registriamo in pochissimo tempo.»
C'è anche un luogo che oggi
accompagna questa nuova fase della tua vita: Bologna.
«Io vivo a Bologna, anche se le mie origini sono
toscane. Sono un'anima in pena e amo cambiare, quindi avevo voglia di una città
nuova, di una nuova avventura. In fondo questa cosa appartiene anche un po' al
mio modo di essere. Come puoi intendere dal mio nome, Nùvo, sono una persona
nuova, ma con un bagaglio di esperienze importanti. Ho qualcosa di nuovo da
dare e sto vivendo questo momento come una rinascita. Non riesco a vedermi in
un domani, mi ritengo una persona molto camaleontica. Non riesco a guardare il
futuro, ho smesso di guardare al futuro. Sono talmente volubile, talmente
astratto, che non riesco nemmeno io a dire come mi vedrò. Non mi posso vedere,
non saprei che dirti. È una cosa che penso sia viscerale. Ho sempre amato la
musica da quando ero piccolissimo e nella musica ho sempre trovato uno spazio
di libertà e di sfogo.»
E pensare che tutto era cominciato quando eri ancora bambino. Cosa è rimasto di quel ragazzino che diceva di voler fare il cantante?
«Tutto è cominciato ai tempi della scuola primaria. Ero piccolino e quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande rispondevo: “il cantante”. Gli altri non mi prendevano sul serio. Poi ho iniziato a frequentare producer di musica dance, cantanti, piano piano fino all'adolescenza, poi mi sono inserito in quell'ambiente e adesso ne sono quasi assuefatto. Mi sfottevano fortemente quando ero piccolo, poi quando uscì il mio primo singolo, all'epoca, un pochino si ricredettero. Sempre in modo scherzoso, mai cattivo. Però per me è sempre stato qualcosa di liberatorio. E forse è ancora così. Cambia il modo, cambiano le canzoni, cambiano le esperienze, ma quella necessità di avere nella musica uno spazio dove poter mettere quello che sento è rimasta. Adesso stiamo lavorando ai prossimi brani e il cambiamento si sentirà anche dal punto di vista musicale.»
Che cosa ci aspetta,
allora, dopo “Resto io”?
«Domenica sono alle riprese del quarto videoclip.
Stavolta sarà un brano elettronico con dei richiami agli anni '80, quindi
dance. Siamo sui 128 BPM, direi che abbiamo una discreta potenza di cassa.
Stiamo anche lavorando ai prossimi e mi piacerebbe presentare una delle
prossime canzoni alle selezioni per San Marino. Puntiamo all'Eurovision, ci
proviamo. Mi piace l'idea di cambiare, di non sapere esattamente dove si andrà
a finire. In fondo è anche il senso di Nùvo: avere un bagaglio alle spalle, ma
non sentirsi obbligati a ripeterlo. Nei prossimi brani cambierà il battito,
forse cambierà l'energia, ma non quello che voglio raccontare. Continuerò a
partire dalle emozioni, dalle storie, dai momenti di vita reale. Perché alla
fine è questo che mi interessa: raccontare qualcosa in cui le persone possano
riconoscersi. “Resto io” chiude una storia, ma non chiude il viaggio.»


