Un anno con Leone XIV, la forza disarmante della mitezza
Dodici mesi dopo l’Habemus Papam, il
pontificato di Robert Francis Prevost si è imposto al mondo come una leadership
morale che parla a bassa voce e tiene la postura del Vangelo.
La risposta a Trump nei cieli sopra l’Algeria, il pellegrinaggio alle rovine di Ippona, la denuncia dei “tiranni” in Africa: gli orditi di un pontificato che non alza mai il tono e che, proprio per questo, comincia a farsi sentire ovunque
Era il crepuscolo dell’8 maggio 2025
quando un uomo dai capelli bianchi e dall’aria mite si affacciò dalla Loggia
centrale di San Pietro. La piazza, in quell’ora di luce viola, sembrava
trattenere il respiro. Robert Francis Prevost, primo americano sul Soglio di
Pietro, primo agostiniano nella storia bimillenaria della Chiesa, pronunciò
allora una frase che è subito diventata la cifra del suo magistero: «La
pace sia con tutti voi… Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata
e una pace disarmante, umile e perseverante». Una formula quasi
geometrica, costruita per sottrazione, che da quella sera ha cominciato a
viaggiare nei discorsi, nelle udienze, negli aeroporti, nelle cattedrali sparse
per il mondo. Calcolano i vaticanisti che la parola “pace” ricorra più di quattrocento
volte nei suoi interventi del primo anno.
A sentirlo, quella sera, si era capito
subito che il nuovo Papa – eletto al quarto scrutinio, dopo un conclave breve
come una notte d’estate – non avrebbe alzato la voce. Lo dissero gli occhi, le
mani che reggevano un foglietto fitto di appunti, il sorriso quieto. Lo
confermarono i giorni successivi: il ritorno della mozzetta rossa, l’anello del
Pescatore consegnato dal cardinale Tagle, la casula di Giovanni Paolo II
indossata per la Messa di inaugurazione davanti a duecentomila fedeli. Erano
segni di una continuità ragionata, che molti hanno frainteso come restaurazione
e che invece, oggi, a un anno di distanza, appare per ciò che è: un linguaggio
diverso per affermare idee e concetti cari anche al suo predecessore Francesco.
Pochi giorni dopo, davanti ai cardinali, Prevost avrebbe citato la frase più
umile mai scritta da Agostino, quella che da allora torna come una filigrana
nei suoi gesti: «Ciò che sono per voi mi atterrisce; ciò che sono con voi mi
conforta».
La calma viene da lontano
Il tratto più riconoscibile del
pontificato è una qualità che precede ogni scelta pubblica: una calma profonda,
mai ostentata, che nasce da un lungo apprendistato. Le origini a Dolton,
periferia sud di Chicago, raccontano già molto. Una famiglia cattolica
osservante, una casa modesta, una vita scandita dalla scuola, dalla preghiera e
dal gioco di strada. I fratelli ricordano un ragazzo sereno, già capace di
mediare. Circola un piccolo apologo biografico: una baby gang affrontata con le
parole, un potenziale scontro trasformato in amicizia. Robert Francis sapeva,
fin da allora, leggere le situazioni e disinnescarle senza umiliare nessuno.
A Villanova(unica università agostiniana
degli Stati Uniti) quel temperamento ha trovato una struttura. Laurea in
matematica, poi teologia alla Catholic Theological Union di Chicago, infine il
dottorato in Diritto canonico all’Angelicum di Roma, con una tesi dedicata alla
figura del priore: l’autorità intesa come servizio alla comunione fraterna, il
“farsi piccoli” come metodo di governo. Da priore generale degli Agostiniani
per due mandati, dal 2001 al 2013, ha girato il mondo e ascoltato. Quando, anni
dopo, è diventato vescovo a Chiclayo, in Perù, ha indossato gli stivali di
gomma durante un’alluvione e poi ha celebrato la Messa in cattedrale con la
stessa cura: i fedeli lo descrivevano come ascoltatore paziente, capace di
parlare con chiunque ma di evitare i discorsi a sproposito. Lo dicevano
centrato, sobrio, fermo quando serve.
Cresciuto così, è diventato il “manager
tranquillo” descritto dai vaticanisti Christopher White e Marco Politi: un Papa
che preferisce passare il microfono, condividere la parola, evitare di
governare da solo. Il rifiuto del leader solitario è in lui un’ascesi più che
una strategia.
Sono figlio di Sant’Agostino
«Sono un agostiniano, figlio di
Sant’Agostino». Quel verso, pronunciato dalla Loggia, è la chiave più segreta
del pontificato. Prevost porta sul petto due croci che custodiscono reliquie di
Agostino, di sua madre Monica e di Leone Magno: tre nomi, tre tempi, una sola
appartenenza. Il motto papale – In Illo uno unum, «In Lui che è
uno, siamo uno» – è un verso del Vescovo di Ippona. Da Agostino prende anche la
categoria che meglio descrive il suo modo di stare al mondo: l’inquietudine.
Quella sete che torna a bussare, quel pungolo che impedisce di adagiarsi.
«Custodire l’inquietudine», ha detto ai giovani di Yaoundé, «perché è lì che
passa la voce di Dio».
Il pellegrinaggio nelle terre algerine,
nell’aprile 2026, ha mostrato che l’agostinianità di Leone non è ornamento
biografico ma grammatica di governo. Le rovine di Ippona (oggi Annaba), sulla
costa algerina, hanno offerto al mondo una di quelle immagini che restano. Il
Papa che cammina tra le pietre della basilica dove Agostino predicava sedici
secoli fa. Si ferma. Tace. È il primo Pontefice a recarsi in Algeria, e arriva
nel Paese musulmano portando con sé la memoria dei diciannove martiri cristiani
del “decennio nero”, tra cui due religiose della stessa famiglia agostiniana
del Papa. Sceglie il continente africano per il suo terzo viaggio
internazionale: undici giorni, diciotto voli, diciottomila chilometri,
venticinque discorsi, quattro Paesi: Algeria, Camerun, Angola, Guinea
Equatoriale.
La risposta che ha riconfigurato un anno
Gli ultimi mesi hanno cambiato la
temperatura. Da gennaio 2026 – il discorso al corpo diplomatico, la
convocazione del nunzio al Pentagono, la lettera dei tre cardinali americani
sulle politiche migratorie, e poi le derive neocoloniali dell’Amministrazione
Trump dal Venezuela a Cuba, da Gaza all’Iran – un crescendo che il Papa, fino a
quel momento incline a tenersi fuori dalla mischia personale, ha capito di
dover affrontare. Lo storico delle religioni Massimo Faggioli l’ha sintetizzato
così: Leone è stato spinto dalla storia a non ignorare la sfida.
Lo scorso aprile, alla vigilia del
viaggio africano, il presidente americano lo ha attaccato pubblicamente sul
proprio social, accusandolo di essere “debole sulla criminalità” e “al servizio
della Sinistra radicale”. La risposta è arrivata sull’aereo per Algeri, davanti
ai giornalisti, in poche righe: «Non ho paura,né dell’amministrazione Trump, né
di parlare apertamente del messaggio del Vangelo. Ed è quello che credo di
essere chiamato a fare qui». E ancora: «Io non guardo al mio ruolo come a un
politico. Il mio messaggio è il Vangelo». Una sola riga, un solo aggettivo
ironico riservato al nome della piattaforma Truth, e la conversazione era
chiusa. Silenzio, nei giorni successivi: era già tutto detto. In quella
manciata di parole c’è il cuore politico del pontificato. Leone ha scelto di
non opporsi a Trump come avversario politico – la sua è un’altra postura:
quella dell’autorità che parla nel nome del Vangelo. È, in fondo, Agostino
davanti all’Impero. Nella Città di Dio il Vescovo di Ippona
aveva insegnato che la Chiesa convive con i poteri secolari, ma fa sentire la
voce quando i valori del Vangelo vengono calpestati: a partire dai diritti dei
più vulnerabili. Da quel momento, le cancellerie hanno cominciato a registrare
un nuovo soggetto morale sulla scena globale. Il Washington Post ha
scritto di un Papa “trasformato”, il Leone che “ha trovato il suo ruggito”.
La denuncia profetica
L’Africa è stata in un certo senso
l’attuazione di quella postura. A Luanda, davanti al presidente angolano, Leone
ha denunciato il neocolonialismo economico: «Quanta sofferenza, quante morti,
quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica
estrattivistica!». A Yaoundé, davanti a Paul Biya, al potere da oltre
quarant’anni, ha chiesto un esame di coscienza sulla corruzione e sui diritti
calpestati. A Bamenda, capoluogo della martoriata regione anglofona del
Camerun, ha pronunciato la frase che ha sigillato l’intero viaggio: «Beati gli
operatori di pace! Ma guai a chi manipola la religione e il nome stesso di Dio
per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è
sacro nelle tenebre e nel fango». Una denuncia che, applicata al presente,
traduce lo schema agostiniano dei due amori — amor sui contro amor
Dei — nella geografia politica del nostro tempo: la libido
dominandi delle “manciate di tiranni” contro la responsabilità verso
gli ultimi.
A Bata, in Guinea Equatoriale, Leone è
entrato per la prima volta da Pontefice in un carcere – seicentocinquanta
detenuti, condizioni durissime denunciate da Amnesty International – sotto un
acquazzone tropicale che non ha spento i canti. «Nessuno è escluso dall’amore
di Dio», ha improvvisato, prima di chiedere ai giudici e ai ministri «una
giustizia che non punisca soltanto, ma aiuti a ricostruire le vite». Lasciando
il piazzale, scortato dalla sicurezza, ha sentito alle proprie spalle il coro
dei detenuti: «Libertà, libertà».
Disarmare le parole
C’è una formula in cui il Papa ha
condensato il proprio metodo: «Disarmare le parole è il primo passo per
disarmare la Terra». Lo slogan è diventato programma. La sua geopolitica non è
quella dei blocchi ma delle responsabilità: pace, sì, ma pace giusta; dialogo,
sì, ma senza neutralità morale; mediazione, sì, ma senza equidistanze fittizie.
Sull’Ucraina ha chiamato l’invasione russa con il suo nome – aggressione,
imperialismo – e a Castel Gandolfo, lo scorso 9 dicembre, ricevendo Volodymyr
Zelensky, ha aperto le porte a un negoziato che non sia un congelamento
dell’ingiustizia. Su Gaza, la sua parola è grave senza mai essere evasiva: si è
posto dalla parte delle vittime, come a restituire volto a ciò che la
geopolitica riduce a numero.
C’è poi l’altra grande sfida,
intrecciata al nome che il Papa ha scelto: l’intelligenza artificiale come
questione antropologica. Da qui la Rerum Digitalium –
circolata in Curia come ipotesi di enciclica – che ricalca il gesto del suo
predecessore Leone XIII di fronte alla rivoluzione industriale. Un Papa
matematico, primo nella storia con una laurea in matematica, che chiede
algoritmi capaci di conservare “volto, voce e responsabilità umana”. E che
davanti ai movimenti popolari delle periferie, citando il titolo dell’enciclica
leonina, ha ripetuto un’idea agostiniana semplice e tagliente: senza giustizia,
lo Stato non è uno Stato.
La forza è la mitezza
Resta il sorriso che molti hanno
descritto come “rasserenante”, la voce bassa che si sceglie i suoi silenzi.
Tv2000 ha intitolato La forza della mitezza il documentario
sui dodici mesi del pontificato, e l’aggettivo non è retorico. Mitezza, garbo,
gentilezza, sobrietà: parole vecchie che, nel rumore digitale del nostro tempo,
suonano controcorrente. Leone ha rifiutato esplicitamente la “comunicazione
forte e muscolare”. Predilige una grammatica capace, come ha detto ai
giornalisti, di “riparare le reti” anziché di romperle. Ha la pazienza dei
missionari che ha imparato a cavallo nelle valli peruviane di Lambayeque per
raggiungere comunità isolate.
A un anno dall’Habemus Papam, il
bilancio è di quelli che chiedono cautela. Quel che è già visibile, però,
somiglia molto all’immagine offerta dal Papa stesso la sera dell’8 maggio: una
pace che disarma il linguaggio prima di disarmare le mani. Una mitezza che non
equivale a debolezza, ma che alla prova dei fatti diventa leva morale. Un fiore
selvatico tra le crepe del cemento — l’ha citato a Natale dal poeta Yehuda
Amichai. Il campo, ha aggiunto Leone, ne ha bisogno.
