ALAN: “Specchi Rotti”, il rock che riflette sulle illusioni del presente

Con il nuovo singolo “Specchi Rotti”, gli ALAN tornano a raccontare il presente attraverso uno sguardo lucido e profondamente critico. La band affronta temi quanto mai attuali come l'ossessione per l'immagine, la sovraesposizione digitale e la difficoltà di mantenere un rapporto autentico con sé stessi in un mondo dominato dall'apparenza. Tra sonorità rock incisive e una scrittura che alterna riflessione e intensità emotiva, il brano si interroga sul confine sempre più sottile tra realtà e rappresentazione.

In questa intervista per Fattitaliani gli ALAN approfondiscono il significato di “Specchi Rotti”, raccontano il processo creativo che ha dato vita al brano e riflettono sui cambiamenti culturali e tecnologici che hanno attraversato in oltre vent'anni di percorso musicale, ribadendo l'importanza di restare fedeli alla propria identità artistica.

“Specchi Rotti” racconta un mondo dove l’immagine sembra contare più della verità. Da dove nasce questa esigenza narrativa?

Nasce dall’impressione sempre piu’ forte che la nostra epoca abbia spostato il baricentro dall’essere al mostrarsi. Non e’ una scoperta recente che l’essere umano abbia bisogno di rappresentarsi, ma oggi questa rappresentazione sembra aver preso il sopravvento sul resto. Ci interessava raccontare proprio quel punto in cui l’immagine smette di essere una forma e diventa una gabbia, un criterio di valore, una sostituzione della verita’. “Specchi Rotti” nasce da questa urgenza narrativa: provare a dire qualcosa su un mondo in cui il riflesso rischia di diventare piu’ importante del volto.

Nel brano si avverte una forte tensione tra autenticità e costruzione. È una contraddizione che vivete anche personalmente?

Si’, sarebbe poco onesto negarlo. Nessuno oggi e’ davvero esterno a questo conflitto. Anche chi prova a mantenere uno sguardo critico vive comunque immerso nelle stesse dinamiche di esposizione, rappresentazione e giudizio. La differenza, forse, sta nel grado di consapevolezza con cui si attraversa questa contraddizione. Noi non parliamo da una posizione pura o superiore; parliamo da dentro il problema. Ed e’ forse proprio questo a rendere il brano piu’ vero: non e’ un atto d’accusa lanciato dall’esterno, ma il tentativo di nominare una frattura che in forme diverse ci riguarda tutti.

Il vostro sguardo sul digitale non sembra nostalgico ma consapevole. Era importante evitare un approccio moralista?

Assolutamente si’. Non ci interessava fare il solito discorso per cui “prima era tutto meglio” e oggi sarebbe tutto irrimediabilmente compromesso. Sarebbe una lettura pigra, oltre che falsa. La tecnologia non e’ il male in se’ e il digitale non e’ una maledizione ontologica. Il punto e’ capire cosa accade all’essere umano quando affida sempre piu’ parti di se’ a dispositivi che ne modificano percezione, desiderio e comportamento. Volevamo evitare il moralismo proprio per restare dentro una zona piu’ scomoda ma anche piu’ fertile: quella dell’analisi, del dubbio, della responsabilita’. Non demonizzare lo strumento, ma interrogarci seriamente sull’uso che ne facciamo e su cio’ che sta facendo a noi.

Quanto le esperienze personali hanno influenzato la scrittura del testo?

Le esperienze personali hanno inciso molto, anche se non in forma diaristica. Non ci interessa raccontare il dettaglio autobiografico come se fosse una confessione lineare; ci interessa piuttosto partire da qualcosa che abbiamo davvero sentito addosso. Il disagio della sovraesposizione, la fatica di riconoscersi in un tempo cosi’ filtrato, la percezione di una distanza crescente tra vissuto e rappresentazione: sono tutte cose che abbiamo attraversato anche noi, in modi diversi. Il testo nasce da questa materia viva, poi naturalmente si allarga e prova a trasformare una sensazione individuale in una riflessione piu’ ampia.

Il videoclip richiama atmosfere quasi oniriche e disturbanti. Quale scena rappresenta meglio il significato del brano?

Probabilmente quella in cui l’elemento umano appare immerso in uno spazio perfetto ma profondamente inospitale. Ci interessa molto quel contrasto: la geometria impeccabile, la levigatezza dell’ambiente, la seduzione della forma da una parte; la fragilita’, l’incrinatura, il senso di fuori posto dall’altra. Se dovessimo indicare una scena-simbolo, sarebbe proprio quella in cui si percepisce che la perfezione visiva non coincide affatto con la verita’ dell’esperienza. E’ forse li’ che il video restituisce meglio il cuore del brano: un mondo lucidissimo, ma sempre piu’ incapace di contenere la complessita’ umana.

In oltre vent’anni di musica avete attraversato molti cambiamenti culturali e tecnologici. Qual è stato il più radicale?

Il cambiamento piu’ radicale e’ stato probabilmente il passaggio da un mondo in cui la musica era ancora in qualche modo il centro del discorso a uno in cui spesso diventa un elemento secondario dentro una macchina di esposizione piu’ ampia. Oggi attorno alla musica si muove un ecosistema in cui immagine, narrazione, algoritmo, velocita’ e visibilita’ condizionano profondamente la percezione del valore. Non e’ cambiato solo il modo di produrre o distribuire i brani: e’ cambiato il modo stesso in cui vengono ascoltati, consumati, valutati. Questo slittamento, piu’ ancora della tecnologia in se’, ci sembra il mutamento piu’ profondo.

Cosa significa oggi, per gli ALAN, “restare veri”?

Significa non piegare completamente il proprio linguaggio a cio’ che risulta piu’ facile, piu’ premiabile o piu’ spendibile. Non vuol dire essere puri in senso ideologico, perche’ la purezza spesso e’ una finzione come tante altre. Vuol dire piuttosto cercare di mantenere una coerenza profonda tra quello che sentiamo, quello che scriviamo e il modo in cui scegliamo di stare nel mondo della musica. Restare veri oggi significa accettare anche i propri limiti, restare fedeli a una visione e non smettere di interrogarsi. In fondo la verita’ non e’ una posa identitaria: e’ una pratica faticosa di onesta’ verso se stessi.

 

Fattitaliani

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