Non tutto deve essere perfettamente al proprio posto. È da questa idea che prende forma “Caro Vecchio Neon”, il nuovo singolo dei Tidal Waves, un brano costruito intorno a una sensazione di instabilità che la band ha scelto deliberatamente di non correggere.
Il riferimento è alla frattura presente nel racconto di David Foster Wallace da cui il brano – e il disco – prendono il nome. Una suggestione che entra anche nel modo di lavorare dei Tidal Waves: chitarre, basso, batteria e voce non seguono una gerarchia precisa, ma si condizionano reciprocamente fino a trovare un punto di equilibrio.
Anche lo studio di registrazione diventa così parte della scrittura. Alcune intuizioni superano la prova, altre cambiano forma; altre ancora acquistano importanza soltanto dopo numerosi ascolti. Joey Santoro e Andrea Caccese hanno accompagnato la band in questo percorso, contribuendo a definire un suono che conserva volutamente elementi di eccesso e irregolarità.
Sulle pagine di Fattitaliani i Tidal Waves entrano nel dettaglio della nascita di “Caro Vecchio Neon” e raccontano cosa accade quando una canzone smette di essere soltanto scritta e comincia davvero a trovare la propria forma.
Avete detto
di non voler rendere il brano troppo ordinato. Che cosa rischiava di perdere se
lo aveste “ripulito” maggiormente?
Una certa idea di squilibrio, di precarietà è al centro di “Caro vecchio neon”, sia in riferimento al brano che al disco nella sua interezza. L’eventuale rinuncia a questa specie di disordine avrebbe significato tradire le premesse stesse a partire dalle quali abbiamo iniziato a scrivere questi pezzi: l’esplorazione di quella frattura che è la stessa che sta al cuore del racconto di Wallace da cui brano e disco prendono il nome.
Quanto è
importante per voi conservare in una registrazione qualcosa di spontaneo, anche
quando non è tecnicamente perfetto?
Non si tratta tanto di una questione di spontaneità da conservare. Piuttosto, si tratta di produrre uno squilibrio, uno spostamento, tanto in chi ascolta quanto in chi suona. E’ chiaro che la registrazione, proprio per la natura di quello che suoniamo, deve contenere un elemento di vitalità, di eccesso, anche di sporcatura: ma anche qui, non si tratta tanto di conservarla, ma di costruire un equilibrio attorno a questo eccesso.
Ci sono
state parti che sulla carta funzionavano ma che avete deciso di cambiare una
volta entrati in studio?
Certamente, e direi che è una cosa succede sempre quando metti il pezzo di fronte a te. La lunghezza di una strofa, la suddivisione di un riff o anche l’accento di una parola, sono tutti aspetti che possono funzionare in live, ma che devono superare la prova dello studio di registrazione. Nel caso di “Caro vecchio neon”, però, la versione che si sente su disco è piuttosto fedele a quella pensata prima di entrare in studio.
Che
contributo hanno dato Joey Santoro e Andrea Caccese alla definizione del suono
del brano?
Il lavoro di Joey e Andrea è stato essenziale proprio per trovare quell’equilibrio disordinato di cui dicevamo prima. Alla fine, ogni brano è una specie di problema matematico: loro ci hanno aiutato a trovare la soluzione più fedele all’identità sonora dei Tidal Waves.
Come capite
che una canzone è davvero finita e che continuare a lavorarci rischierebbe
soltanto di toglierle qualcosa?
È una sensazione, una questione di sensibilità. Ma è una sensibilità che va allenata, e che passa per centinaia di ascolti tra auto, cuffie, stereo, etc. Ad un certo punto, se sei fortunato, hai la sensazione che tutto sia finito al posto giusto.
Dopo tutto
il lavoro fatto su “Caro Vecchio Neon”, c’è un dettaglio che oggi considerate
essenziale ma che inizialmente non avevate previsto?
Gli aspetti che
prima di intraprendere il lavoro di scrittura e produzione del disco non
avevamo affatto considerato sono molti. Se dovessi individuarne uno, direi che
sta in una specie di “centralità diffusa” che coinvolge tutti gli elementi di
un brano: ciò che suona la batteria influenza ciò che canterà la voce, così
come la linea di basso può ispirare delle note di chitarra che sarebbero state
impossibili da pensare senza quella stessa linea. Insomma, tutto si tiene,
senza nessun centro.


