a cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) Con 'Pareidolia - Illusioni Reali nelle Mete del
tempo' Dasp firma un concept EP che intreccia introspezione,
denuncia sociale e sperimentazione sonora. Il progetto prende il nome dal
fenomeno psicologico della pareidolia, quella naturale tendenza a riconoscere
forme familiari in elementi casuali, trasformandolo in una metafora
dell'ascolto: ogni brano invita infatti chi ascolta a ritrovare emozioni,
ricordi e significati personali.
Cantautore, polistrumentista e sound designer,
Domenico Palopoli, questo il vero nome dell'artista calabrese, costruisce un
percorso musicale in cui il cantautorato italiano si fonde con influenze indie
rock, grunge ed elettroniche. Un universo sonoro che, nella speciale edizione
in vinile, si arricchisce di interludi sperimentali realizzati con
registrazioni effettuate nei boschi della Sila attraverso particolari microfoni
a contatto, capaci di catturare i suoni nascosti di alberi, muschio, neve e
alveari.
Tra riflessioni sulla contemporaneità, il disagio di una generazione, il rapporto con la natura e la ricerca di sé, Pareidolia racconta un mondo in cui musica e paesaggio diventano strumenti di connessione emotiva. Nell'intervista che segue, Dasp ripercorre la nascita del progetto, approfondisce il significato dei brani, racconta il dialogo tra scrittura d'autore e sperimentazione sonora e riflette sul ruolo della musica come spazio di ascolto, consapevolezza e cura dell'anima.
Come nasce l'idea di
costruire un EP attorno alla 'pareidolia'?
«Stavo cercando un concept che mi permettesse di spaziare il più possibile, lasciando a ogni brano un'interpretazione aperta. Mi è venuto naturale tornare sul tema della pareidolia, un fenomeno che avevo approfondito anni fa e che mi aveva sempre affascinato. Da bambino mi capitava spesso di vedere volti nelle venature del legno o nelle maniglie delle porte: quella curiosità è rimasta con me e, circa cinque anni fa, è diventata il punto di partenza di questo concept album. Mi piace l'idea che ogni ascoltatore possa trovare una propria chiave di lettura, riconoscere qualcosa di personale nelle canzoni. La pareidolia era il filo conduttore ideale perché offriva infinite possibilità narrative.»
Qual è il messaggio che
vorresti arrivasse a chi ascolta il disco?
«Ogni brano affronta un tema diverso, ma tutti sono
legati da un unico filo conduttore. In 'Tempi Moderni' rifletto sul bisogno di ritrovare un
modello culturale in un'epoca in cui si urla molto e si ascolta poco. Ho voluto
usare il suono come uno spazio di calma, quasi una cura per l'anima e uno
strumento di meditazione.
In 'L'Uomo
Poltrona' affronto invece un tema sociale: ogni generazione sogna
di cambiare il mondo, ma oggi, complice l'uso eccessivo dei social, spesso le
rivoluzioni restano virtuali. Nel ritornello canto "ci pensa lui, ci pensa
lei, ma poi ci pensa Dio", con un tono ironico, per raccontare come alla
fine nessuno si assuma davvero la responsabilità del cambiamento.
'Generazione Y' è dedicata a chi è nato tra il 1981 e il 1986,
racconta il senso di delusione di una generazione che, arrivata ai trentacinque
o quarant'anni, si ritrova ad affrontare gli stessi problemi di sempre: ll
crollo del ponte Ortiano 2, a Longobucco, diventa così la metafora di questa
sfiducia: un'infrastruttura costruita in trent'anni che cede improvvisamente,
proprio come tante promesse rimaste senza fondamenta.
Con 'Istinti'
parlo invece della necessità di fare esperienze, crescere e cambiare, sia dal
punto di vista professionale che umano e spirituale. Alla fine, però, il vero
benessere lo si ritrova spesso nei luoghi in cui si è nati e cresciuti. Io
vengo da Longobucco, nel cuore della Sila, un territorio che rappresenta una
fonte inesauribile di ispirazione, a venti minuti dal mare e a dieci dalla
Sila.
L'ultimo brano, 'Pareidolia', è il più intimo, racconta il rapporto profondo con i boschi della Sila, che hanno ispirato sia l'album sia il progetto sperimentale contenuto nella versione in vinile. Oltre a fare musica, sono anche apicoltore e sound designer. Qualche anno fa ho realizzato una traccia utilizzando i suoni degli alveari per sensibilizzare sul ruolo fondamentale delle api e sui rischi legati ai pesticidi e al cambiamento climatico. Nel vinile questi suoni diventano parte integrante del racconto: ad esempio, l'introduzione di Generazione Y è costruita proprio sul ronzio delle api, trasformato in una metafora di una generazione che continua a lanciare il proprio grido senza essere davvero ascoltata.»
Come hai trovato l'equilibrio tra cantautorato e sonorità più sperimentali?
«Ho avuto la fortuna di crescere con le influenze
musicali di mia sorella, che mi ha fatto scoprire tantissima musica degli anni
Novanta. Quando è nato il progetto Dasp ho sentito il bisogno di costruire
un'identità sonora precisa. Ho lavorato per due anni affinché tutto risultasse
coerente, cercando di unire le sonorità grunge che mi hanno sempre affascinato
con una ricerca più sperimentale.
Il risultato è un cantautorato diretto, arricchito da sfumature rock anni Novanta e da un'elettronica che porto dentro da sempre, perché ho sempre amato anche la musica elettronica degli anni Ottanta e Novanta. Il mio obiettivo era creare qualcosa di contemporaneo che racchiudesse tutte le influenze che fanno parte del mio percorso musicale.»
Quanto è importante, per
te, affrontare temi sociali nelle tue canzoni?
«È fondamentale. Con questo progetto ho voluto parlare di tutto ciò che mi sta davvero a cuore. Il concetto della pareidolia mi ha dato la libertà di affrontare argomenti diversi senza perdere l'unità del racconto. In 'Generazione Y', ad esempio, passo da una dimensione romantica e malinconica a una riflessione sociale molto concreta. È stato un processo del tutto naturale: sentivo il bisogno di raccontare sia il lato più emotivo della vita sia quello più critico, parlando di temi che riguardano tutti noi.»
In che fase del tuo
percorso artistico arriva questo EP?
«Arriva in un momento molto positivo, sia dal punto di
vista creativo che personale. Negli ultimi anni ho studiato tantissimo per
migliorarmi. Mi sono sempre sentito prima musicista e chitarrista che cantante,
mentre oggi considero questo lavoro il mio disco della maturità. Ho dedicato
molto tempo allo studio della voce e del modo di interpretare le canzoni, e
sento di aver raggiunto una maggiore consapevolezza.
Oggi faccio musica soprattutto perché mi fa stare
bene. È questa la mia priorità. Naturalmente spero di portare questo progetto
dal vivo e farlo ascoltare a più persone possibile, perché credo che questi
brani acquistino ancora più forza sul palco.
Viviamo in un'epoca in cui tutto sembra ruotare
attorno ai numeri e ai contenuti da pubblicare continuamente. Anch'io utilizzo
i contenuti per farmi conoscere, ma sono felice di aver scelto un approccio più
tradizionale: prendermi due anni per scrivere, lasciarmi ispirare, registrare e
pubblicare solo quando il progetto era davvero pronto. Oggi si corre molto e spesso
ci si ferma ai numeri, senza approfondire ciò che un artista vuole raccontare.
È un aspetto che mi dispiace, ma non cambia il motivo per cui continuo a fare
musica: suonare mi fa stare bene, prima di tutto come persona.»



