Antonino Muscaglione per Fattitaliani
Cinquant'anni e non sentirli... O forse sì!
Quando il 3 ottobre 1976 andò in onda la prima puntata
di Domenica In,
nessuno poteva immaginare che quel contenitore nato per contrastare gli effetti
della crisi petrolifera, e tenere gli italiani davanti al televisore durante le
domeniche caratterizzate dalle limitazioni agli spostamenti, sarebbe diventato
uno dei programmi più longevi della televisione italiana.
Domenica In è stata molto più di una semplice trasmissione. È
stata uno specchio del Paese, delle sue mode, dei suoi cambiamenti e delle sue
trasformazioni culturali. È passata attraverso decenni, linguaggi e rivoluzioni
tecnologiche, diventando anche la prima trasmissione italiana ad essere
realizzata e trasmessa a colori. Un primato che racconta bene cosa sia stata
per anni: un laboratorio televisivo capace di anticipare i tempi. A inventarla
fu Corrado, che ne intuì immediatamente le potenzialità. Ma se Corrado l'ha
creata, è stato Pippo Baudo a rivoluzionarla. Le edizioni di Baudo restano
ancora oggi il punto più alto della storia del programma. Non soltanto per gli
ascolti, ma per la capacità di trasformare un contenitore in uno spettacolo
totale. C'era il cinema, la musica, il varietà, c'era la fantasia. C'erano
scenografie monumentali che cambiavano volto al programma e gli conferivano
un'identità precisa. C'era soprattutto la voglia di sorprendere. In quegli anni
Domenica In
aveva il respiro del grande spettacolo. Le orchestre dirette prima da Pippo
Caruso e poi da Bruno Biriaco contribuivano a dare ritmo e prestigio alla
trasmissione, mentre gli ospiti e i numeri musicali trasformavano ogni puntata
in un evento. Baudo ha avuto un merito che pochi conduttori possono vantare:
non si è mai limitato a ripetere una formula vincente. Ogni sua Domenica In era diversa
dalla precedente. Naturalmente la storia del programma è fatta anche di altri
protagonisti. Da Raffaella Carrà a Mino D'Amato, capace di regalare momenti
entrati nella memoria collettiva, come la celebre camminata sui carboni
ardenti. Ci sono state stagioni memorabili e altre meno fortunate, ma quasi
sempre il programma ha cercato di reinventarsi. Nel corso dei decenni il
programma è stato una straordinaria palestra televisiva che ha ospitato stili e
personalità diversissime. Ci sono stati gli anni della modernità elegante di
Raffaella Carrà, quelli dell'empatia e della leggerezza di Fabrizio Frizzi, le
sperimentazioni di Amadeus, il garbo popolare di Carlo Conti, l'irriverenza di
Paolo Bonolis, fino alle parentesi di Giancarlo Magalli, Massimo Giletti, Paola
Perego, Cristina Parodi, Lorella Cuccarini e molti altri. Ognuno, nel bene o
nel male, ha cercato di lasciare un segno e di adattare il contenitore ai tempi
che cambiavano. È qui che emerge il problema dell'ultimo periodo. Nessuno può
negare che Mara Venier abbia rappresentato una figura fondamentale per Domenica In. Alcune sue
edizioni hanno ottenuto risultati importanti e hanno saputo ricostruire un
rapporto diretto con il pubblico. La "signora della domenica" è
diventata un volto rassicurante, familiare, quasi una presenza fissa nelle case
degli italiani. Tuttavia, proprio questa centralità rischia oggi di
trasformarsi in un limite. Tolta la stagione diretta da Duccio Forzano, che
aveva provato a introdurre un linguaggio più moderno e una confezione più
dinamica, le ultime edizioni sono apparse spesso ripetitive, prevedibili e
prive di una vera evoluzione. Le scenografie si sono progressivamente
trasformate in semplici cornici di un grande salotto televisivo; l'intervista
lunga ha finito per occupare quasi tutto lo spazio disponibile; il varietà, la
musica dal vivo, la sperimentazione e il senso dello spettacolo sono diventati
elementi sempre più marginali. Il risultato è un programma che sembra vivere di
rendita sul proprio glorioso passato. Il rischio è che Domenica In diventi
ostaggio della sua stessa protagonista. Un po' come è accaduto alla seconda
serata di Rai1, identificata ormai da decenni quasi esclusivamente con Bruno
Vespa, anche la domenica pomeriggio sembra incapace di immaginare un futuro
diverso da quello della sua attuale padrona di casa. Eppure la storia di Domenica In insegna
esattamente il contrario. La sua forza non è mai stata la continuità a tutti i
costi, ma la capacità di cambiare pelle. Corrado l'ha inventata, Baudo l'ha
rivoluzionata, altri l'hanno reinterpretata secondo il proprio tempo. Per
questo, dopo la celebrazione della cinquantesima edizione, la Rai dovrebbe
trovare il coraggio di osare. Non per rinnegare Mara Venier, alla quale il
programma deve pagine importanti della sua storia, ma per restituire a Domenica In quella
curiosità, quella fantasia e quella voglia di sperimentare che l'hanno resa
grande. L'arrivo della cinquantunesima stagione rappresenta un'occasione
irripetibile. Dopo cinquanta edizioni concluse e alla vigilia della
cinquantunesima, la Rai dovrebbe avere il coraggio di fare ciò che Domenica In ha sempre
fatto nei momenti migliori della sua storia: cambiare. Non per inseguire le
mode, ma per tornare a essere un laboratorio di idee, spettacolo e
intrattenimento. Corrado ebbe il coraggio di inventarla. Pippo Baudo quello di
rivoluzionarla più volte. Oggi alla Rai spetta la responsabilità di immaginarne
il futuro. Perché Domenica
In non può vivere soltanto dei suoi ricordi. L'augurio è che la
cinquantunesima stagione non rappresenti l'ennesima conferma, ma l'inizio di
una nuova fase. Con nuove idee, nuovi linguaggi e magari un nuovo padrone o una
nuova padrona di casa. Non per cancellare il passato, ma per restituire a Domenica In quel futuro
che, oggi più che mai, sembra attendere dietro le quinte.


