BRUNO VIGLIAROLO, AUTORE DI “GROSSO GUAIO A CENTOCELLE”: KING NON È LETTERATURA DI SERIE B

 


Di Mariano Sabatini

Le dittature editoriali delle major vanno combattute in tutti i modi, da scrittori come da lettori. Per questo motivo ho voluto fortissimamente procurarmi il nuovo romanzo di Bruno Vigliarolo, storico dell’arte romano da tempo impegnato nel proporre romanzi di gradevole e raffinata composizione. Dopo i noir classici Bianco su bianco e Nero su bianco, protagonista il detective privato Ettore Sartori, arriva il nuovo lavoro: un urban fantasy dal titolo geniale Grosso guaio a Centocelle, in cui Dana Pavlovic, quattordicenne di origini rom, scompare misteriosamente dal campo nomadi Casilino 700. Per gli agenti del commissariato di Tor Pignattara (altro popolare quartiere della periferia romana), si tratta di un banale caso di allontanamento volontario. Ma Giovanni, Dennis, Saverio e Damiana - i pochi, veri amici della ragazza - sono convinti che la sparizione nasconda qualcosa di oscuro e inquietante. Determinati a ritrovare la loro sfortunata compagna di scuola, i quattro studenti della "Guglielmo Massaia" intraprenderanno un'indagine rocambolesca, a tratti pericolosa e dai risvolti esoterici inquietanti. Un'avventura che li porterà a scoprire il terrore che giace sepolto sotto l'ex Aeroporto di Centocelle. Un romanzo ad altissima leggibilità, che salta con agilità dagli anni Novanta del Novecento a oltre un paio di secoli prima di Cristo, alle vicende palpitanti di un notabile che per salvare la figlia smuove, ad opera di una sorta di sacerdote etrusco, una incontenibile malvagità. Una storia, alla fin fine di formazione, che rievoca, con le opportune variazioni, echi alla Stranger things e senza dubbio le dinamiche di amicizia adolescenziale del migliore Stephen King di Stagioni diverse; segnatamente del racconto Stand by me. Poco importa se Grosso guaio a Centocelle sia un romanzo proposto sugli store online, in formato cartaceo e digitale, con la formula del self publishing. I più grandi successi editoriali degli ultimi anni i principali marchi li hanno scovati proprio su watt pad e nelle autopubblicazioni. Ho voluto contattare Vigliarolo per un’intervista, augurandomi - chissà mai – possa accendersi sul suo nome e la sua narrativa l’attenzione di qualche editor lungimirante e coraggioso. Se ne esistono…    

-          Il titolo è un omaggio al famoso film Grosso guaio a Chinatown, immagino.  

Per prima cosa, Mariano, permettimi di ringraziarti per questa intervista. Dialogare con un autore e giornalista del tuo calibro è davvero un privilegio insperato. Il titolo che ho scelto per il mio romanzo, come hai prontamente colto, è un omaggio al celeberrimo film di John Carpenter. Una di quelle pellicole che hanno accompagnato la mia adolescenza. Ho amato Grosso guaio a Chinatown per la sua capacità di mescolare più generi in un’ambientazione peculiare; per non parlare del suo protagonista atipico: un vero anti-eroe per gli standard della cinematografia anni Ottanta.

-          Come nasce il tuo plot invece?

La trama di Grosso guaio a Centocelle è nata in un momento di grandissima difficoltà creativa. Ero alla ricerca di ispirazioni per un romanzo giallo, dopo mesi di blocco totale. Inaspettatamente, mentre ruminavo una storia mystery, ho capito che c’erano gli ingredienti giusti per virare su contaminazioni fantasy e horror.

-          È molto presente il territorio di Centocelle. Sei particolarmente legato a questo quartiere popolare?  

Centocelle è la zona di Roma in cui sono nato e cresciuto. Ci vivo ininterrottamente da quasi quarant’anni, pertanto il legame non può che essere forte. Ho ricordi vividi, e molto nostalgici, di come appariva il quartiere negli anni Novanta, con i cortili pullulanti di ragazzini e le vie punteggiate di botteghe artigianali. L’evoluzione socio-urbanistica ha inevitabilmente trasformato la fisionomia del territorio. Ma nel complesso Centocelle ha mantenuto – almeno finora – la sua essenza popolare: da un lato resistendo a fenomeni di gentrificazione; dall’altro attenuando le criticità tipiche delle periferie contemporanee.

-          Quanto studio e ricerche ha richiesto il romanzo?

Il romanzo ha richiesto un lavoro di documentazione più ampio del previsto. Volevo restituire un’ambientazione fedele e immersiva: un prerequisito ormai imprescindibile per un buon testo narrativo. In aggiunta, i capitoli ambientati nel 250 a. C. nascondevano le “insidie” dell’età medio-repubblicana: un periodo storico meno documentato – soprattutto archeologicamente – rispetto alla Roma post-augustea.

-          La storia affonda letteralmente nel sottosopra e nella storia romana: viene dalla tua fascinazione del passato e dei sotterranei di Roma?

Avendo studiato storia dell’arte, sono da sempre attratto dal passato e dalle sue meravigliose vestigia. Inoltre, da ex giocatore di Dungeons & Dragons, subisco il fascino dei misteri sepolti nel sottosuolo! Da questo punto di vista, il Parco Archeologico di Centocelle si è rivelato straordinariamente ricco di rovine e ambienti ipogei. Un patrimonio culturale di cui, ancora oggi, purtroppo, non c’è sufficiente consapevolezza.

-          Oggi in che condizione è la zona del vecchio aeroporto di Centocelle?

Dopo una battaglia trentennale – combattuta soprattutto dal basso – la superficie dell’ex aeroporto è stata finalmente bonificata e trasformata nel grande parco pubblico che tutto il quadrante est di Roma anelava. I lavori di riqualificazione dovrebbero concludersi in estate, ma è ancora incerto il destino delle grandiose ville romane che giacciono sottoterra. La speranza è che si arrivi presto a un progetto di musealizzazione idoneo a valorizzare quella piccola Pompei.

-          Perché hai scelto di trasferire la vicenda sul finire degli anni NOvanta?

La scelta di ambientare la storia negli anni Novanta è nata, in primo luogo, da un grumo di nostalgia. Guardandomi indietro ho sentito tutto il peso del tempo trascorso – una vera e propria sedimentazione di immagini e ricordi. Inoltre, ho pensato che fosse interessante raccontare l’adolescenza dell’ultima generazione nata “analogica” e cresciuta digitale.

-          Una delle protagoniste è una ragazza Rom. Cosa ti stava a cuore di questa etnia?

Ci tenevo a documentare un frammento di storia contemporanea: il dramma dei popoli rom che furono costretti a fuggire dalle guerre balcaniche degli anni Novanta. Per uno strano intreccio del destino, centinaia di famiglie approdarono proprio sul pratone di Centocelle, dando vita a un insediamento difficile anche solo da descrivere: un immane campo abusivo in cui mancavano i servizi più basilari (acqua corrente, elettricità, riscaldamento, servizi igienici). Come spesso avviene in Italia, quella che sarebbe dovuta essere una soluzione transitoria si protrasse, con alterne vicende, fino ai primi anni Duemila. E ti lascio immaginare le criticità di uno scenario che, da un lato, ledeva la dignità di quelle famiglie (costrette a vivere in condizioni inaccettabili); e dall’altro alimentava tensione e insofferenza nei quartieri circostanti.

-          Il fantasy in Italia non ha una grande tradizione, come mai hai voluto sfidare il mercato con questo genere narrativo?

Scrivendo Grosso guaio a Centocelle, ho effettivamente infranto tutte le regole sancite dai guru del marketing editoriale! Ho interrotto una serie già avviata, ho cambiato genere letterario, e ho approcciato una sottocategoria infruttuosa come il fantasy urbano. Un azzardo che è scaturito, come ti accennavo, da una profonda nostalgia e, più in generale, dal mio modo di concepire la scrittura. Non mi ritengo uno scrittore “professionista”, un autore in grado di prescindere dall’ispirazione. Ho bisogno di un’idea, di un’immagine, di un soggetto che faccia breccia nei miei pensieri. Il concept di Grosso guaio a Centocelle è

baluginato come un lampo di luce nel buio assoluto. Ho seguito quel lume senza preoccuparmi troppo del mercato.

-          Ci sono rimandi a Stranger Things e King, mi sembra.

Non sbagli. Stephen King e i fratelli Duffer, creatori della famosa serie, sono stati i miei punti di riferimento in questa avventura romanzesca. In generale, credo che la narrativa contemporanea sia profondamente debitrice nei confronti di King. E mi sorprendo che ancora oggi, in alcuni conciliaboli letterari, la sua infinita vena creativa sia liquidata come narrativa di serie B. Grazie a Stranger Things, invece, ho capito il potenziale di una storia giostrata su personaggi adolescenti e cultura nerd.


-          Sei un narratore capace e raffinato, perché hai fatto la scelta del self publishing?

Ti ringrazio per questi complimenti, davvero troppo generosi! Mi sono avvicinato al self publishing

diversi anni fa, dopo l’assordante silenzio con cui gli editori hanno “risposto” alle mie “sconclusionate” mail: una storia comune a tantissimi autori alle prime armi. Da allora ho guadagnato consapevolezza sul mondo editoriale. Attualmente, l’auto-pubblicazione è una scelta che faccio in modo convinto e senza rimpianti. Una soluzione che, peraltro, si sposa a meraviglia con la mia indole autonoma, solinga e tendenzialmente asociale.

-          Incontri pregiudizi per questa scelta e per il futuro sogni l'approdo all'editoria tradizionale?

Rispetto al passato c’è meno pregiudizio. Tuttavia, tra lettori e addetti ai lavori, è inevitabile che permanga una punta di scetticismo, Il self-publishing è un gigantesco contenitore sprovvisto di filtro: al suo interno è possibile trovare opere pregevoli, senza nulla da invidiare ai migliori romanzi della grande editoria; così come libri raffazzonati, testi interamente “scritti” da intelligenze artificiali generative. L’editoria tradizionale, per quanto mi riguarda, è un mondo affascinante ma allo stesso tempo saturo: poco interessato alle nuove voci. Gli autori bestseller sfornano un romanzo ogni 6 mesi, le vetrine delle librerie

cambiano a ritmi frenetici, per cui è difficile trovare lo spazio “fisico” per accogliere un esordiente. Poi, ovviamente, sognare è sempre lecito.

-          Quello che dici, giustamente, vale anche per le proposte degli editori professionali. E come lettore leggi molti autori autopubblicati?

Mi piace leggere di tutto, e mi capita abbastanza spesso di avere tra le mani una storia auto-pubblicata. Il più delle volte mi imbatto in romanzi che corrispondono alle mie aspettative. Poi, come accennato sopra, capitano anche trame e scritture di altissimo livello. Opere davvero sorprendenti.

-          I tuoi precedenti romanzi come sono andati e ora a cosa lavori?

I miei precedenti romanzi, Bianco su bianco e Nero su bianco, sono due gialli pubblicati tra il 2023 e il 2024. La mia scarsa attitudine al marketing non ha favorito la promozione di questa mini-serie. Tuttavia, grazie all’inclusione del primo libro nella selezione di Amazon Prime Reading, qualcosa si è smosso, soprattutto sul fronte digitale. Considerando i tanti limiti di un esordio assoluto, mi ritengo abbastanza soddisfatto! Attualmente sono ricaduto in un momento di stallo creativo. Non so se, quando e cosa riuscirò a scrivere, ma sono fiducioso. Prima o poi la lampadina si riaccenderà.

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