Gianluca Pennino e l’AI: “La vera minaccia non è la macchina che pensa. È l'essere umano che smette”. L'intervista

 


Gianluca Pennino, Chief Strategy & Innovation Officer già autore dei tre volumi "L'intelligenza oltre il biologico", "Dalla fabbrica all'algoritmo" e "L'Umano invisibile" con cui ha affrontato il tema da tre angolazioni complementari (filosofica, politica e operativa), è tornato con “Il mago meccanico: Dietro il sipario dell'intelligenza artificiale” (Amazon KDP) per sciogliere il nodo epistemologico dell’intelligenza artificiale generativa, distinguendo tra comprensione e verosimiglianza e proponendo una guida all’uso consapevole degli strumenti linguistici automatizzati.

Gianluca, la sua "Tetralogia sull’Era Algoritmica" si presenta come un ambizioso progetto saggistico interdisciplinare. Qual è il nucleo centrale o la preoccupazione fondamentale che fa da collante a volumi apparentemente così diversi, che spaziano dalla filosofia della mente alla sociologia economica fino all'antropologia delle organizzazioni?

Non l'ho progettata a tavolino. Il collante è emerso scrivendo. Ma se oggi dovessi nominarlo, direi che è una sola domanda: che cosa resta dell'umano quando l'intelligenza smette di essere una prerogativa esclusivamente umana?

Non mi interessa molto la paura della sostituzione, quella appartiene più al cinema che alla filosofia. Il punto è più sottile: è una scomparsa silenziosa. Deleghiamo, e a forza di delegare rischiamo di smettere di sentirci responsabili. Nei libri lo chiamo scarico algoritmico della responsabilità: la tendenza a trasferire alla macchina non solo un compito, ma anche il peso morale della decisione.

È questo il filo che attraversa tutti e quattro i volumi, anche quando parlano di cose apparentemente lontanissime.

Cambia soltanto l'angolo di osservazione. L'intelligenza oltre il biologico nasce per chi studia la mente, filosofi e ricercatori: l'intelligenza delle macchine deve per forza somigliare alla nostra? Io credo di no, ed è proprio lì che la cosa diventa interessante. Dalla fabbrica all'algoritmo cambia bersaglio e guarda al potere: chi controlla la nuova fabbrica cognitiva, chi ne raccoglie i benefici, chi ci finisce dentro senza accorgersene. L'Umano invisibile scende nelle aziende, dove le trasformazioni falliscono non perché manchi la tecnologia, ma perché ci si dimentica delle persone. Il mago meccanico è un'altra cosa ancora: è per tutti, e torna alla domanda di partenza. Queste macchine capiscono davvero, o imitano soltanto?

L'unica cosa che non faccio mai, in nessuno dei quattro libri, è trattare la tecnologia come neutra. Non lo è. Una macchina è sempre una decisione su come vogliamo stare al mondo, travestita da strumento.

Se dovessimo descrivere con degli aggettivi ognuno dei quattro volumi, quali userebbe?

Per L'intelligenza oltre il biologico direi: speculativo, vertiginoso, ambizioso fino all'eccesso. E lo rivendico. È il libro in cui mi sono permesso di spingere la domanda sull'intelligenza oltre i confini più rassicuranti.

Dalla fabbrica all'algoritmo è politico, conflittuale, scomodo. È probabilmente il volume che può far arrabbiare di più, e va bene così. Perché il tema non è soltanto che cosa può fare l'intelligenza artificiale, ma chi ne controlla l'infrastruttura, i benefici, le dipendenze.

L'Umano invisibile è concreto, operativo, sporco di mani. È il libro degli ottocentomila euro buttati in un software che nessuno apre. Il libro delle dashboard perfette e delle persone che continuano a lavorare su Excel, WhatsApp e telefonate perché nessuno ha capito davvero come lavorano.

Il mago meccanico è divulgativo, disincantante, smascherante. È l'unico che ho scritto esplicitamente per chiunque, non solo per gli addetti ai lavori. Fa una cosa sola: mostra com'è fatto il trucco. E questo è il punto, perché un trucco funziona solo finché non sai come funziona.

AI Act: un suo commento?

L'AI Act è il tentativo più serio al mondo di mettere regole a un campo che per troppo tempo è cresciuto più rapidamente della nostra capacità di comprenderlo. Già solo per questo va preso sul serio e, in linea di principio, difeso.

L'impianto basato sul rischio ha senso: non tutte le applicazioni di intelligenza artificiale hanno lo stesso impatto, e quindi non tutte possono essere regolate nello stesso modo. Anche il cosiddetto "effetto Bruxelles" è reale: l'Europa, quando regola bene, finisce spesso per influenzare gli standard globali.

Detto questo, c'è un paradosso che mi preoccupa molto: l'Europa è bravissima a regolare ciò che non produce. Possiamo certificare un modello, possiamo imporre documentazione, possiamo perfino vietare alcuni usi. Ma i modelli di frontiera, i chip, il cloud, le grandi infrastrutture computazionali stanno in larga parte altrove.

E quando un'autorità chiede di guardare dentro la scatola, spesso la risposta è: segreto industriale. È come se una FDA dovesse approvare farmaci senza poter davvero analizzare la composizione chimica.

Senza una sovranità tecnologica reale, il rischio è che la regolazione diventi una forma elegante di impotenza: documentazione perfettamente conforme, ma pochi strumenti per verificare davvero che cosa accade dentro i sistemi. Un arbitro preparatissimo, ma senza una squadra in campo.

Sembra non decollare l’intelligenza artificiale nelle imprese italiane. Perché?

Perché continuiamo a raccontarci che sia un problema di tecnologia o di soldi. E quasi mai è solo questo.

I dati più recenti dicono che l'uso dell'intelligenza artificiale nelle imprese italiane sta crescendo: nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti utilizza almeno una tecnologia di IA, il doppio rispetto all'anno precedente. Ma attenzione a leggerlo come una vittoria. Lo stesso rapporto ISTAT dice due cose che spostano il discorso: la prima barriera all'adozione non sono i costi, sono le competenze e la cultura organizzativa, e il divario tra grandi imprese e PMI, invece di chiudersi, si allarga. Quindi il punto vero non è comprare gli strumenti. È farli vivere dentro l'organizzazione.

Molti progetti digitali non falliscono per limiti tecnici, ma per resistenza umana, culturale, organizzativa. Io la chiamo cecità antropologica: si installa lo strumento e ci si dimentica delle persone che dovrebbero abitarlo.

Qui c'è un paradosso molto italiano. La forza delle nostre PMI è spesso esattamente ciò che questi sistemi rischiano di appiattire: la conoscenza tacita, il mestiere, la relazione, l'eccezione gestita a voce, l'intuizione commerciale, il dettaglio che non entra nel processo standard.

Il venditore che tiene il cliente migliore su WhatsApp invece che sul CRM non è necessariamente un arretrato. Magari ha capito che quel software gli ha trasformato una relazione in un modulo da compilare.

Finché vendiamo l'intelligenza artificiale come sostituzione e non come potenziamento di quel sapere, le persone la sabotano. E spesso hanno ragione loro. L'innovazione che dimentica l'essere umano non è innovazione: è installazione.

Lei è padre di quattro figli. Come educare la nuova generazione all’uso etico e consapevole di questo nuovo e potente strumento?

Parto da una scena che racconto anche ne Il mago meccanico. Un bambino di otto anni chiede a ChatGPT perché si sono estinti i dinosauri, riceve una spiegazione chiara, paziente, ben costruita. E spontaneamente ringrazia. Ringrazia la macchina.

Nessuno glielo ha insegnato. Lo fa perché quella risposta sembra venire da qualcuno che lo ha ascoltato davvero.

Ecco, secondo me il mestiere di padre comincia lì. Non bisogna insegnare ai figli semplicemente a usare lo strumento: quello lo imparano in dieci minuti, spesso meglio di noi. Bisogna insegnare loro a non averne sempre bisogno. E soprattutto a riconoscere la differenza tra capire una cosa e sentirsela raccontare in modo convincente.

Questi sistemi sono fortissimi nel rendere verosimile qualunque cosa. E un ragazzo che non distingue il vero dal verosimile è un ragazzo disarmato.

A casa, quindi, io cerco di difendere l'attrito. Il dubbio. La fatica di arrivarci da soli prima di chiedere alla macchina. L'abitudine di verificare invece di fidarsi del tono. Perché questi sistemi rispondono con la stessa sicurezza quando sanno e quando inventano. Non si accende mai un semaforo rosso.

Non vieto nulla, sarebbe ipocrita visto che con queste tecnologie lavoro ogni giorno. Chiedo però una cosa: che restino loro i padroni delle proprie decisioni. La vera minaccia non è la macchina che pensa. È l'essere umano che smette.

Un’ultima domanda: di fronte ai paradossi dell'efficienza contemporanea (siamo più connessi ma più isolati), lei cosa propone?

Diffido un po' della domanda, lo dico onestamente, perché spesso presuppone che esista una soluzione semplice. E di solito chi vende la soluzione vende anche lo stesso meccanismo che ha creato il problema.

Quindi non ho una ricetta. Ho, al massimo, una direzione.

Questi paradossi (più efficienti ma meno efficaci, più connessi ma più soli, più informati ma meno capaci di giudicare) non sono guasti accidentali da riparare. Sono il prezzo di scelte di progettazione che abbiamo fatto senza accorgercene.

Il primo passo, banale eppure quasi mai compiuto, è smettere di misurare solo ciò che è facile misurare: i messaggi scambiati, i tempi di risposta, i task chiusi, le call fatte, le notifiche evase. Lì i numeri salgono mentre la fiducia cala. E quasi nessuno guarda il secondo grafico.

Quello che propongo è reintrodurre intenzionalmente ciò che l'efficienza taglia per prima: la lentezza, la presenza fisica, il silenzio, l'attenzione, il peso di una decisione che resta tua.

In azienda questo può tradursi in principi molto concreti: tenere una quota di decisioni in mano agli esseri umani anche quando la macchina farebbe prima; proteggere spazi di confronto reale; non trasformare ogni relazione in flusso, ogni intuizione in metrica, ogni responsabilità in procedura.

Non per nostalgia. Non perché il passato fosse migliore. Ma perché quel muscolo lì, il muscolo del giudizio, della presenza, della responsabilità, se non lo usiamo si atrofizza.

Ci riusciremo? Non ne sono sicuro. Ma una cosa la so: una società efficientissima ma incapace di decidere umanamente non è una società avanzata. È soltanto una macchina ben oliata che ha dimenticato perché si muove.


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