Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) “Amore o Abitudine” è il nuovo singolo di Matteo
Faustini che, dopo aver attraversato negli anni temi legati all’amore, alle
relazioni, all’identità e all’impegno sociale, torna con un nuovo capitolo del
suo percorso artistico. In “Amore o Abitudine” Matteo si pone una domanda tanto
semplice quanto difficile: cosa resta di una relazione quando l’amore rischia
di confondersi con la quotidianità?
Il cantautore bresciano sceglie ancora una volta di
partire da un interrogativo emotivo per trasformarlo in una riflessione nella
quale è facile riconoscersi. Il brano si muove proprio su quel confine sottile
tra il sentimento e la sicurezza della routine, tra il desiderio di continuare
ad amare e la paura di lasciare andare ciò che ormai fa parte della nostra
vita. Un tema intimo, affrontato senza cercare risposte facili, ma lasciando
spazio al dubbio e alla necessità di guardarsi dentro.
Anche musicalmente il singolo segna un'evoluzione: al
pop di Faustini si aggiungono influenze balcaniche, un crescendo costruito
attraverso cori e intrecci vocali e le chitarre di Poncio Belleri, con la
produzione artistica di Enrico Palmosi.
È un nuovo tassello dopo “Siamo nati liberi”, pubblicato a
maggio, e arriva dopo un percorso iniziato sul palco di Sanremo nel 2020 con
“Nel bene e nel male”, proseguito con due album, numerosi progetti musicali e
sociali e importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Pierangelo Bertoli ricevuto nel
2025. Parallelamente alla sua attività di cantautore, Faustini ha sviluppato
anche quella di autore per altri artisti della musica italiana.
Con “Amore o Abitudine” Matteo Faustini torna quindi a mettere al centro la sua scrittura e quella capacità di trasformare una domanda personale in qualcosa che appartiene a molti.
Da quale momento nasce
“Amore o Abitudine”?
«Ti direi dall'amore, anche se nell'abitudine c'è
comunque amore. Nell'abitudine ci vedo concretezza, ma principalmente amore.
Tutto ciò che scrivo nasce da esperienze che vivo. L'amore nasce anche
dall'abitudine e io l'ho tradotta in canzone, perché è una condizione che, in
un modo o nell'altro, una buona parte della popolazione sperimenta. È quel
limbo strano in cui stai bene, ma non abbastanza.
Io sono uno che tende a stare dentro alle cose, non a evitarle. Anche nel dolore e nella sofferenza: abito il malessere, ci sguazzo dentro. È probabilmente anche questo il modo attraverso cui riesco a trasformare quello che vivo in scrittura.»
Potremmo dire “Nel bene e nel male”...
«Esattamente!» (ride)
Quando una relazione
diventa abitudine, secondo te, è sempre un segnale di crisi?
«Quando, su quella bilancia interiore, lo stare male supera il bene, allora il ripetersi diventa un trascinare. Credo che sia quello il momento in cui bisogna fermarsi e guardare davvero cosa sta succedendo.»
In “Amore o abitudine” ci
sono anche influenze balcaniche e una forte coralità. Da dove nasce questa
scelta?
«È nata dall'idea della coralità e dalla volontà di
creare una sorta di dicotomia tra il testo e la sua rappresentazione musicale.
Sento che raccontiamo storie diverse, ma proviamo emozioni uguali. La coralità,
in questo senso, diventa quasi un grido liberatorio.
C'è qualcosa che vive tra un sorriso e un'idea, tra ciò che raccontiamo e ciò che proviamo realmente. È come il sorriso enigmatico della Gioconda, un equilibrio che non riesci a spiegare, così in “Amore o abitudine”, mi piaceva che la musica potesse amplificare questa sensazione e accompagnare il testo in una direzione che non fosse semplicemente didascalica.»
Da Sanremo 2020 a oggi cosa
è cambiato maggiormente nel tuo modo di scrivere?
«È cambiato tanto, perché sono cambiato io. Sono passati diversi anni e oggi so di più, sono più consapevole di quello che voglio essere e di quello che voglio raccontare. C'è molto più presente nella mia scrittura. Oggi mi affido maggiormente a quello che sento, ma anche a delle “istruzioni” che mi do, a una maggiore consapevolezza del processo creativo. Prima forse lasciavo che le cose accadessero e basta; oggi conosco meglio gli strumenti che ho a disposizione e so un po' di più dove voglio andare.»
Hai raccontato spesso temi personali e sociali. Quanto senti ancora necessario prendere posizione attraverso la musica?
«Nasce tutto dal vissuto. Io le cose le vivo e poi mi
arrivano. È come se fosse la vita stessa a farmi arrivare determinate
tematiche.
Il mio desiderio è utilizzare la musica per raccontare ciò che mi arriva, ciò che vivo e ciò che sento. Non parto necessariamente dall'idea di voler affrontare un determinato tema: è quello che mi accade intorno, e dentro di me, a suggerirmelo. Poi sento il bisogno di trasformarlo in musica.»
Oggi sei anche autore per
altri artisti. Cosa cambia quando scrivi per te rispetto a quando scrivi per
qualcun altro?
«È diverso. Quando scrivo per me sono meno
condizionato: è come se fossi in cucina e avessi tutti gli ingredienti che voglio.
Posso scegliere liberamente cosa utilizzare e come utilizzarlo.
Quando invece scrivo per qualcun altro sono libero, ma
con delle indicazioni. Ci sono delle “istruzioni” da seguire, perché devi
entrare nella sensibilità e nel mondo di un altro interprete. È una libertà
diversa.»
E quando scrivi per te,
quanto senti la differenza tra essere autore e interprete?
«Dal punto di vista tecnico, interprete e autore hanno
strumenti diversi, ma io cerco sempre di metterli a disposizione del
sentimento. Mi piace cantare perché mi rende più libero anche nella scrittura e
mi permette di avere meno paletti.
L'interpretazione arriva già nel momento della scrittura. Quando scrivo, in qualche modo, sto già interpretando quello che sto dicendo. Comunico l'emozione anche attraverso la voce, e questa è una scelta che a volte è consapevole e a volte inconsapevole. È un flusso.»
Ci sono artisti per i quali
ti piacerebbe particolarmente scrivere o fare con loro un duetto?
«Ce ne sono tanti. Elisa e Giorgia, per esempio, sono
tra quelle che metto ai primi posti. Quando scrivo per qualcuno, comunque,
cerco di entrare completamente nella sua dimensione. È proprio questo il bello
della scrittura per gli altri: riuscire a entrare in una sensibilità diversa
dalla propria e farne uscire qualcosa che possa diventare una canzone.»



