Non è soltanto un album di elettronica, ma un viaggio dentro paesaggi urbani, notti illuminate al neon e contrasti emotivi che convivono tra tensione, malinconia ed energia. Con “JaydeeQ”, il trio torinese firma un debutto omonimo che nasce dalla libertà creativa, dall'improvvisazione e dalla volontà di seguire esclusivamente il proprio istinto artistico.
Il risultato è un lavoro che guarda tanto alla cultura del club quanto all'immaginario del cinema e della letteratura fantascientifica, costruendo un universo sonoro ricco di suggestioni visive e atmosfere sospese tra presente e futuro. Un disco che invita al movimento ma che allo stesso tempo chiede attenzione, ascolto e coinvolgimento emotivo.
Ecco l’intervista che i JaydeeQ hanno rilasciato a noi di Fattitaliani.
“JaydeeQ”
sembra quasi la colonna sonora di una città notturna e futuristica. Quanto
conta l’aspetto visivo nel vostro modo di scrivere musica?
Conta moltissimo. L’ambiente urbano e notturno è a noi molto familiare, tutti e tre lo amiamo e lo odiamo allo stesso tempo. Siamo tutti nati e cresciuti a Torino, abbiamo vissuto la Torino degli anni 90 (e così ho spoilerato che non siamo più esattamente giovani) e non siamo mai stati esattamente morning people. La città di notte è l’ambiente in cui siamo cresciuti. Col tempo l’amore si è affievolito, ci siamo distaccati un po’. Due di noi hanno ormai abbandonato il centro città. Sal addirittura si è ritirato in un piccolo paese di montagna, Melle in Val Varaita nella provincia di Cuneo dove ha creato e gestisce La Bucaniera, una residenza per artisti con studio di registrazione. Ma l’amore per
Le
atmosfere del disco trasmettono spesso inquietudine e tensione urbana. È
qualcosa che nasce spontaneamente o che cercate consapevolmente?
Entrambe
le cose. In fase di scrittura e produzione ci siamo dati alcune “regole del
gioco”: fra queste una era “fare solo quello che ci piace indipendentemente
dalle tendenze della scena musicale e dalla vendibilità del progetto”. Non
abbiamo mai pensato di strutturare un progetto incasellabile in una categoria,
abbiamo preso ispirazione da cosa ci piaceva per fare qualcosa che ci piacesse.
E basta. Quindi molto spontaneismo in fase iniziale.
Quando il
lavoro ha cominciato a prendere forma ci siamo accorti di questo aspetto di
inquietudine e tensione e abbiamo pensato che la sua nascita spontanea fosse di
per sé un elemento caratterizzante e importante per noi, forse inconsciamente.
E allora abbiamo deciso di lavorarci sopra per esaltarlo. E il risultato ci è
piaciuto molto.
Ci è piaciuto a tal punto che oggi, che stiamo già lavorando a nuovo materiale, abbiamo ripreso i passi da quella strada e stiamo lavorando ancora di più sui contrasti emotivi e il senso di straniamento. È ancora tutto ancora in divenire ovviamente, siamo agli inizi. Ma nel prossimo futuro speriamo di uscire con qualcosa che sia ancora di più capace di far stare davvero male l’ascoltatore.
Quanto
il cinema, l’arte visiva o la cultura cyberpunk influenzano il vostro
immaginario?
Eccoci, ci hai pizzicato. Noi tre siamo appassionati lettori di Gibson, Lem, Huxley, Tevis, ci piacciono Terry Gilliam, e Cronenberg ma anche anime come Ghost in the shell e soprattutto Cowboy beebop. Quindi sì, quell’immaginario ci ha influenzato non poco nella creazione delle atmosfere sonore. Ma anche quelle visive. Al momento abbiamo prodotto un solo videoclip – che è in streaming su YouTube – per il secondo singolo che ha anticipato l’uscita dell’album (The Flak). Se dai un’occhiata al video vedrai che le immagini sgranate proiettate dei televisori a tubo catodico che abbiamo usato in scena sono il nostro personale omaggio a Terry Gilliam.
Nei
vostri brani convivono momenti molto fisici e altri più contemplativi. Come
riuscite a mantenere equilibrio tra queste due anime?
Nella
vita di ciascuno di noi l’equilibrio non l’abbiamo mai trovato o comunque non
siamo mai riusciti a mantenerlo. Nella nostra produzione musicale lo cerchiamo
costantemente senza essere sicuri di riuscirci. Leggendo la tua domanda ci
sembra di percepire che secondo te questo equilibrio esiste e infatti penso che
a breve faremo incidere delle croci di peltro e ce le appunteremo al petto come
medaglia al valore nel corso di una cerimonia ufficiale sulla piazza di Melle
alla presenza del sindaco, vicesindaco, presidente della Comunità Montana e una
folla di 28 persone, che equivale più o meno all’intera popolazione residente.
A parte gli scherzi; non abbiamo veramente pianificato la creazione di un percorso emotivo. Abbiamo scritto alcuni pezzi più energici come per esempio Toulouse, e altri più cupi, malinconici e introspettivi come ONS (spoiler: è un acronimo che sta per One Night Stand, lo si scopre ascoltando il testo). È dipeso solo dal nostro stato d’animo al momento della scrittura e dell’arrangiamento: JaydeeQ è lo specchio della somma delle nostre tre emotività del momento in cui il brano è stato scritto. Qualche brano è più scanzonato, altri sono più energici e altri più riflessivi. È semplicemente andata così e noi l’abbiamo accettato.
Il
clubbing contemporaneo vi sembra aver perso qualcosa rispetto al passato?
Secondo
noi sì. Dopo i picchi degli anni 90 sono diminuite le realtà attive nel settore
ma è anche cambiata l’energia e il mood con cui il clubbing viene pensato.
Soprattutto qua in Italia il clubbling ha in parte perso la dimensione di
esperienza fisica e collettiva.
Ma secondo noi questo bisogno sta tornando: perché pensiamo che il pubblico si sia rotto le palle della house sui rooftop.
Quanto
conta per voi il concetto di “esperienza immersiva” quando lavorate a un disco?
Per noi è
fondamentale. Non abbiamo utilizzato un solo approccio al processo creativo,
abbiamo usato modalità compositive differenti e spesso i confini fra di esse
non sono così netti. Alcuni pezzi, per esempio, sono stati scritti in
solitaria, ma sono poche eccezioni. La maggior parte del lavoro è nato
dall’improvvisazione in interplay. Più immersivo di così…
Andiamo in studio, colleghiamo gli strumenti al mixer, avviamo la registrazione e cominciamo a suonare. Di solito quando iniziamo abbiamo poche idee e confuse, giusto un mood, un beat e una tonalità. Io comincio a suonare il beat in loop e Jacopo e Sal improvvisano sui sintetizzatori; quando comincia a esserci qualcosa di concreto io adatto il beat e così via. Dopo una decina di minuti interrompiamo la registrazione e ascoltiamo. Questa è la fase decisiva perché la registrazione per lo più è un casino ma dentro spesso ci sono degli embrioni di buone idee: il gioco sta nel trovarle. Ascoltare attentamente e intuire qual è quel pezzetto di riff o di linea vocale o di groove di basso che ha potenzialità e può essere sviluppato.
Vi
interessa maggiormente far ballare o creare tensione emotiva nell’ascoltatore?
Ci interessano entrambe le cose in egual misura, e per due ragioni ben precise. La prima è che ballare e basta può essere ovviamente bellissimo per un po’, ma ballare in stato emotivo alterato è molto più intensa come esperienza. E la seconda è che pensiamo che la ricerca della tensione emotiva renda JaydeeQ non solo ballabile ma anche ascoltabile. Ci piace l’idea di un album che balli nel club sudando come un maiale ma che puoi anche sentire a casa seduto in poltrona mettendo il vinile sul giradischi mentre sorseggi un calvados e accarezzi i due levrieri accoccolati ai tuoi piedi di nome Jean-Sol e Hans (diminutivi rispettivamente di Jean-Sol Partre e Hans Magnus Enzensberger)
C’è
un momento del disco che sentite particolarmente rappresentativo dell’identità
dei JaydeeQ?
L’inizio
di Alien Song. La voce che parte prima dell’attacco vero e proprio del pezzo,
dilatata e malinconica, attacca un testo nichilista che contiene un piccolo
omaggio a Lennon e un attimo dopo il pezzo apre con una cassa violenta.


