a cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) Dal
titolo insolito e volutamente evocativo, "Udinì" segna il debutto
discografico di Gio DeCaprio, autore, pianista, cantante e narratore musicale
che arriva alla pubblicazione del suo primo album dopo un percorso di vita
tutt'altro che convenzionale. Disponibile in digitale dal 27 maggio e in
rotazione radiofonica dal 17 luglio per Jazzy Records, il brano rappresenta
molto più di un semplice esordio: è la porta d'ingresso in un universo
artistico dove convivono canzone d'autore, jazz, teatro, suggestioni
cinematografiche e un raffinato gusto per il racconto.
Costruito su un coinvolgente impianto funky e su un
andamento teatrale, "Udinì" prende ispirazione dalla figura di Harry
Houdini per trasformarla in una metafora della necessità di liberarsi dalle
catene, visibili e invisibili, che ciascuno porta con sé. Il risultato è una canzone
capace di coniugare leggerezza e profondità, ironia e riflessione, nella quale
ogni dettaglio, dalla musica alle immagini del videoclip, contribuisce a creare
una piccola scena narrativa. Non a caso DeCaprio, come racconta
nell'intervista, immagina ogni sua composizione come un racconto in musica,
popolato da personaggi, atmosfere e colpi di scena, più vicino al linguaggio
del cinema e del teatro che alla tradizionale forma canzone.
Alle spalle di questo progetto c'è una lunga storia personale: dopo aver coltivato fin da bambino l'amore per il pianoforte, la vita lo ha portato lontano dalla musica, prima nel mondo aziendale e poi nella professione forense. Solo in seguito DeCaprio ha scelto di ritornare a quella che considera la sua autentica vocazione, dando forma a un percorso artistico maturo, sincero e profondamente personale. "Udinì" anticipa infatti l'album "Controtempo", un titolo che racconta perfettamente la filosofia di un musicista arrivato al debutto seguendo i propri tempi, senza rincorrere le logiche del mercato ma privilegiando la qualità della scrittura, il valore degli strumenti suonati e il calore dell'esecuzione dal vivo.
Da dove nasce il titolo
"Udinì" e perché hai scelto di scriverlo proprio così?
«È una scelta voluta e ha una duplice lettura. Da una parte c'è un omaggio al cinema di Fellini: nei suoi film ambientati in Romagna i nomi dei personaggi americani venivano spesso storpiati secondo la pronuncia locale, e mi piaceva riprendere proprio quella suggestione trasformando "Houdini" in "Udinì". Dall'altra c'è un episodio realmente accaduto quando facevo l'avvocato: un detenuto, famoso per le sue evasioni, disse di essere soprannominato "Houdini", ma il cancelliere trascrisse il nome come "Udinì". Quella storia mi è rimasta impressa e, nella mia fantasia, è diventata il titolo del brano.»
Musicalmente il pezzo ha un
impatto molto forte. È stato cercato fin dall'inizio?
«In realtà è stata soprattutto una sensazione. Mi ha conquistato l'arrangiamento realizzato da Enrico Solazzo, con quel carattere funky così energico e quei fiati che aprono il brano in maniera dirompente. Mi è sembrata subito la veste giusta e non ho sentito il bisogno di cambiarla. Io compongo le canzoni al pianoforte, ma poi ho la fortuna di lavorare con musicisti straordinari come Dario Rosciglione ed Enrico Solazzo che prendono l'idea iniziale e la fanno crescere. L'arrangiamento rappresenta una parte fondamentale del risultato finale e quello di "Udinì" mi è piaciuto fin dal primo momento.»
Anche il videoclip ha una
forte componente teatrale e simbolica. Come è nato?
«Ti dirò, non era nemmeno previsto. È stata un'intuizione di Valentina Gramazio, che cura la mia comunicazione e ha saputo leggere il brano in profondità. Ha costruito un video molto evocativo, popolato da catene, palcoscenico, illusioni e immagini oniriche che danno forma all'immaginario della canzone. Mi piace molto anche la presenza del pubblico: chi assiste allo spettacolo dell'illusionista sa perfettamente che esiste un trucco, ma sceglie comunque di lasciarsi sorprendere. È proprio questo il fascino dell'illusionismo che ho cercato di raccontare.»
La musica è arrivata dopo
un lungo percorso professionale lontano dal palcoscenico. Come è maturata
questa scelta?
«La musica, per me, non è mai stata una semplice passione: è sempre stata un amore. Da bambino ho studiato pianoforte, anche se in modo piuttosto discontinuo e senza seguire un percorso accademico. Poi la vita mi ha portato altrove e per tanti anni ho avuto un rapporto intermittente con la musica, avvicinandomi e allontanandomi. A un certo punto, però, ho capito che era qualcosa che non sarebbe mai uscito dalla mia vita. Ho deciso di dedicarle tutto il tempo possibile e oggi posso dire di essere felice di quella scelta.»
Nel tuo disco convivono
jazz, tango e canzone d'autore. Come definiresti il tuo linguaggio musicale?
«Il jazz è sicuramente uno dei miei grandi riferimenti, anche se non mi considero un pianista jazz nel senso classico del termine. Mi definisco piuttosto un artigiano della musica: ho imparato ascoltando dischi, andando ai concerti, prendendo ispirazione da tante esperienze diverse. Amo anche il tango e infatti nel disco c'è un brano costruito proprio su quel linguaggio. Cerco semplicemente di seguire una mia visione personale, partendo sempre dal pianoforte e affidandomi poi ai musicisti che condividono questo percorso con me.»
L'illusione è il tema
centrale del brano. Che significato assume nella tua visione?
«Credo che l'illusione faccia parte della vita di tutti noi. Spesso scegliamo di lasciarci sedurre da ciò che appare e, in fondo, ci piace farlo. Anche "Udinì" ha una componente autobiografica: parla di persone che agli occhi degli altri sembrano capaci di fare qualsiasi cosa, mentre dentro di sé hanno molte più fragilità di quanto mostrino. Questo contrasto mi interessa molto. L'illusione è sempre stata presente anche nella letteratura e nella filosofia, prima e dopo Leopardi, perché racconta un bisogno profondamente umano. Io ho cercato di trasformare questa riflessione in una canzone che fosse coinvolgente, leggera solo in apparenza.»
Nel disco hai scelto una
sonorità molto suonata, lontana dalle produzioni più digitali. È una scelta di
campo?
«Assolutamente sì. Sono molto appassionato di teatro e
infatti ho anche immaginato che questa storia potesse vivere un giorno sul
palcoscenico. Allo stesso modo ho voluto una produzione costruita con strumenti
veri, fiati e musicisti in carne e ossa, senza affidarmi troppo
all'elettronica. So che probabilmente è una scelta che può penalizzarmi dal
punto di vista commerciale, perché oggi il mercato segue altre direzioni, ma è
la musica che sento più mia. Credo che il calore, l'istinto e l'umanità che
trasmettono gli strumenti suonati siano qualcosa che nessuna tecnologia può
sostituire.»

