Oltre l’ombra dei colori è il romanzo d’esordio di Carlo Morriello, ambientato nella Napoli di fine Ottocento e costruito attorno alla figura del pittore Michele Castaldo.
La storia intreccia arte, mistero e introspezione psicologica, seguendo il protagonista in un’indagine che nasce da alcune enigmatiche vicende legate a due affreschi incompiuti e a una serie di eventi che mettono in discussione la sua stessa identità.Al centro del romanzo c’è la ricerca della verità - personale e artistica - guidata dal principio che nulla può restare nascosto per sempre.
Carlo, potremmo dire senza timore di essere smentiti che si tratta di un romanzo che unisce suspense e riflessione filosofica, portando il lettore in un viaggio tra identità, memoria e rivelazione?
Assolutamente. Fin dall’inizio ho desiderato scrivere una storia che potesse essere letta su più livelli. Da un lato c’è l’indagine, il mistero degli affreschi e una serie di eventi che spingono il lettore a chiedersi continuamente cosa sia realmente accaduto. Dall’altro c’è un percorso interiore che riguarda Michele Castaldo e, in fondo, ciascuno di noi. Mi ha sempre affascinato l’idea che l’identità non sia qualcosa di immobile, ma una ricerca continua. Nel romanzo la verità non emerge soltanto dai fatti, ma soprattutto dal confronto con ciò che siamo stati, con ciò che abbiamo rimosso e con ciò che temiamo di scoprire. Credo che la suspense abbia senso quando non serve solo a nascondere una soluzione, ma a condurre verso una rivelazione umana.
Di sicuro in questi mesi hai
ricevuto tante soddisfazioni letterarie, la più recente la menzione speciale al
“Premio Letterario Internazionale Amici di G.B. Vico”. Un punto di arrivo o un
punto di partenza?
Lo considero senza dubbio un punto di partenza. Ogni riconoscimento fa piacere perché significa che qualcuno ha dedicato tempo e attenzione al tuo lavoro e vi ha trovato qualcosa di meritevole. Tuttavia credo che per uno scrittore il vero traguardo non sia un premio, ma la capacità di continuare a crescere libro dopo libro, raggiungendo quanti più lettori possibili e incontrandoli in occasione delle presentazioni, firmacopie, etc. Il loro coinvolgimento e – perché no – i loro suggerimenti sono per me molto importanti. Tornando al premio letterario, questa menzione – ricevuta tra l’altro nella mia Napoli – mi incoraggia a proseguire il percorso intrapreso e mi conferma che vale la pena continuare a raccontare storie con sincerità e, direi, anche con un pizzico di ambizione.
Torniamo alle tue pagine analizzando Antonio Abbati e Michele Castaldo: quali assonanze e dissonanze tra i due personaggi?
Antonio Abbati e Michele Castaldo sono legati da un filo invisibile.
Entrambi sono artisti e condividono l’urgenza di dare forma a qualcosa che va
oltre la semplice tecnica pittorica. In questo senso rappresentano due modi
diversi di confrontarsi con la verità.
La differenza principale è che Michele intraprende un percorso di ricerca, mentre Antonio ne incarna in qualche modo le conseguenze estreme. Michele cerca di comprendere, Antonio sembra essere stato travolto da qualcosa che non è riuscito a governare. Potremmo dire che il primo guarda nell’abisso con prudenza, mentre il secondo vi si è affacciato troppo a lungo. Per questo, pur essendo molto diversi, finiscono per riflettersi l’uno nell'altro come immagini poste ai lati opposti di uno stesso specchio.
Uno dei capisaldi di questa lettura è che nessuna verità può restare occulta per tanto tempo. Sa più di monito o di giustizia?
Direi entrambe le cose.
È un monito perché spesso
pensiamo di poter nascondere parti di noi stessi, rinviare certe domande o
seppellire alcuni eventi sotto il peso del tempo. Ma ciò che ignoriamo non
scompare davvero.
È anche una forma di giustizia, sebbene non nel senso strettamente morale del termine. La verità possiede una forza propria: tende a riemergere, a chiedere di essere guardata. Nel romanzo questo vale tanto per i segreti quanto per i sentimenti, per le colpe e per le ferite. Prima o poi ciò che è stato nascosto torna a reclamare il proprio posto nella nostra storia.
Veniamo a te in veste di lettore. Cosa pensi della letteratura italiana contemporanea?
Penso che la letteratura
italiana contemporanea sia molto più viva e variegata di quanto spesso si
creda. Esistono autori capaci di sperimentare linguaggi nuovi e altri che
continuano a raccontare grandi storie senza rinunciare alla profondità.
Da lettore cerco soprattutto opere che sappiano coniugare qualità letteraria e capacità di coinvolgere emotivamente. Amo i libri che pongono domande, che lasciano qualcosa dentro anche dopo l’ultima pagina. Credo che la narrativa debba continuare a essere un luogo di esplorazione dell’essere umano, indipendentemente dalle mode del momento.
Per concludere, curi anche un blog. Vuoi parlarcene?
Volentieri. Più che un blog il mio è sito web www.carlomorriello.it,
dentro il quale si possono trovare non uno, ma due blog. Tutto ciò nasce dal
desiderio di condividere riflessioni che spesso si trovano all’origine delle
mie storie: il rapporto tra lettura e scrittura, il significato dei grandi
classici, la ricerca dell’identità, la memoria, il simbolismo e il modo in cui
i libri dialogano tra loro attraverso i secoli.
Il secondo blog, ossia il Cantiere delle Idee, è invece uno
spazio più vicino al laboratorio dello scrittore, dove raccolgo intuizioni,
percorsi di ricerca e considerazioni sul processo creativo. Mi piace pensarlo
come un luogo d’incontro con i lettori, non soltanto per parlare dei miei
libri, ma soprattutto per condividere anche una passione comune: quella per le
storie che continuano a interrogarci molto tempo dopo aver chiuso l’ultima
pagina.



