A cura di Antonino Muscaglione per Fattitaliani
Milo Infante lascia la Rai e passa a Mediaset. Una
notizia che, a voler essere sinceri, sorprende meno del previsto. Perché se è
vero che i contratti si firmano anche con i soldi, è altrettanto vero che le
separazioni maturano nel tempo. E quella tra il giornalista e l'azienda di
Stato era una storia che da anni mostrava tutte le crepe di un rapporto
diventato via via più complicato.
Infante appartiene a quella categoria di
professionisti sempre più rara in televisione: i conduttori che non hanno
bisogno di trasformarsi in personaggi. Non è un urlatore, non è un provocatore,
non è uno che occupa la scena con l'ego. È, semplicemente, un giornalista. Uno
di quelli che fanno sembrare facile un mestiere difficile. Lontano da una
televisione dove spesso a prevalere sono i decibel.
La sua popolarità nasce nel primo pomeriggio di Rai2,
quando insieme a Monica Leofreddi conduce "Italia sul 2". Una coppia
ben assortita, una televisione gentile, lontana dagli eccessi. Quella fascia
oraria diventa casa sua e il pubblico impara a riconoscere in quel volto
rassicurante un compagno di viaggio affidabile. Arriva poi la promozione nel
mezzogiorno di Rai2. "Insieme sul Due" raccoglie l'eredità de "I
Fatti Vostri", mantenendo la regia dell'inossidabile e inoppugnabile
Michele Guardì. Esperimento che però non è accolto benissimo dal pubblico di
Rai2, tant'è che dall'anno successivo torna 'I fatti vostri'. E qui comincia
una parabola curiosa, quasi incomprensibile per chi osserva dall'esterno:
quella di un professionista apprezzato dal pubblico ma spesso considerato
dall'azienda come una sorta di problema da gestire più che una risorsa da
valorizzare.
Passano gli anni e la Rai, anziché investire su uno
dei suoi volti più riconoscibili, lo allontana dalle telecamere. Infante rimane
in organico, ma senza programma. Una situazione paradossale che sfocia in una
battaglia legale. E anche qui emerge una delle caratteristiche meno
appariscenti del giornalista: la tenacia. Perché alla fine torna. E torna
proprio lì dove aveva lasciato il segno.
È così che nasce 'Ore 14', quasi in sordina, e finisce
per diventare il programma simbolo di Rai2. Un piccolo miracolo televisivo
costruito senza effetti speciali nello studio più piccolo della Rai di Corso
Sempione a Milano. Cronaca, approfondimento, una squadra di ospiti collaudata e
soprattutto uno stile riconoscibile. In un panorama spesso dominato dalla
spettacolarizzazione del dolore, Infante sceglie la strada più difficile:
quella della misura.
I risultati arrivano. Anzi, travolgono ogni
aspettativa. "Ore 14" diventa il programma più visto della rete e si
guadagna persino una promozione in prima serata. Qui, però, qualcuno dovrebbe
spiegare chi abbia avuto l'idea di chiamare il programma "Ore 14
Sera". Già il titolo sembra una contraddizione in termini. "Ore
14" ha senso perché va in onda alle 14. Ma andando oltre... nonostante il
nome improbabile, il programma funziona. Il pubblico gli riconosce serietà,
professionalità e una qualità che oggi appare quasi rivoluzionaria:
l'imparzialità.
Ma il successo, evidentemente, non basta a garantirgli
una navigazione tranquilla. Prima le schermaglie sui minuti di ritardo
lamentati da Pierluigi Diaco. Poi la singolare scelta di inserire, nel cuore
della fascia, uno spazio affidato a Tommaso Cerno. Per non parlare della
sovrapposizione de 'La volta buona' che va in onda contemporaneamente su Rai1 o
delle lamentele di Bruno Vespa che vede fuggire pubblico dal suo 'Porta a
Porta' per rimanere incollato su Rai2 e vedere 'Ore 14 sera', pubblico che ovviamente
sarebbe scappato comunque.
Eppure Infante resiste. Come ha sempre fatto. Recupera
pubblico, mantiene i suoi numeri e continua a rappresentare una delle poche
certezze di Rai2: circostanza che rende ancora più sorprendente la sensazione
di perenne diffidenza che sembra aver accompagnato il suo percorso. A un certo
punto qualcuno dall'altra parte del fronte deve essersi accorto della
situazione. Pier Silvio Berlusconi, che negli ultimi anni ha dimostrato di
apprezzare i profili rassicuranti e i professionisti più che i personaggi, decide
di tentare il colpo. E il colpo riesce.
Così, dopo anni di successi e altrettanti ostacoli,
Milo Infante lascia la Rai. E viene da pensare che, più che una fuga, sia stato
un approdo inevitabile. Perché c'è una differenza sostanziale tra lavorare in
un posto e sentirsi realmente voluti. E forse è proprio qui che bisogna cercare
la chiave di questa separazione. Per Viale Mazzini si apre adesso una partita
delicata. Perché sostituire un programma si può. Sostituire un rapporto di
fiducia costruito negli anni con milioni di telespettatori è decisamente più
complicato. Quanto a Mediaset, resta da capire dove e come verrà collocato
Infante in una squadra giornalistica già ricca di nomi. E soprattutto se gli
verrà finalmente concessa quella libertà professionale che, per qualità e
serietà, sembra essersi guadagnato sul campo. Questa volta per Milo Infante è
arrivato il momento di smettere di rincorrere il riconoscimento e cominciare
semplicemente a raccogliere ciò che ha seminato in tutti questi anni.

