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| credit-Alessia Pastorelli |
Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) C’è un momento in cui una canzone smette di
appartenere soltanto a chi l’ha scritta e diventa patrimonio di chi l’ha
ascoltata, cantata e vissuta. È quello che accade con “Acida”, il celebre brano
dei Prozac+ che Bussoletti oggi sceglie di reinterpretare per la prima volta
nella sua carriera alle prese con una cover. Una scelta nata dal rispetto per
una canzone profondamente legata a una generazione, ma anche dalla volontà di
attraversarla con la propria sensibilità, lasciandosi alle spalle le sonorità
punk degli anni Novanta per vestirla di atmosfere acustiche, calde e personali.
La scintilla arriva dal vivo, sul palco
dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove “Acida” diventa qualcosa di
più di un omaggio: il contatto con il pubblico e quell’energia condivisa
convincono Bussoletti a portare quella versione in studio. Chitarre, cori e
percussioni cambiano prospettiva al brano, mentre la voce conserva intatta la
sua componente istintiva e liberatoria.
Attorno alla canzone si muove anche un racconto che guarda al presente attraverso la memoria, come dimostra il videoclip girato tra la Basilica della Santissima Trinità di Saccargia e i paesaggi di Codrongianos. Un percorso che si inserisce in una carriera articolata tra cantautorato, cinema, radio e scrittura, che trova in questa nuova uscita un altro modo per raccontare il rapporto di Bussoletti con la musica e con il tempo che cambia.
Perché proprio “Acida” e
perché proprio adesso?
«“Acida” è uscita nel ’98 ed è stata una canzone che, da quando è uscita, non ho mai smesso di cantare: sotto la doccia, in macchina... come tutte le persone. Poi, ad un certo punto, in un concerto, nella scelta di voler allungare un po’ la scaletta dei miei brani, ci siamo divertiti con i miei musicisti, con Peppe Mangiaracina in particolare, a voler provare una versione diversa di “Acida”. L’abbiamo fatta ma senza nessuna aspettativa, invece è successo qualcosa di particolare, c’è stato uno scambio di elettricità col pubblico che non è passato inosservato. Il giorno dopo abbiamo ricevuto molti messaggi sul concerto, tanti apprezzamenti su “Acida”. Così ci siamo ripromessi che, al momento giusto, alla pubblicazione del nuovo album, avremmo fatto una cosa che non avevo mai fatto da cantautore, pubblicare una cover.»
Come avete lavorato sulla
modulazione delle voci e sull’arrangiamento per dare ad “Acida” questa nuova
veste?
«C’è stato molto rispetto, tant’è che la canto al femminile. Credo che viviamo in un momento storico in cui certi confini sono meno netti rispetto al passato, quindi non mi disturbava cantata al femminile, pur essendo un uomo, e poi perché volevo rispettarla il più possibile. Da una parte c’è il mio suono, la parte acustica, la parte ritmica della canzone è quello che io chiamo il suono Bussoletti, scherzando ovviamente, però sottolinea, senza volermi sentire nessuno, la mia identità. Sono cresciuto con Manu Chao. Sulle voci hai notato una cosa molto interessante, perché per la prima volta abbiamo fatto un po’ di esperimenti alla Beatles, ci sono delle terze, ci sono delle voci che anticipano in stile “Yesterday”, sono sempre voci mie insieme a quelle di Lele Battista, ma più elaborate rispetto ad altre mie canzoni. Non l’abbiamo registrata al concerto, ma l’abbiamo riproposta con quel mood lì. Se il basso poteva fare una sola cosa, non ne ha fatte due, l’unica parte che è stata più viziata in fase di registrazione sono le voci. Ci sono due o tre voci mie, un paio di Lele, per il resto siamo riusciti a mantenere quell’idea live, perché era piaciuta molto. Io credo sia necessario rispettare il pubblico, l'ho voluto mantenere per come è piaciuta.»
Cosa hai voluto cambiare, e
cosa invece non avresti mai toccato del brano originale?
«Pensa, non ho voluto cambiare neanche la copertina, la mia copertina è identica a quella dei Prozac+, tranne ovviamente il nome. Poi una piccola variazione: anziché esserci le bamboline di sottofondo, ci sono dei lupacchiotti, non per fede calcistica, ma perché sono di Roma e mi piaceva dare questo segnale. Come a dire: questa è la versione di un ragazzo di Roma! Ho cambiato la fine del brano, che è molto urlata, che poi, ti dirò, non mi appartiene neanche in toto, però questa versione l’ho sempre urlata, anche ai concerti l’ho sempre fatta così, talmente tanto che ad un certo punto c’è stato un confronto in studio di registrazione. Alcuni, in particolare il batterista Leziero Rescigno, notavano che c’era discrepanza tra il mondo musicale molto morbido e il fatto che io la cantassi così ruvida. Alla fine l’abbiamo tenuta così. L’abbiamo anche provata, l’ho cantata morbida, ma come spesso accade la prima è sempre la migliore!»
“Acida” racconta una
generazione, ma tu oggi la canti da un’altra età e con un’altra consapevolezza:
cosa è cambiato nel tuo modo di viverla?
«Alla fine, se ci pensi, è una canzone che parla della necessità di rompere gli schemi, di uscire. In quel caso era uno sballo diretto, strettamente connesso alle droghe, negli anni ’90 ti dicevano: “Siamo talmente ingabbiati che anche drogandoti puoi rompere gli schemi”. Questa cosa è cambiata tanto perché i costumi cambiano e, cambiando lo stile di vita, le persone crescono. Penso che ci si possa e ci si debba sballare in mille modi diversi. Il video, il regista è Alessandro Sabeone, è stato girato in una cattedrale sarda di una bellezza incredibile. Io credo che lo sballo si possa anche ritrovare nella bellezza dell’arte e della natura. Non è cambiata la voglia di sballarsi, è cambiato il modo in cui lo facciamo.»
Dalla musica al cinema,
dalla radio alla scrittura: cosa ti sta portando oggi a esplorare linguaggi
così diversi?
«Sembrano tante cose diverse, se allarghi l’inquadratura ci si rende conto che sono cose connesse, è sempre comunicazione legata a parole e musica. Mi piace molto lavorare nel cinema per le colonne sonore, mi è capitato di lavorare con Elio Germano, mi piace tanto la scrittura perché vengo dalla lettura. Ho la fortuna di venire da una famiglia di lettori che però non hanno mai imposto questa cosa in modo snobistico: a casa mia andava bene se leggevi Dostoevskij, ma pure se leggevi Spider-Man, cosa che tra l’altro ho sempre fatto. Il mio è un amore per la comunicazione che passa principalmente dalle canzoni e poi si declina nella radio, dove ho un programma quotidiano, nelle colonne sonore perché adoro i film, lo dico da fruitore.»
Chi sono gli artisti che ti
hanno maggiormente ispirato?
«Ho avuto una grande fortuna: nel 1987, allo Stadio
Flaminio, venne Michael Jackson col “Bad Tour”. Io, ragazzino piccolissimo,
avrò avuto nove, dieci anni, sono riuscito ad andare grazie a mia zia,
giornalista di Panorama. Questa roba mi ha fulminato, perché vedere Michael
Jackson a livello di intrattenimento mi ha lasciato a bocca aperta e ho detto:
“Bene, voglio fare questo”. Certo, sono lontanissimo dall’essere Michael
Jackson, ognuno sviluppa la propria personalità. Ad esempio, io ballo
malissimo, non avrei mai potuto essere Michael Jackson, però l’idea di viversi
il palco in quel modo sì. Mi sono sempre piaciuti gli artisti che, oltre a fare
un grande lavoro di scrittura, fanno un grande lavoro di spettacolo. Per
esempio, Jovanotti fa robe incredibili, lui si mangia il palco e tu ne esci che
sei più arricchito. Mi piace l’idea di rubare a questi artisti qua. Mi piace
l’idea che quando esci da un mio concerto non ti senti derubato del tempo, ma
pensi alla bella serata che hai passato.”»


