di Giovanni Zambito - Da settembre il ristorante bolognese Libra diventa Cucina Evolution. Non un semplice restyling, ma il nome nuovo di una battaglia che dura da anni: quella di Chiara Manzi, nutrizionista e docente di Medicina Culinaria a Ferrara, contro l'idea che mangiare bene significhi rinunciare al piacere.
Tutto nasce da una frustrazione personale - diete rigide, chili ripresi, sensi di colpa - trasformata in una domanda scientifica: è il piatto a farci male, o il modo in cui lo prepariamo? Da lì il metodo che ha dato un nome al ristorante, un percorso degustazione da 800 kcal con carbonara, fritto e tiramisù, e persino un riconoscimento universitario. La sintesi è nella sua frase più famosa: «Il problema non era la carbonara. Era come la preparavo».
Da settembre Libra diventa “Cucina Evolution”. È solo un rebranding o rappresenta una nuova fase?
Non è un semplice cambio di nome, ma l’inizio di una nuova fase. Libra è stato il luogo in cui abbiamo dimostrato che un ristorante può offrire piatti golosi, legati alla tradizione italiana e, allo stesso tempo, progettati scientificamente per favorire salute, linea e longevità.
Il nome “Cucina Evolution” rende ancora più chiara la nostra identità e ciò che vogliamo portare nel futuro: non soltanto un ristorante, ma un luogo di incontro, esperienza e formazione, nel quale la ricerca scientifica diventa cucina concreta. Vogliamo che ogni persona possa assaggiare il nostro metodo, comprenderlo e imparare a riprodurlo anche a casa propria. Non cambiamo anima: la rendiamo più riconoscibile con lo stesso nome dell'Accademia Italiana di Medicina Culinaria, oggi Polo Universitario Tecnologico Territoriale IUL.
Lei racconta spesso che tutto è nato da una dieta che non ha funzionato. Quanto è stato importante trasformare un’esperienza personale di frustrazione in un metodo scientifico che oggi aiuta migliaia di persone?
È stato fondamentale. Da ragazza ho vissuto il rapporto con il cibo attraverso le rinunce, la fame e il senso di colpa. Come accade a moltissime persone, pensavo che per dimagrire fosse necessario mangiare poco, eliminare i piatti che amavo e convivere con una dieta triste. Ma quel modello non funzionava nel tempo.
A un certo punto ho deciso di trasformare la frustrazione in una domanda scientifica: è davvero il piatto in sé a farci male o è il modo in cui lo prepariamo, lo abbiniamo e lo consumiamo? Da questa domanda è iniziato un lungo percorso di studio nella nutrizione, nella tecnologia alimentare e nella cucina.
La mia esperienza personale mi ha insegnato che la conoscenza scientifica diventa davvero utile quando riesce a migliorare la vita quotidiana delle persone. Il Metodo Scientifico Cucina Evolution nasce proprio con questo obiettivo: non chiedere alle persone di rinunciare alla propria cultura alimentare, ma insegnare loro a farla evolvere.
“Il problema non era la carbonara, ma come la preparavo” è diventata una frase simbolo del suo lavoro. Quanto è difficile convincere gli italiani che salute e tradizione possono convivere senza rinunce?
È difficile perché per molti anni abbiamo ricevuto due messaggi contrapposti. Da una parte, la tradizione è stata associata al piacere e all’abbondanza; dall’altra, la salute è stata raccontata attraverso piatti poco invitanti, porzioni minuscole e divieti.
In realtà la tradizione italiana possiede già straordinari elementi di equilibrio: la varietà degli ingredienti, i legumi, le verdure, i cereali, l’olio extravergine, la convivialità. Il nostro compito non è cancellarla, ma studiarla e migliorarla con le conoscenze scientifiche di oggi.
Quando lavoriamo su una carbonara, non vogliamo trasformarla in un piatto punitivo che ricorda vagamente l’originale. Vogliamo mantenere cremosità, profumo, sapidità e piacere, intervenendo sulle tecniche di preparazione, sulle quantità e sull’equilibrio nutrizionale. Quando una persona assaggia il risultato, spesso non ha più bisogno di essere convinta: comprende che gusto e salute possono davvero stare nello stesso piatto.
La cucina italiana è patrimonio culturale oltre che gastronomico. Quando “riprogetta” un piatto iconico come la carbonara o il tiramisù, sente la responsabilità di preservarne anche l’identità culturale?
Assolutamente sì. Un piatto non è soltanto una somma di ingredienti: è memoria, territorio, famiglia, emozione. Per questo utilizzo con cautela la parola “riprogettare”. Non significa stravolgere, ma comprendere ciò che rende quel piatto riconoscibile e irrinunciabile.
Prima di intervenire studiamo la sua struttura sensoriale: quali sono gli aromi dominanti, quale consistenza ci aspettiamo, quale emozione deve restituire al primo assaggio. Solo dopo lavoriamo sugli aspetti nutrizionali e sulle tecniche di cucina.
L’innovazione, per me, deve essere rispettosa. La tradizione non è una fotografia immobile: è il risultato di continue evoluzioni. Preservarla significa permetterle di continuare a vivere, adattandola alle necessità dell’uomo contemporaneo senza privarla della sua identità.
Lei ha collaborato con due giganti della cucina come Gualtiero Marchesi e Massimo Bottura. Qual è l’insegnamento più prezioso che ha portato con sé da queste esperienze?
Da incontri ed esperienze con grandi maestri della cucina ho imparato soprattutto che nulla, in un piatto, deve essere casuale. Ogni ingrediente, ogni consistenza e ogni gesto tecnico devono avere un significato.
Gualtiero Marchesi ha rappresentato la ricerca dell’essenzialità, dell’eleganza e del rigore. Massimo Bottura ha dimostrato quanto sia importante saper rileggere la tradizione, raccontandola attraverso un linguaggio contemporaneo e profondamente emozionale.
Il grande insegnamento che porto con me è che creatività e disciplina non sono opposte. Anche la cucina più innovativa nasce da studio, metodo e conoscenza. È lo stesso principio che applichiamo nella Cucina Evolution: la scienza non limita la creatività del cuoco, ma gli offre strumenti nuovi per renderla ancora più consapevole.
Per anni la nutrizione è stata raccontata soprattutto attraverso il linguaggio del divieto: niente pasta, niente dolci, niente fritti. Il suo approccio sembra partire invece dalla parola “piacere”. È questa la vera rivoluzione?
Credo di sì. Il piacere non è il nemico della salute: è una condizione necessaria affinché un’alimentazione corretta possa diventare uno stile di vita.
Possiamo costruire il piano nutrizionale teoricamente perfetto, ma se una persona lo vive come una punizione prima o poi lo abbandonerà. La vera sfida non è ottenere un risultato per qualche settimana, ma rendere sostenibili le scelte per tutta la vita.
La rivoluzione consiste nel passare dal “non puoi mangiarlo” al “impariamo a prepararlo meglio”. Possiamo lavorare sulle fibre, sulle tecniche di cottura, sulla qualità e sulla quantità dei grassi, sull’indice glicemico, sulla densità calorica e sulla formazione di sostanze potenzialmente dannose, senza rinunciare alla bontà.
Non dobbiamo educare le persone ad avere paura del cibo. Dobbiamo fornire loro gli strumenti per conoscerlo e viverlo con serenità.
Oggi il suo metodo entra anche nell’università attraverso l’Accademia Italiana di Medicina Culinaria. Quanto è importante che il dialogo tra ricerca scientifica e cucina esca dagli ospedali e arrivi direttamente nei ristoranti e nelle case delle persone?
È essenziale, perché la salute non si costruisce soltanto negli ambulatori. Si costruisce ogni giorno, quando facciamo la spesa, scegliamo un prodotto, cuciniamo un piatto o ordiniamo al ristorante.
La ricerca scientifica produce conoscenze preziose, ma spesso queste informazioni rimangono confinate negli articoli accademici o vengono comunicate attraverso indicazioni troppo generiche: mangiare meno zucchero, meno sale, meno grassi. Alle persone, però, serve sapere come farlo concretamente senza perdere il piacere.
La Medicina Culinaria crea un ponte tra medici, nutrizionisti, ricercatori, tecnologi alimentari e professionisti della cucina. Non basta sapere che cosa sarebbe corretto mangiare: dobbiamo imparare a trasformare le raccomandazioni scientifiche in ricette, tecniche e soluzioni realmente applicabili.
Portare questo approccio nella formazione universitaria significa riconoscere che cucinare bene può diventare uno strumento di prevenzione e di promozione della salute.
Il progetto Antiaging Italian Food parla di longevità. Che cosa significa davvero “mangiare per vivere meglio” senza trasformare ogni pasto in un calcolo di calorie?
Significa superare l’idea che un alimento possa essere valutato soltanto attraverso il numero delle calorie. Le calorie contano, ma non raccontano tutto. Sono importanti anche la qualità nutrizionale, la presenza di fibre e sostanze protettive, l’effetto sulla sazietà, sulla glicemia e sul microbiota, il metodo di cottura e la frequenza di consumo.
Mangiare per vivere meglio significa costruire un’alimentazione varia, equilibrata e piacevole, capace di accompagnarci nel tempo. Significa anche proteggere la convivialità, perché la longevità non dipende esclusivamente da ciò che mettiamo nel piatto, ma anche dalle relazioni, dal movimento, dal sonno e dal modo in cui viviamo il momento del pasto.
Il nostro obiettivo non è trasformare le persone in calcolatrici nutrizionali. È insegnare poche regole scientifiche, chiare e applicabili, affinché le scelte più salutari diventino semplici, naturali e soprattutto buone da vivere.
C’è un piatto della tradizione italiana che ancora rappresenta una sfida e che sogna di reinterpretare secondo i principi della Cucina Evolution?
Ogni piatto può rappresentare una nuova sfida, perché il nostro obiettivo non è soltanto ridurre calorie, zuccheri o grassi, ma conservare l’esperienza sensoriale che lo rende speciale.
Mi affascinano soprattutto i grandi lievitati e i dolci delle feste, perché racchiudono tecnica, tradizione, memoria e condivisione. Intervenire su queste preparazioni senza comprometterne sofficità, profumo e struttura richiede un lavoro scientifico molto complesso.
Ma è proprio questo che rende appassionante la ricerca: dimostrare che persino i piatti considerati più difficili possono evolvere, purché si conoscano profondamente la chimica degli ingredienti, le tecnologie di preparazione e i meccanismi del gusto.
Se dovesse lasciare un solo messaggio a chi vive il rapporto con il cibo tra sensi di colpa e continue rinunce, quale sarebbe?
Direi: non devi scegliere tra il piacere di mangiare e il desiderio di stare bene.
Il cibo non dovrebbe essere un premio quando siamo stati bravi né una colpa quando abbiamo ceduto. È nutrimento, cultura, relazione e gioia. Dobbiamo imparare a conoscerlo, non a temerlo.
Non serve inseguire la perfezione o iniziare ogni lunedì una nuova dieta. Serve compiere piccoli gesti consapevoli, imparando a cucinare i piatti che amiamo in modo più equilibrato.
La salute costruita attraverso la rinuncia è fragile. Quella costruita attraverso la conoscenza e il piacere può accompagnarci per tutta la vita. Perché la cucina del benessere, prima di tutto, deve essere buona da vivere. Quindi mani in pasta e torniamo a cucinare per il piacere di fare bene a noi e agli altri.


