di Caterina Falconi
È il thriller del momento, imperdibile e seducente, perché se ne parla molto, perché a pochi giorni dall’uscita è già in ristampa e perché è incentrato su un argomento controverso come l’Intelligenza Artificiale che sta cambiando le nostre vite. Lo ha scritto l’editore torinese Gianni La Corte e si intitola “Nessuno” (ed. La Corte), in riferimento alle multiformi personalità che possono abitare una persona. Protagonista è un giornalista investigativo che si trova ad affrontare un cold case tornado al suo passato. Una storia ad altissima tensione, grazie al quale La Corte si rivela, al suo esordio nella crime fiction, un narratore degno di attenzione.
Le librerie sovrabbondano di thriller e crime fiction, ci ha pensato prima di scrivere Nessuno?
Certo. Ma in generale le librerie abbondano di libri di qualsiasi genere. Sono però convinto che una buona storia possa sempre trovare il modo di emergere e raggiungere il pubblico. Per questo da editore continuo a cercare storie che valgano la pena. Per quanto riguarda Nessuno, invece, ancora prima di pensare a un pubblico o a delle dinamiche commerciali, era una storia che avevo l’esigenza di scrivere.
Ha dichiarato di ammirare Joel Dicker... cosa gli invidia in particolare?
La parola invidia non mi appartiene. Però sono tante le cose che ammiro di Joël Dicker, come il suo riuscire ad architettare trame complesse senza mai calare di ritmo. O, come ho cercato di fare anche io in Nessuno, il fatto che nei suoi libri i suoi delitti siano degli espedienti per raccontare delle storie personali, umane, che sanno emozionare, senza per forza indugiare nella violenza.
Ma Nessuno risente anche delle influenze di Stephen King, autore che amo, e di Giorgio Faletti. Lo stesso titolo è un omaggio al suo “Io uccido”.
Ma Nessuno risente anche delle influenze di Stephen King, autore che amo, e di Giorgio Faletti. Lo stesso titolo è un omaggio al suo “Io uccido”.
Il suo romanzo tiene alte la tensione, come ha riconosciuto una recensione sulla Stampa, come ci si riesce?
Tenere la tensione alta su due linee temporali distanti venticinque anni è stata la sfida più difficile del libro. Ho lavorato tantissimo su questo aspetto, perché so quanto noi lettori di thriller siamo esigenti, anche seguendo i consigli e le critiche di alcuni dei migliori autori ed editor italiani.
Per farvi un esempio: per dargli il ritmo migliore possibile, nell’ultima stesura ho tagliato quasi un centinaio di pagine. Un’operazione complicata che però ha effettivamente permesso al romanzo di avere quella tensione continua che sta venendo apprezzata dai lettori.
Per farvi un esempio: per dargli il ritmo migliore possibile, nell’ultima stesura ho tagliato quasi un centinaio di pagine. Un’operazione complicata che però ha effettivamente permesso al romanzo di avere quella tensione continua che sta venendo apprezzata dai lettori.
Prima di scrivere costruisce una trama ferrea?
Per scrivere un thriller, secondo me, bisogna sempre avere sempre ben chiaro dove si vuole andare a parare, quali sono i segreti da coprire e le verità da disseminare. E io sono uno che si scrive le scalette e che vuole avere il quadro più chiaro possibile fin da subito. Detto questo, la scrittura poi sorprende sempre, e mentre si scrive può capitare che certi personaggi “prendano vita” e che diversi aspetti possano cambiare in corso d’opera. A Nessuno è capitato molto spesso.
La sua storia affonda nell'adolescenza dei protagonisti... è quella l'età in cui si concretizzano i problemi e i segreti che segnano l'intera vita?
L’adolescenza è un’età che amo molto. È quella in cui tutto sembra ancora possibile. Ma è anche il momento in cui molti dei nostri nodi si formano, anche se spesso li riconosciamo solo molti anni dopo. È l'età in cui non abbiamo ancora gli strumenti per gestire certi eventi, e quindi troviamo scorciatoie, come rimuovere, minimizzare p costruirci una versione più sopportabile dei fatti, che poi ci portiamo dietro da adulti. Nel romanzo il 1999 segna tutti i protagonisti proprio in questo modo, ed è per questo che il passato continua a tornare bussare nelle loro vite.
Nessuno è incentrato sulla rivoluzione che l'IA sta portando e porterà nelle nostre esistenze, come in quelle dei protagonisti. Dobbiamo preoccuparci secondo lei?
Guardo all'intelligenza artificiale con un misto di curiosità e vigilanza, senza alcuna voglia di demonizzare lo strumento in sé: sarebbe l'errore già fatto in passato con l'avvento dei computer o del web, accolti all'inizio con lo stesso sospetto e poi diventati parte della nostra quotidianità. L'IA può migliorare molto le nostre vite, in tanti ambiti diversi; il problema nasce quando finisce nelle mani sbagliate, come accade nel romanzo. Le mie preoccupazioni vanno soprattutto verso la mancanza di regole chiare, più che verso la tecnologia in sé: servirebbe una regolamentazione più solida, capace di aiutarci a percepire meglio la distanza tra verità e finzione, prima che quella distanza diventi impossibile da riconoscere.
Ha studiato molto su questo argomento?
Sì, molto, ma la parte più interessante è stata un'altra: vedere il progresso tecnologico correre più veloce di quanto riuscissi a scrivere. Ho iniziato questo libro nel 2019, quando quello di cui parlavo sembrava ancora quasi una distopia; ma visto quanto tempo ci ho messo a finirlo, mentre scrivevo la tecnologia continuava ad avanzare, tanto che quello che ha smesso di essere futuro ed è diventato parte della nostra cronaca. A un certo punto ho dovuto infatti spostare l'ambientazione del romanzo dal 2019 al 2024, proprio per mantenerla il più attuale possibile.
I cosiddetti deepfake cambieranno il rapporto tra la realtà e la manipolazione della medesima. I giornalisti dovranno attrezzarsi per cercare di difendere i cittadini da tutto questo?
Credo di sì, e in parte è già successo: verificare una fonte oggi significa anche saper riconoscere quando un'immagine o un audio sono stati manipolati, una competenza che fino a pochi anni fa non serviva. Ma il problema va oltre i deepfake: pensiamo anche solo alle fake news, che a volte arrivano a influenzare vere e proprie votazioni, e a quanto sia sempre più difficile distinguerle dalla realtà. In questo scenario il lavoro del giornalista assume importanti responsabilità e diventa qualcosa di più vitale che mai: poter contare su qualcuno di cui fidarsi, in un panorama informativo sempre più difficile da decifrare, diventerà essenziale.
E l'IA come cambierà l'editoria? Leggeremo presto romanzi interamente creati artificialmente?
L'IA sta già cambiando l'editoria, questo è certo, ma non credo che la macchina sostituirà mai l'uomo nel creare romanzi e storie capaci di appassionarci allo stesso modo. Anzi, sono sempre più convinto che oggi, di fronte allo stile piuttosto piatto che l'intelligenza artificiale ha adottato in modo universale, chi ha un proprio stile personale possa emergere ancora di più. Certo, questo costringe tutti ad alzare il livello, a dare davvero il meglio di sé nella scrittura; ma resto convinto che continueremo a cercare chiunque abbia una propria voce e una bella storia da raccontare.
Da editore come si cautela nella selezione dei testi che le manderanno?
Prima di tutto leggendo con la stessa attenzione di sempre, cercando quella voce autentica di cui parlavo prima, che per ora nessuno strumento riesce a imitare davvero fino in fondo. In più, con l'aumento dei testi generati o assistiti dall'intelligenza artificiale, abbiamo affinato l'occhio per riconoscere certi schemi ricorrenti, troppo levigati o privi di vere imperfezioni narrative. Il fenomeno, va detto, è già molto concreto: quasi il 40% dei manoscritti che arrivano oggi in casa editrice è scritto quasi esclusivamente con l'intelligenza artificiale, e viene cestinato immediatamente. Quello che cerchiamo restano storie capaci di appassionare davvero i nostri lettori e cercheremo sempre di farlo con tutta la nostra umanità.


