Luciano Canfora con "Comunismo. Un'altra storia" offre una lettura interessante tra coerenza e riferimenti tra Marx e la Rivoluzione di Ottobre

 


Pierfranco Bruni
Il comunismo dal Manifesto di Marx a oggi, passando attraverso Lenin e Stalin. Sottolineature significative che necessariamente si devono porre. Luciano Canfora entra in questo percorso. Perché, quando ci sono idee forti, la storia non può che incontrare visioni filosofiche e antropologiche. La storia del comunismo non ha ancora compiuto per intero il suo viaggio. Ci sono tesi e filosofie che legano Marx a tutto il Novecento. Il marxismo è finito o è in evoluzione? Una domanda alla quale risponde il buon saggio dal titolo: “Comunismo. Un’altra storia” di Luciano Canfora, edito da Feltrinelli, 368 pagine.

Non è chiaramente una cronologia. Non è un manuale. Non è, tanto meno, un processo.

La domanda è una sola: perché i partiti politici sorti nel solco dell’Internazionale Comunista hanno perso la loro carica iniziale? Da questa domanda Canfora sembra partire. Da questa domanda costruisce. Da questa domanda scava nella storia, nell’ideologia ma anche nella filosofia.

Canfora ammette: “Questa non è una semplice storia del comunismo”. Certamente. È molto di più, perché di storie ce ne sono migliaia. Di pagine ce ne sono milioni. Di date, di congressi, di scissioni, di esecuzioni, di vittorie, di disfatte, di libri sacri, di libri eretici. Tutto è stato scritto. Tutto è stato detto. Tutto è stato giudicato. Eppure resta un nodo. Resta un nodo che le migliaia di pagine non sciolgono facilmente. Il nodo sta nel sottolineare la perdita della carica iniziale. La perdita dell’energia. La perdita del fuoco. Canfora non racconta. Canfora interroga il fermento, il pensiero, la politica, la realtà, gli uomini, le idee. Interroga le nascite. Perché il comunismo nasce due volte. Nasce nel 1848 con Marx. Nasce nel 1917 con Lenin. Due nascite. Due storie. Due destini.

La prima nascita è Marx. È il 1848. È il Manifesto. È l’Europa. È la fabbrica e il proletariato. È l’eurocentrismo. Il comunismo nasce come sogno europeo e come emancipazione europea. Nasce come risposta europea al capitale. Come risposta alla borghesia. Alla religione. Alla famiglia. Allo Stato. È critica. È scienza. È filosofia. È politica. È tutto. Vuole tutto. Vuole cambiare tutto. Vuole cambiare l’uomo. Vuole cambiare la storia. Vuole cambiare il mondo. È qui il punto della storia come evoluzione, che viene espressa con sostanziale forza.

La seconda nascita è Lenin. È la Rivoluzione del 1917. È la Russia. È l’impero. È la questione contadina. È l’internazionalismo. Il comunismo nasce di nuovo. Nasce fuori dall’Europa. Nasce contro l’Europa. Nasce contro il suprematismo occidentale. Nasce come opposizione. Nasce come liberazione. Nasce come anti-imperialismo. Nasce come guerra ai dominatori, ai colonizzatori, ai padroni del mondo. Lo scontro si sposta dal singolo Stato ai continenti. Si sposta dalla classe alla nazione. Si sposta dall’operaio al dannato della terra. Si pone insieme una questione contadina e una questione operaia e viceversa.

Canfora legge con strumenti forti la divaricazione. Vede la lacerazione, lo scontro ideologico tra i pensatori che diventa il passaggio fondamentale. Vede la traiettoria. Non giudica. Non assolve. Non condanna. Sarà proprio vero? Mostra comunque che il comunismo non è un blocco. Non è un monolite. Non è dogma. È conflitto. È dialettica. È ricerca perseverante di un’effettiva attuazione del principio democratico. Questa frase è centrale. Questa frase è tutto. Il comunismo non è compiuto. Il comunismo è incompiuto. Il comunismo è processo, è domanda, è lotta. Si può condividere o meno, ma Luciano Canfora scava nei meandri di una storia che si fa hegelianamente fenomenologia. Certo, chi non condivide Marx ma anche Hegel è oltre.

Cesella che “…la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza, invece, è una necessità che si ripresenta continuamente. E oggi il suo scenario è l’intero pianeta”. Qui è il cuore. Qui è la tesi fondamentale. La libertà va e viene. La libertà si accende e si spegne. La libertà è fragile perché è intermittente. L’uguaglianza insiste. È necessità materiale. Necessità storica, morale, globale. Perché oggi lo scenario è il pianeta. Non più l’Europa in sé e tanto meno solo la Russia. Non più il Terzo Mondo. Il pianeta, ovvero tutto e tutti.

Per questo il comunismo, nato come sogno europeo di emancipazione, è oggi il nome politico dell’anti-imperialismo mondiale. Non è nostalgia. Non è archeologia. Non è museo. È politica. È presente. È futuro. È lotta. La sua storia coincide con la crisi del dominio occidentale. Non si è ancora conclusa. Non è finita. Non è morta. Non è sepolta. È aperta e drammatica. Direi tragica. Il comunismo è nel tragico, a mio avviso.

Il comunismo si configura come ricerca perseverante di un’effettiva attuazione del principio democratico. Non democrazia formale. Non democrazia delle urne. Non democrazia dei padroni. Democrazia sostanziale dell’uguaglianza. Questo è il vero compito. Si può concordare o meno, ma è un libro che va letto per e con le diverse chiavi. Certo, io che non accetto Marx e Hegel non è lungo la mia strada e proprio per questo credo che occorra meditarlo con attenzione.

I partiti hanno perso la carica iniziale e la ricerca si è fermata. L’attuazione non c’è stata. Perché il principio è stato tradito e la burocrazia ha vinto. Lo Stato ha vinto. Il mercato ha vinto. L’Occidente ha vinto. Ma la necessità resta. L’uguaglianza resta. La pulsione resta. È una pulsione ineludibile che richiede una lotta costante. Non si tratta della fine della storia ma di una lotta su scala globale.

Il linguaggio di Canfora è comunque filologico. Proprio per questo è severo. Netto. È senza ornamenti. È senza metafore. È senza concessioni. È chiaramente un linguaggio che pesa e documenta, che interroga e non consola. È un linguaggio che non assolve. Ma è anche un linguaggio che non condanna e che capisce i risvolti di una storia in evoluzione. E, capendo, giudica ma appunto non condanna, essendo proprio dentro una visione darwiniana.

“Comunismo. Un’altra storia” è infatti un’altra storia perché la storia non è una. È un’altra storia perché la storia ufficiale non basta. È un’altra storia perché la storia è ancora in corso nei continenti, nei popoli, nelle piazze, nella guerra, nel dominio. È in corso nella resistenza.

Canfora non fa apologia. Fa storia critica, storia politica, storia filosofica. Fa una storia che serve a capire perché il fuoco iniziale si è spento. Serve a capire se il fuoco può tornare. Serve a capire che l’uguaglianza non è opzione, ma necessità. Serve a capire che il comunismo non è passato perché è domanda sul presente e sul futuro. Ci mette dentro come uomini e come civiltà. Un percorso complesso con il quale non solo la storia ha necessità di confrontarsi, ma anche le società, pur in un Occidente che ha completamente dimenticato il frastuono di Marx e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Comunque, ancora oggi il comunismo va letto nelle sue storie e non in una storia soltanto. Ho cercato di essere obiettivo in una sintesi a mosaico. In un tempo come il nostro è necessario essere obiettivi al massimo per non cadere nella retorica ideologica. Luciano Canfora non è soltanto uno storico e un filologo. È molto di più. È chiaro che la mia lettura sul marxismo parte da altre posizioni e attraversa un’altra visione. Ma Canfora è da leggere per la robustezza storica e la coerenza “politica”. La domanda però è sempre la stessa ed è quella che Canfora aveva posto in un precedente libro, ovvero: “Oggi non è più tempo di recriminazioni o di puntualizzazioni storiografiche. La domanda è solo una: potrà la odierna socialdemocrazia, fenomeno in prevalenza europeo, scoordinata com’è e frastornata, reggere alla prova della vittoria planetaria del capitale finanziario?”.


Fattitaliani

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