“Trenta Anni” è nato durante un lockdown a Shanghai, in una condizione di isolamento che avrebbe potuto lasciare spazio soltanto alla paura e all’incertezza. E invece, proprio da quelle lunghe giornate sospese, Gianfranco Lanini ha iniziato a costruire una storia fatta di ricordi, fotografie, musica e domande sul passato.
Oggi Trenta anni, il suo romanzo d’esordio pubblicato da Guida Editori,
continua a far parlare di sé, riportando il lettore negli anni Ottanta e dentro
le inquietudini della pandemia attraverso la vicenda di Gabriele, un uomo
costretto a confrontarsi con una parte della propria memoria che credeva ormai
sepolta.
Gianfranco, il romanzo alterna due epoche molto diverse: la
spensieratezza degli anni Ottanta e il clima sospeso della pandemia. Perché ha
scelto proprio questi due momenti storici come poli della narrazione?
Nei giorni del lockdown italiano
nella primavera del 2020 per molte persone si è verificata una ripresa dei
rapporti con persone con cui si erano persi i contatti da anni: compagni di
classe oppure di squadra, vicini di casa di gioventù, lontani parenti, dunque
nel mio caso un riavvicinamento agli anni Ottanta, cui erano legate quelle
persone. Penso che questo riavvicinamento sia stata una reazione naturale,
aggrapparsi a qualcosa di bello e spensierato in quei giorni di tensione e
solitudine portava sollievo, da questo contrasto sono nati i poli della
narrazione di “Trenta anni”.
Dalle prime pagine emerge un forte senso di nostalgia, ma senza cadere
nell'idealizzazione del passato. Che rapporto personale ha con gli anni
Ottanta?
Gli anni Ottanta segnarono la rinascita
del paese dopo il periodo buio degli anni Settanta, gli “anni di piombo”.
Qualche anno fa uscì un bel documentario riguardo la vittoria dell’Italia ai Mondiali
di calcio di Spagna 1982 e spiegava come parallelamente all’importanza dal lato
sportivo, quelle partite videro l’inizio della nostra rinascita a livello
emotivo e di confidenza. Io ero piccolo negli “anni di piombo” e ricordo con
paura e sgomento le mattine, mentre mi preparavo per andare a scuola, i miei
genitori che ascoltavano la radio che trasmetteva le notizie degli agguati dei
terroristi. Gli anni Ottanta arrivarono improvvisamente e fu come passare dal
Bianco e Nero al Colore, basta vedere i filmati delle due epoche per percepire
la differenza. L’allegria, la spensieratezza di quegli anni che adesso può
sembrare forzata forse anche ridicola, va vista in quel contesto, come cantava
una canzone dell’inizio di quel decennio: “è un sabato qualunque, un sabato
italiano, il peggio sembra essere passato”.
Nel libro si riflette anche sul peso delle occasioni perdute e delle
scelte che cambiano un'intera esistenza. È questo, secondo lei, il vero cuore
del romanzo?
Mi viene in mente una frase di Bob
Marley: “Ci sono quattro cose che non tornano più indietro: una pietra dopo
averla lanciata, una parola dopo averla detta, un’occasione dopo averla persa
ed il tempo dopo essere stato sprecato”. Io ritengo che le occasioni siano
perse quando non si è nemmeno provato a coglierle, l’importante non è quello
che si ottiene alla fine della corsa, ma cosa si prova durante; per me la vera
sconfitta, il vero tempo perduto sta in quello passato senza provare a
raggiungere i propri sogni, che poi ci si riesca o meno. Il cuore del romanzo è
la sfida nel riprendere ciò che il destino ci ha tolto, anche la sola voglia di
sognare.
Molti lettori si riconosceranno nei riferimenti culturali e musicali
degli anni Ottanta. Quanto lavoro di ricostruzione storica è stato necessario
per restituire quell'atmosfera?
Principalmente ho dovuto
approfondire la Storia del Costume oltre che della musica. Per capire le
atmosfere di quegli anni suggerirei di vedere alcune serie televisive, ad
esempio “Miami Vice” che riesce a rendere in maniera magistrale quel decennio,
dall’abbigliamento alla musica, dai temi sociali ai risvolti politici. Le
canzoni erano una colonna sonora studiata molto attentamente per rendere le
emozioni delle scene. Cito una serie “Made in USA” anche per descrivere quegli
anni nel nostro paese perché quello fu il primo decennio globale, ed infatti in
quella serie le auto e i vestiti erano italiani, le bevande francesi, le armi
tedesche, la musica inglese ed americana. Leggendo le classifiche musicali dell’epoca
ci si rende conto che i principali successi erano trasversali in tutto il mondo
occidentale, mentre adesso ci sono molti più autori locali a primeggiare, questo
avviene nonostante una maggiore facilità nella diffusione delle informazioni o
forse proprio per questo in molti preferiscono rimanere legati a quanto loro
vicino.
Essendo il suo esordio narrativo, cosa spera rimanga nel lettore una
volta chiusa l'ultima pagina: il mistero, la nostalgia o una diversa
consapevolezza del valore dei ricordi?
Quello che mi auguro è di lasciare nel lettore una sensazione di
benessere, di serenità, di chiusura con i traumi del passato che penso che
ognuno di noi abbia avuto e poi rimosso o abbandonato in qualche meandro della
memoria. Una diversa consapevolezza dei nostri ricordi può avere due facce:
quelli negativi possono diventare una sorta di mappa che ci aiuta a scansare i
pericoli e le situazioni che ci hanno ferito nel passato, mentre i ricordi
positivi possono aiutarci a recuperare la stima in noi stessi ad affrontare con
maggiore consapevolezza le sfide che ci troviamo di fronte.



