Un furto che ferisce Messina: Antonello, il museo e una città che non ha mai smesso di perdere la propria memoria

 


Antonino Muscaglione per Fattitaliani

Ci sono furti che si misurano in cifre, altri che si misurano in perdita. Quello avvenuto nella sera del 15 agosto al 'Museo Accascina MuMe', appartiene alla seconda categoria. Perché quando dalle sale di un museo vengono sottratte opere di Antonello da Messina non viene portato via soltanto qualcosa che ha un enorme valore economico: viene sottratto un frammento della storia di una città, della sua identità e della memoria collettiva.

La dinamica del colpo, secondo le prime ricostruzioni, ha i contorni di un'azione studiata nei dettagli. Una banda di ignoti sarebbe riuscita a entrare nel museo attraverso una porta secondaria, eludendo i sistemi di allarme e le protezioni presenti nell'edificio. L'obiettivo erano sei opere: le cinque tavole superstiti del celebre Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, custodita all'interno di una teca blindata. Quattro opere sono state effettivamente sottratte, mentre due tavole del polittico sono state successivamente ritrovate sul muretto esterno del museo, sul viale della Libertà, probabilmente abbandonate dai ladri perché disturbati o impauriti.

Le indagini della Polizia e della Scientifica sono in corso. La Procura ha aperto un'inchiesta e gli investigatori stanno esaminando anche le immagini delle numerose telecamere presenti nella struttura. Tra le ipotesi c'è quella di un possibile collegamento con il mercato clandestino delle opere d'arte.

Ho visitato il museo di Messina qualche anno fa. Credo che, grazie alla sfuriata del mio amico Costantino, in biglietteria si ricordino ancora del nostro ingresso, ma questa è un'altra storia... Entrando nelle sue sale si comprende immediatamente quanto la presenza di Antonello rappresenti qualcosa di più della semplice presenza di un grande maestro della storia dell'arte. Le sue opere appartengono alla città prima ancora che al museo: sono parte di quella straordinaria vicenda artistica che ha fatto di Messina uno dei luoghi fondamentali della cultura italiana del Rinascimento.

Antonello da Messina, il pittore che seppe portare in Italia e sviluppare con straordinaria originalità la tecnica della pittura a olio, è certamente uno degli autori più rappresentativi del museo. Non perché le opere di Caravaggio conservate nelle sue sale abbiano un valore minore, tutt'altro. La presenza del Merisi costituisce uno dei vertici assoluti della collezione. Ma Antonello ha con Messina un rapporto irripetibile, quasi fisico: il suo nome è legato alla storia stessa della città, alla sua tradizione artistica, alla sua memoria.

Messina è una città che conosce fin troppo bene il significato della perdita. Il terremoto del 1908 cancellò una parte enorme del suo patrimonio storico e architettonico, insieme a migliaia di vite. La città che ne è uscita porta ancora oggi, a distanza di più di un secolo, le cicatrici di quella devastazione.

Per una città che ha già visto scomparire tanta parte della propria storia, sottrarre oggi opere come quelle di Antonello significa compiere un ulteriore sfregio. Un gesto che non può essere ricondotto soltanto alla logica criminale del furto d'arte o alla ricerca di un possibile profitto sul mercato nero.

Il sindaco Federico Basile ha definito quanto accaduto «un fatto gravissimo e profondamente riprovevole». Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha espresso sconcerto e vicinanza alla città, assicurando la collaborazione del ministero con le autorità impegnate nelle indagini.

E la direttrice del museo, Marisa Mercurio, ha parlato di una comunità “sconvolta”, ricordando come quelle opere fossero tra le più importanti e note di Antonello da Messina. Il valore di un'opera d'arte non coincide mai soltanto con il suo prezzo. Esiste un valore che non può essere quantificato, perché riguarda il rapporto tra un'opera e il luogo nel quale è nata, la comunità che l'ha custodita, le generazioni che l'hanno guardata e riconosciuta come parte della propria storia.

Le tavole di Antonello non sono semplicemente quadri che si trovavano a Messina. Sono quadri che raccontano Messina. E la loro sottrazione produce quindi una ferita che va ben oltre le pareti del museo.

Resta la speranza che le indagini possano portare rapidamente all'individuazione dei responsabili e soprattutto al recupero delle opere. Le due tavole già ritrovate dimostrano quanto sia ancora possibile sperare. Ma anche nel caso in cui tutto il patrimonio sottratto dovesse tornare al suo posto, qualcosa sarà comunque cambiato.

Un museo dovrebbe essere uno dei luoghi più protetti della memoria collettiva. E quando da quel luogo viene sottratta una parte della storia, non viene violata soltanto una teca, una porta o un sistema di sicurezza: viene violato il patto attraverso il quale una comunità affida al presente ciò che ha ricevuto dal passato.

A Messina questo patto è già stato spezzato una volta, nel 1908, quando la natura cancellò una parte enorme della città e del suo patrimonio. È per questo che il furto del 15 agosto ha un significato che va ben oltre il tangibile valore materiale delle opere: è un ulteriore sfregio a una città che ha già perso una parte immensa della propria memoria, un'altra violenza inferta alla storia di Messina, una storia che porta ancora addosso le cicatrici delle perdite subite e che oggi si trova costretta a fare i conti con una nuova, dolorosa ferita.

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Fattitaliani

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