Se il simbolo racconta il linguaggio è distinzione? La storia è ben altro. È certo che senza ierofania l’uomo è orfano. Ogni ierofania è una crepa. Il sacro non bussa: irrompe. Non chiede permesso al tempo: lo fonda. Mircea Eliade lo ha scritto, Cesare Pavese lo ha patito, Maria Zambrano lo ha abitato. Tre esiliati, tre linguaggi, un’unica ferita: il mondo, senza il sacro, è domicilio senza porte. Si entra e si esce senza accorgersene, e questo è il vero esilio. C'è sempre una soglia nel mondo che smette di essere profano.
Per Eliade la ierofania è l’atto con cui il sacro si mostra. Una pietra, un albero, una sorgente cessano di essere pietra, albero, sorgente. Diventano altro. Non simbolo ma presenza. Il kratofania, la potenza che spacca il reale è il punto in cui il tempo si curva e lascia passare l’eterno. Pavese non lesse Eliade sistematicamente, ma lo visse. Le sue Langhe sono ierofanie continue: la vigna non è vigna, è sangue; la collina non è geologia, è destino. La donna non è corpo. È Leucò che risale dal mare. E Zambrano, spagnola di radure e di esili dirà che il sacro è “l’aurora del senso”. Non è concetto ma balbettio dell’essere quando si sente guardato. Il viaggio tra miti, simboli, archetipi e segni non è erudizione. È ritorno. Perché ogni segno, se è vero, è ferita che ricorda. E ricordare, per l’uomo arcaico come per il poeta, è ri-abitare.
Cesare Pavese non cercò il sacro nei templi. C'è in lui un sacro selvatico. Lo trovò nei fossi. La sua ierofania è contadina, piemontese, testarda. "La luna e i falò" non è romanzo. È rituale. Anguilla torna a Santo Stefano Belbo e ogni luogo è altare. Il casotto di Gaminella, il noce, la casa del Nido. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”. Ma andare via è impossibile, perché il paese è axis mundi. Ogni ritorno è liturgia, e ogni liturgia fallisce. Per questo è vera. Il mito, per Pavese, non è fuga nell’antico: è riconoscimento dell’antico nel presente. "Dialoghi con Leucò" sono teologia senza dio. Gli dèi parlano come uomini stanchi, gli uomini parlano come dèi smemorati. Perché il sacro, in lui, è sempre postumo. Arriva quando la festa è finita. “I miti sono il sangue rappreso dei riti”. Prima c’era il sangue, il coltello, il fuoco. Poi è rimasto il racconto. Ma nel racconto il coltello taglia ancora.
Qui Pavese incontra Eliade senza saperlo. Per Eliade il mito è storia sacra, è ciò che è accaduto in illo tempore, nel tempo originario. Per Pavese il mito è ciò che accade sempre, e perciò non consola. L’infanzia è ierofania: non perché innocente, ma perché irrevocabile. “L’infanzia non è un’età: è una terra”. E la terra, una volta perduta, diventa sacra. Così le Langhe: profane quando le attraversi, sacre quando le ricordi. Significati e significanti, in Pavese, non stanno in pace. La parola “casa” significa muro, ma il significante è vuoto. La parola “donna” significa corpo, ma il significante è Leucò. Abitare il tempo, per lui, è abitare questa distanza. E la distanza è sacra. È lo spazio in cui si insinua il dio.
Eliade mette ordine con un cosmo vissuto tra i li guaggi. Pavese lascia ferita. La sua ierofania è sistema. Il mondo è testo, e il sacro è l’alfabeto. Ogni simbolo è coincidentia oppositorum: la montagna è centro e ascensione, l’acqua è morte e rinascita, l’albero è axis mundi che tiene insieme inferi, terra e cielo. L’uomo tradizionale non vive nel caos: vive nel cosmo. E il cosmo è linguaggio perché è orientato. Ha un centro, ha soglie, ha porte. Profanare è perdere l’orientamento.
Eliade e Pavese si guardano da lontano. Eliade studia lo sciamano. Pavese è sciamano senza tamburo. Eliade descrive il labirinto come iniziazione. Pavese lo percorre e non esce. Eppure entrambi sanno che “il sacro è il reale per eccellenza”. Fuori dal sacro c’è l’irrealtà, la provincia, la domenica pomeriggio di Torino. Pavese la chiamava il vizio assurdo: vivere senza ierofanie. Eliade la chiamava dis-sacrazione del mondo: vivere senza centro. I simboli, per Eliade, sono ponti. Per Pavese, sono fossati. Un ponte unisce, un fossato ricorda che c’è un al di là. Ma entrambi conducono. L’archetipo della Grande Madre è in Demetra e in "La terra e la morte": “Tu sei la terra e la morte”. La donna è zolla e tomba. Il significante è corpo, il significato è destino. Abitare il sacro, allora, è accettare che ogni amore è rito funebre, ogni nascita è commemorazione.
Ed ecco Maria Zambrano nel vissuto delle ierofanie. Se Eliade pensa il sacro, se Pavese lo sanguina, Zambrano lo respira. La sua filosofia non definisce: disvela. “La filosofia è la trasformazione del sacro in divino, e del divino in coscienza”. Ma la coscienza, per lei, non è cartesiana: è aurora. È ragione poetica, logos che non espelle il delirio ma lo ascolta. Zambrano entra nel dialogo tra Pavese e Eliade come la luce entra nella caverna: non per negare l’ombra, ma per darle contorno. Le ierofanie di Eliade sono struttura. Quelle di Pavese sono piaga. Zambrano le trasfigura: la piaga è claros del bosque, radura nel bosco. Non guarigione: rivelazione. Nel bosco del reale, improvvisamente, si apre uno spazio. Non hai fatto nulla. Non hai meritato nulla. Il sacro ti ha guardato. E in quello sguardo, sei.
Per Zambrano, significati e significanti non sono guerra, come in Pavese, né sistema, come in Eliade. Sono delirio e destino. Il delirio è il significante che eccede, che dice troppo. Il destino è il significato che arriva in ritardo, quando la vita è già passata. Abitare il tempo, allora, è abitare questo scarto. È restare nella radura senza pretendere di possedere il bosco. È l’esilio come metodo. “L’esilio è la dimensione essenziale della vita umana”. Perché solo l’esiliato vede la casa. Chi è in casa non la abita. La usa.
Ci sono archetipi che sono miti nel cerchio e i segni cercano dimore. Il viaggio tra miti, simboli e archetipi non è museo. È pellegrinaggio. Pavese va nelle Langhe e trova Esiodo. Eliade va a Bucarest e trova il cammino del labirinto. Zambrano va a Roma, a L’Avana, a Ginevra e trova la radura. Tre esili, tre ritorni mancati, tre ierofanie. Il mito di Ulisse li tiene insieme. Per Eliade, Ulisse è l’iniziato: perde tutto per ritrovare il centro. Per Pavese, Ulisse è il dannato: torna e non riconosce, perché il ritorno è un altro esilio. Per Zambrano, Ulisse è il poeta: narra perché naufragare è l’unico modo di vedere l’isola. Il mare è archetipo: madre e tomba. Il viaggio è segno: la scia che lasci, non la meta che raggiungi.
I segni, oggi, sono inflazionati. Tutto è segno di qualcosa, e perciò niente è segno. Ma la ierofania taglia l’inflazione. Quando il sacro irrompe, il segno smette di rinviare: è. Il pane non è segno del corpo: è corpo. La vigna non è segno del sangue: è sangue. Pavese lo sapeva: “Le parole. Le parole non servono. Conta il sangue”. Eliade lo confermava: “Il simbolo precede il linguaggio”. Zambrano lo concludeva: “La poesia è parola in accordo con il silenzio”. Abitare il sacro, dunque, è tacere nel modo giusto. È lasciare che il significante si bruci, perché il significato possa apparire. Come il roveto che arde e non si consuma.
C'è sempre un tempo che è liturgia. Significati e significanti sono un abitare il tempo solo se il tempo non è orologio. L’orologio è profano: divide, misura, uccide. Il tempo sacro è liturgia: ripete, ritorna, salva. Eliade lo chiama eterno ritorno. Pavese lo chiama estate. Zambrano lo chiama alba. Tutti e tre, alla fine, dicono la stessa cosa: senza ierofania, l’uomo è orfano. Orfano di centro, orfano di cielo, orfano di destino. La modernità ha spento le ierofanie e ha acceso i neon. Ha sostituito il mito con l’informazione, il simbolo con la merce, l’archetipo con la moda. E l’uomo è rimasto solo, in una stanza d’albergo, a dialogare con Leucò.
Ma Leucò risponde ancora. Risponde in Pavese quando scrive: “Basta un giorno per fare il giro del mondo, ma ci vuole una vita per fare il giro di una collina”. Risponde in Eliade quando annota: “Il sacro è un elemento nella struttura della coscienza”. Risponde in Zambrano quando sussurra: “La speranza è sapere che l’aurora non è mai mancata”. Il viaggio continua. Tra miti che sanguinano, simboli che ardono, archetipi che chiamano. Siamo pellegrini. Perché il pellegrino sa che la meta non è luogo. È sguardo. È l’istante in cui il mondo, per un attimo, smette di essere profano. E in quell’attimo, abitiamo. Finalmente, abitiamo. Abitando ascoltiamo. Anche con gli occhi. Perché gli occhi pur guardando pensano. Quando non guardano pensano ancora di più perché il mito è anche iniziazione. Il mito in fondo è una impareggiabile metafora, per dirla con Carlos Castaneda, che attraversa il tempo. Pavese é un attraversatore di ierofanie.


