a cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
Dal 12 giugno è disponibile in radio e sulle piattaforme digitali "Troppo grande" (video), il nuovo singolo di AvA pubblicato da Red&Blue Music Relations e distribuito da ADA Music Italy. Un brano che l'artista definisce il suo manifesto più provocatorio e politico. Tra ironia, sensualità e sarcasmo, AvA trasforma in musica una frase che si è sentita ripetere più volte nel corso della carriera: essere "troppo grande" per meritare l'attenzione dell'industria. Il risultato è una canzone che punta il dito contro ageismo e sessismo, rivendicando il diritto delle donne a non avere una data di scadenza artistica. Una protesta che va oltre la musica e che nel videoclip diretto da Adriano Giotti trova una rappresentazione simbolica nella figura dell'attrice Letizia Letza. Con la consueta schiettezza, AvA ci ha raccontato come è nato questo brano e perché, questa volta, ha deciso di alzare decisamente i toni.
"Troppo grande"
nasce da una frase che ti è stata rivolta. Quanto c'è di autobiografico in
questo brano?
«C'è tantissimo, ma la cosa buffa è che questo problema mi accompagna praticamente da sempre. Quando avevo vent'anni mi dicevano che scrivevo testi troppo maturi per una ragazza della mia età e che, proprio per questo, sarei stata poco credibile. Oggi, invece, mi sento dire che sarei troppo grande. Insomma, in qualche modo non andava bene né prima né adesso. È una specie di etichetta che, guarda caso, colpisce soprattutto le donne. La domanda che faccio sempre è molto semplice: quante artiste in Italia sono riuscite a emergere dopo i trent'anni senza passare per certi percorsi già consolidati? Le risposte sono sempre poche. E questo dovrebbe far riflettere. Gli uomini invece sembrano avere molta più libertà. Possono reinventarsi, iniziare tardi, cambiare strada. Nessuno gli mette addosso una data di scadenza. Alla fine ho deciso di fare la cosa più divertente possibile: prendere quell'insulto e trasformarlo in un reggaeton. Se proprio dovevo sentirmi dire che ero "troppo grande", tanto valeva farne una bandiera.»
Nelle tue parole c'è una
critica molto forte a una certa cultura italiana e al modo in cui vengono
percepite le artiste.
«Sì, perché secondo me è un problema culturale prima ancora che musicale. In Italia si tende ancora a pretendere che una donna, oltre a essere brava, debba anche corrispondere a un certo immaginario. Quasi come se il suo valore artistico dovesse essere accompagnato necessariamente da altre caratteristiche. Io, invece, ho sempre cercato di fare una scelta diversa. Fin dai tempi delle Calypso Chaos abbiamo deciso di mettere la musica davanti a tutto. Pensa che durante i concerti suonavamo sedute, era una provocazione, ma anche un modo per dire che l'attenzione doveva essere sulle canzoni e non su altro. Non è mai stata una rinuncia, ma una scelta precisa. Eppure spesso ho avuto la sensazione che non bastasse. Oggi l'immagine, la comunicazione e la costruzione di un personaggio hanno un peso enorme. Fa parte del gioco e non c'è nulla di male, ma sarebbe bello se ci fosse spazio per linguaggi diversi e per modi differenti di vivere la musica.»
In "Troppo
grande" sembri molto meno diplomatica rispetto al passato. È una scelta
voluta?
«Assolutamente sì. Questa volta ho deciso di smettere
di essere accomodante. Negli anni mi sono sentita dire tante cose e spesso ho
cercato di rispondere con educazione, con pazienza, persino con quella famosa
"resilienza" di cui si parla tanto. Stavolta, invece, ho pensato che
fosse arrivato il momento di alzare i toni. Non perché abbia voglia di litigare
con qualcuno, ma perché certe dinamiche vanno chiamate con il loro nome.
"Troppo grande" è una canzone di protesta, ma anche una presa in
giro. Volevo che fosse elegante, sensuale e allo stesso tempo velenosa. Volevo
che si potesse ballare, ma che dentro ci fosse un messaggio molto preciso.
Anche la scelta di mostrarmi invecchiata attraverso l'intelligenza artificiale,
nella campagna fotografica che accompagna il singolo, nasce da questa idea. Mi
sono detta: volete darmi della vecchia? Benissimo, allora esageriamo. Portiamo
all'estremo questo concetto e ribaltiamolo. Tra l'altro, se dovessi arrivare a
settant'anni come nella foto, ci metterei tranquillamente la firma.»
Tu osservi spesso il
mercato musicale anche con uno sguardo molto razionale. Che cosa non ti
convince dell'industria di oggi?
«Probabilmente il fatto che si ragioni troppo per mode
e troppo poco in prospettiva. Io nella vita faccio anche un lavoro molto
tecnico, sono un'analista, e sono abituata a ragionare sui numeri. E da questo
punto di vista mi sembra che spesso si sottovalutino intere fasce di pubblico
che hanno passione, fedeltà e anche una concreta capacità di sostenere gli
artisti. Nel resto del mondo si lavora su più livelli, esistono proposte
differenti per pubblici differenti. In Italia invece sembra che ci sia spazio soltanto
per una direzione e che tutto il resto venga considerato marginale. Ma la
musica cambia continuamente, le tendenze passano, nascono nuovi linguaggi e
nuove sensibilità. È sempre stato così e continuerà a esserlo. Io comunque non
vivo questa situazione con amarezza. Anzi, ci rido sopra. Evidentemente questo
è il mio percorso e va bene così. Continuo a fare la musica che mi piace e a
divertirmi. In fondo è la cosa più importante.»
Alla fine, "Troppo
grande" non parla soltanto di te. A chi è dedicata questa canzone?
«A chiunque si sia sentito dire di essere "troppo". Troppo vecchio, troppo strano, troppo intenso, troppo complicato, troppo sensibile. Viviamo in un mondo che tende continuamente a dirti come dovresti essere e, se esci dai confini, prova a farti sentire sbagliato. Io credo invece che quelle caratteristiche siano spesso la nostra forza. E credo soprattutto che le donne debbano smettere di sentirsi in difetto o di pensare che sia troppo tardi per fare qualcosa. La libertà non ha una data di scadenza. Alla fine "Troppo grande" è questo: una rivincita personale, certo, ma soprattutto un invito a non chiedere continuamente il permesso agli altri. Perché, forse, essere "troppo" significa semplicemente essere autentici.»
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