Mino Manni: “Aiace e Odisseo, due volti dello stesso destino”. L'intervista di Fattitaliani

 

@Max Valle

di Giovanni Zambito - Dopo oltre quindici anni di lavoro sull’Odissea, Sergio Maifredi approda a una nuova tappa del suo percorso dedicato all’eroe dal multiforme ingegno: la trilogia odissiaca composta dal Filottete di Sofocle, dall’Ecuba di Euripide e dall’Aiace di Sofocle. Se l’Ulisse di Omero appartiene all’immaginario del viaggio e del racconto epico, queste tragedie restituiscono un Odisseo profondamente teatrale, immerso in una dimensione più oscura e ambigua.

Le tre opere condividono non solo la presenza di Ulisse, ma anche un paesaggio essenziale: una spiaggia spoglia, quasi una terra desolata beckettiana, dove il mito si confronta con la solitudine, la follia e il destino degli uomini. È in questo spazio sospeso che debutta, mercoledì 5 agosto 2026 al Teatro Greco del Parco archeologico di Tindari, in prima nazionale per il 70° Tindari Festival, “Aiace” di Sofocle, prodotto da Teatro Pubblico Ligure/Teatro Cavour – Centro di produzione teatrale.

Lo spettacolo, nella traduzione di Maria Grazia Ciani e con la consulenza letteraria di Giorgio Ieranò, vede Mino Manni impegnato in una scelta interpretativa di straordinaria complessità: incarnare sia Aiace, simbolo di forza, orgoglio e furia eroica, sia Odisseo, emblema di intelligenza, strategia e ambiguità morale. Una doppia presenza che mette in discussione l’idea stessa di eroe e rivela quanto i due personaggi, apparentemente opposti, siano in realtà legati da un confine sottile e profondamente umano.

In questa intervista Mino Manni racconta la sfida del doppio ruolo, il rapporto tra Sofocle e Beckett, la magia del Teatro Greco di Tindari e l’attualità di Aiace, un uomo travolto dall’umiliazione pubblica e dal giudizio degli altri, capace ancora oggi di interrogare il nostro tempo.

In “Aiace” interpreta sia Aiace sia Odisseo: che cosa l’ha affascinata di più di questo doppio ruolo?

In verità tutto. Per un attore è molto importante interpretare nello stesso spettacolo due personaggi apparentemente così diversi ma in fondo anche molto affini.

C’è una battuta di Odisseo nel testo che, riferendosi ad Aiace, dice: “È un mio nemico, certo, ma nella sua sorte io vedo anche la mia e vedo come noi tutti, tutti noi che viviamo non siamo altro che fantasmi e ombre vane”.

È proprio questa battuta, tra le altre, ad aver fatto scattare a me e al regista Sergio Maifredi la molla di “tentare” questo doppio ruolo.

Riuscire a lavorare sull’ambiguità di Odisseo rendendolo il più credibile possibile e, al contrario, sulla follia, sulla forza e sull’orgoglio di Aiace era una sfida troppo stimolante per noi, e spero che mercoledì risulti vincente anche per il pubblico di Tindari.

Aiace è forza e orgoglio, Odisseo è intelligenza e strategia: qual è il confine più sottile tra i due?

Come dicevo, il confine tra i due è molto più sottile di quanto si possa immaginare.

I personaggi delle tragedie greche hanno sempre molte sfaccettature e molte contraddizioni estremamente umane, ed è questo che li rende straordinari, affascinanti e molto meno distanti tra loro, sia a livello psicologico sia a livello caratteriale.

È così anche per Odisseo e Aiace.

Sergio Maifredi ambienta la tragedia in una spiaggia desolata, quasi beckettiana. Quanto questo spazio essenziale cambia il modo di recitare Sofocle?

Credo che la “no man’s land beckettiana” sia lo spazio più giusto per le tragedie di Sofocle, soprattutto per questa tragedia in particolare, dove la solitudine del protagonista, lo smarrimento e la sua follia sono descritti in modo talmente profondo, credibile e reale da renderlo moderno, contemporaneo e anche molto vicino allo straniamento e al nichilismo assurdo, quasi tragicomico, dei personaggi di Beckett.

©MaxValle

Il Teatro Greco di Tindari, affacciato sul mare, è un luogo straordinario: che rapporto si crea tra il paesaggio reale e la tragedia che portate in scena?

Un rapporto magico, fantastico, meraviglioso.

È un luogo unico dove si percepisce l’origine del “teatro vero”, quello greco che nasce dalla tragedia ed è inserito in uno spazio sacro, dove senti fortissimi la natura e il ricongiungimento con il senso del nostro essere e del nostro esistere, in una perfetta armonia e condivisione con il pubblico.

Ciò che deve e dovrebbe sempre fare il teatro, a tutti i livelli. Tindari ti fa sentire profondamente vivo e in comunione totale con la natura.

©MaxValle

La follia di Aiace nasce da un’umiliazione pubblica. Secondo lei questo personaggio parla ancora agli uomini di oggi, così esposti al giudizio degli altri?

La follia di Aiace ci racconta che anche un uomo forte e coraggioso può cadere di fronte a un’ingiustizia e a un tradimento, soprattutto se è quello di un amico.

Quindi non dobbiamo mai sentirci superiori agli altri o agli dèi, come fa Aiace, perché da un momento all’altro il nostro equilibrio potrebbe crollare miseramente e un atto di arroganza verso chiunque potrebbe avere conseguenze terribili.

Aiace dice: “E noi? Impareremo mai a essere saggi?”. La risposta non c’è e la domanda rimane sospesa come la corda di un equilibrista che, appena si sente troppo sicuro di sé, cade improvvisamente.

Oggi il giudizio continuo sui social, e non solo, ci schiaccia scioccamente, ma questo accadeva anche prima dei social. Quindi?

Ecco: il teatro e la tragedia greca ci insegnano, in primo luogo, a non giudicare mai nessuno, ed è per questo che è l’unica arte che sopravvive da più di tremila anni.

Dopo tanti ruoli, che cosa le insegna Sofocle in questa occasione?

In questa occasione, come in tante altre, Sofocle mi insegna moltissime cose, ma forse la più importante è l’umiltà.

Essendo un attore, l’umiltà è la cosa più facile da perdere, ma è anche ciò che rende veramente bravo un attore.

Come diceva Visconti, il successo di un attore è come un palazzo altissimo che, essendo arrivato molto in alto, se non ha le fondamenta crolla in un attimo.

E le fondamenta sono date dal fatto che in questo mestiere non si è mai “arrivati” e non bisogna mai smettere di cercare e imparare. Sempre!


Mercoledì 5 agosto al Teatro Greco del Parco archeologico di Tindari (Patti - Messina) per la 70a edizione del Tindari Festival (prima nazionale)
AIACE DI SOFOCLE
Traduzione Maria Grazia Ciani. Consulenza letteraria Giorgio Ieranò. Regia di Sergio Maifredi. Con Mino Manni nel ruolo di Aiace e di Odisseo e con Mariella Speranza, Pietro Cerchiello, Tommaso Imperiali, Alessandro Persichella. Musiche originali di Mario Incudine e Edmondo Romano, eseguite dal vivo da Edmondo Romano. Produzione Teatro Pubblico Ligure/Teatro Cavour – Centro di produzione teatrale.
Fattitaliani

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