In un panorama musicale spesso attratto dai grandi racconti, i tuttotace scelgono di posare lo sguardo sulla quotidianità. "A cena" nasce proprio da qui: da un momento semplice che diventa il simbolo di legami autentici, affetto e condivisione. Il singolo racconta come siano spesso i gesti più ordinari a custodire le emozioni più profonde, dando forma a un brano che unisce sensibilità cantautorale e una ricerca sonora costruita nel tempo. Ne abbiamo parlato con i tuttotace sulle pagine di Fattitaliani, dove ci hanno raccontato il percorso che ha portato alla nascita di "A cena", il loro modo di scrivere musica e l'importanza di creare canzoni nelle quali chiunque possa riconoscersi.
Molte
canzoni parlano di grandi eventi, mentre "A cena" parte da un gesto
quotidiano. È lì che trovate le storie più interessanti?
Sì, senza dubbio. È una nostra cifra stilistica, ma forse dovremmo dire che lo è degli artisti della nostra generazione: riportare momenti ordinari, vite semplici, punti di vista su scene che chiunque potrebbe vivere e in cui chiunque potrebbe trovarsi, il tutto restituito con la profondità e la gravità di un'impresa titanica. I “grandi eventi”, esattamente come i più “piccoli”, sono momenti riflessi nei nostri occhi e percepiti nei nostri cuori. Preparare la cena per qualcuno verso cui si prova affetto può essere un evento molto “grande”.
Quanto
è importante lasciare che chi ascolta possa riconoscersi nelle vostre canzoni?
Proprio per questo motivo che dicevamo prima, è fondamentale. Si potrebbe argomentare che nessuno parlerebbe mai se non per essere capito, anche se probabilmente la questione non è così netta. È sicuramente vero, però, che esprimere e trasmettere la nostra interiorità attraverso la musica non è semplicemente una valvola di sfogo, ma è una pratica che ha necessariamente dei destinatari. Forse non sono sempre tutti, a volte è solo qualcuno. L'intento e il desiderio di far risuonare qualche anima con la nostra musica però è un elemento ineliminabile del nostro scrivere.
Dopo
quattro anni di lavoro sul brano, avete imparato qualcosa di nuovo anche sul
vostro modo di scrivere?
Sicuramente abbiamo imparato moltissimo sul nostro modo di suonare. Rispetto alla primissima versione di “A cena”, scritta di getto nel 2022, ora le parti si incastrano, l'arrangiamento ha un senso, il brano è un piccolo viaggio con un inizio e una fine. Il testo è rimasto pressoché invariato, ma è stato anch'esso intrecciato con gli altri strumenti in modo da creare un sound che più possiamo definire nostro. Abbiamo imparato a incastrare in modo armonico le sensibilità di ciascuno di noi quattro, trasformandole in qualcosa di nuovo e di irriducibile alle nostre individualità.
Il
vostro sound è ricco di riferimenti ma rimane molto personale. Come riuscite a
mantenere questo equilibrio?
Proprio attraverso il lavoro insieme. Attraverso lo scontro e l’interazione tra le nostre individuali personalità musicali. L'impegno nel mescolare le nostre influenze e i nostri diversi sensi di musicalità non è volto a farne prevalere uno sugli altri, ma a creare un sound nuovo, in cui ciascuno di noi riveda sé stesso e al contempo gli altri. In questo modo, crediamo, riusciamo a far emergere il sound specifico dei tuttotace.
Quanto
conta per voi il lavoro sugli arrangiamenti rispetto alla scrittura del testo?
Non consideriamo mai separatamente musica e testo. Entrambi hanno la stessa importanza, proprio perché non sono due parti distinte del processo artistico. La musica nasce ispirata dal testo, il testo ispirato dalla musica. Ogni brano che componiamo cerca il più possibile di comunicare qualcosa attraverso entrambe queste componenti, senza che una delle due sia di semplice supporto all'altra. Motivo per cui, in fase di realizzazione dell’album, abbiamo scelto di non far emergere troppo la voce rispetto agli altri strumenti, ma di lasciarla “immersa” nella musica. Una scelta “antagonistica” rispetto alla tendenza più diffusa nel mercato musicale contemporaneo (almeno in quello italiano).
Cosa
vi ha colpito maggiormente del risultato finale del videoclip?
Oltre all'idea dello stop-motion realizzato con le polaroid, che da subito ci ha intrigato, è stato veramente bello vedere come il regista (Riccardo Baiocco) ha pensato e messo insieme le foto della festa. Il videoclip non ha avuto un copione, è stato realizzato organizzando una festa a casa, con i nostri amici, che hanno pazientemente accettato di vestirsi tutti di verde (qualcuno ha addirittura comprato dei vestiti per l’occasione). Noi ci siamo solo dovuti godere la festa mentre il regista e la fotografa (Sandra Bidoli) giravano tra noi scattando foto, senza preparare nulla. Ciò che vedete nel videoclip è vero, è come realmente sono andate le cose. È ciò di cui parla la canzone, in fondo: l'affetto si mostra molto più facilmente nella semplicità e nell'ordinarietà di una serata a cena insieme, piuttosto che nelle grandi dichiarazioni. Vedere come questo sia emerso perfettamente nell'atmosfera che Riccardo e Sandra sono stati in grado di costruire è la cosa che più ci ha emozionato.
Se
doveste far ascoltare un solo passaggio di "A cena" a chi non vi
conosce, quale scegliereste?
Probabilmente
il passaggio dalla prima alla seconda sezione, subito dopo la frase “non
pensavo che saremmo stati così tanti, accompagnatemi”. Per un semplice e
divertente motivo: in quel punto il sound si arricchisce, la ritmica cambia, la
canzone accelera, il brano esplode. In quasi tutte le nostre canzoni c'è un
momento così, un passaggio con un prima e un dopo. È un po’ la cifra
compositiva di questo nostro primo disco.

