di Giovanni Zambito - Tra i vigneti dell'Etna, dove il tramonto diventa parte dello spettacolo, la musica classica incontra la natura. Venerdì 24 luglio la pianista Giulia Gangi, concertista e docente del Conservatorio "Vincenzo Bellini" di Catania, inaugurerà la rassegna "Notturno Favazza" con un programma dedicato a Beethoven e Chopin. In questa intervista concessa a Fattitaliani racconta il valore di suonare nella propria terra, il dialogo tra musica e paesaggio e il desiderio di avvicinare un pubblico sempre più ampio alla grande musica.
Suonare Beethoven e Chopin al tramonto, tra i vigneti dell'Etna, cambia il modo di vivere e interpretare la musica rispetto a una sala da concerto?
Certamente cambia il modo di vivere la musica, perché in una sala da concerto la concentrazione è rivolta quasi esclusivamente all'ascolto. In un vigneto dell'Etna, invece, la musica entra in dialogo con il paesaggio, con gli odori, con la natura e con la luce. Soprattutto a quell'ora del giorno, quando la luce del tramonto crea un'atmosfera particolare, il suono si fonde con l'ambiente circostante e ne segue quasi il respiro.
Ha scelto un programma che alterna la profondità di Beethoven al lirismo di Chopin. Qual è il filo emotivo che lega questi brani?
Sicuramente è la dimensione interiore a legare il Chiaro di luna di Beethoven al lirismo chopiniano. La profondità introspettiva della Sonata di Beethoven e l'intimità che attraversa le emozioni dei brani di Chopin, dai pezzi brevi come il Valzer e l'Improvviso fino al grande affresco narrativo della Prima Ballata, appartengono certamente a mondi diversi, ma parlano tutti di emozioni intense e profonde dell'essere umano.
Lei si esibisce in contesti internazionali ma insegna anche al Conservatorio di Catania. Quanto è importante valorizzare la musica classica nel territorio in cui è nata e cresciuta?
Credo che sia indispensabile suonare nella propria città e in Sicilia, una terra dal patrimonio culturale straordinario. La musica classica non deve essere considerata qualcosa di estraneo, ma qualcosa di vivo, che non appartiene soltanto ai grandi teatri o alle grandi sale da concerto. Suonare nel territorio e per il territorio è ancora più importante per me, anche in quanto docente del Conservatorio, perché credo che questo rappresenti il futuro dei giovani musicisti: sentirsi parte di un ambiente culturale vivo, nel quale crescere e immaginare il proprio futuro senza dover necessariamente cercare altrove le proprie opportunità.
Crede che eventi come "Notturno Favazza", che uniscono musica, natura e cultura del vino, possano avvicinare un nuovo pubblico alla musica classica?
Credo che oggi sia importante, anzi indispensabile, cambiare il modo in cui si propone la musica classica, senza snaturarne l'essenza. È necessario trovare nuovi luoghi e nuove occasioni d'incontro con il pubblico. Un evento come questo può incuriosire anche chi non frequenta abitualmente il teatro o non conosce a fondo la musica di Beethoven e Chopin, offrendo l'opportunità di scoprirla senza entrare necessariamente in una sala da concerto. La dimensione del tramonto, del vigneto, dell'Etna e della cultura del vino rende l'esperienza più coinvolgente e permette di comprendere che la musica classica appartiene a tutti, non è qualcosa di distante o elitario. Così diventa un'esperienza viva, vicina e profondamente contemporanea.
Se dovesse lasciare agli spettatori un'unica emozione al termine del concerto, quale vorrebbe fosse?
Mi piace sempre pensare che, al termine del concerto, gli ascoltatori portino a casa un pezzettino in più: un frammento di bellezza, un'emozione legata a un tema musicale, qualcosa che risvegli un ricordo, stimoli la creatività o richiami un'esperienza personale. Mi piace immaginare che lascino il concerto con qualcosa dentro di sé, magari anche con la curiosità di riascoltare quei brani e approfondirne la conoscenza. In fondo, ciò che vorrei lasciare è un piccolo accrescimento culturale e umano, capace di dialogare con il vissuto di ciascuno.



