Non una storia dell'arte ordinata per movimenti e decenni, ma qualcosa di più simile a un dialogo: opere iconiche accostate a quelle di artisti meno noti. La mostra funziona per risonanze e scarti, non per filologia, con oltre 130 protagonisti e 300 lavori esposti.
C'è l'ironia corrosiva di Piero Manzoni e quella metafisica di Gino De Dominicis. C'è il corpo come campo di battaglia nelle pratiche femministe degli anni Settanta - Ketty La Rocca, Tomaso Binga, Suzanne Santoro - e la leggerezza disarmante di Pino Pascali, che disinnesca cannoni trasformandoli in giocattoli. C'è Maurizio Cattelan, che fa ridere e mette a disagio allo stesso tempo. E poi Alighiero Boetti, Carol Rama, Michelangelo Pistoletto, Lara Favaretto, Paola Pivi - fino alle generazioni più recenti.
Quello che li unisce non è uno stile né un'epoca. È un certo modo di stare nel mondo: senza eroismo, senza catarsi, con una lucidità che a volte assomiglia al riso e altre al silenzio.