La paura della noia tra l'ascolto e il naufragato. Ovvero da Leopardi a Nietzsche

Fattitaliani

 


di Paolo Arces

Butto inchiostro su carta perché ho appena avvertito una “paura”, un ”fastidio” e, quindi, una necessità. Ho avuto paura di fare nulla. Impercettibile, in un sol colpo, eppure, stranamente, l’ho vista: la nostra meccanica risposta ad un momento di vuoto.

Scrivo perché ho realmente vissuto un attimo in cui, privo di un destinatario della mia attenzione, ho percepito che mai realmente siamo in grado di fare il nulla. Abbiamo paura di fermarci anche per un solo istante. E non mi riferisco a quei “soliti”, spesso validi, discorsi sull’importanza del “rallentare” e “prendersi tempo per sé”. Voglio andare oltre questo, alla radice di una questione “esistenziale”. Abbiamo realmente il timore di fermarci e fare “nulla”, ne siamo anzi incapaci! Da qui allora rimedio “naturale” è l’uso-abuso di “sedativi”, dai social sino a, potenzialmente, anche i libri, come anche il vagheggiare tra pensieri. La verità è che è cruento scendere sino alla percezione della vacuità e non è neppure nostra volontà. Questo “nulla” è invece una partenza: ad esempio è la base della spiritualità orientale. Tanto più, la meditazione è uno scavo che, all’estremo, attraversa l’oceano del vuoto e, oltre queste “colonne d’Ercole”, è illuminato da una “trascendenza” e raggiunge il Samadhi, uno stato “d’appartenenza al tutto”. In un certo senso questa coscienza è arrivata sino alla nostra religiosità: si pensi al cristiano come appartenente al disegno e alla Volontà divina. 

In una lettura più “laica”, sotto l’influsso di una filosofia occidentale, questa paura del nulla ha un nome: la noia. “Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual desiderio… non è mai soddisfatto.” (Leopardi, Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare)

Ma perché do tanto peso a questa noia? Non lo faccio per puro intellettualismo, ma perché è qualcosa che incide su ognuno di noi. Agiamo unicamente per inerzia, è la noia, la “forza operosa” foscoliana che ci “affatica di moto in moto”. Siamo annoiati e allora scrolliamo, cerchiamo relazioni, beviamo, consumiamo droghe e magari commettiamo crimini: i “divertissement” diventano sempre più esigenti! La radice di ogni disagio è realmente un’angoscia esistenziale, è la nostra più intima statura. “Dimmi: perché giacendo / A bell’agio, ozioso, / S’appaga ogni animale; / Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”. (Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Ma la noia altro non è se non percezione inconsapevole di quel vuoto da cui fuggiamo. Non accettiamo di vederla, ma quella sensazione di vacuità è indelebile e nessun sotterfugio è capace di cancellarla.

Eppure un modo c’è. La verità è che quella noia non è un “demonio”, ma è forse la nostra salvezza. Navigando in quel Nulla possiamo realmente ambire a sentire il Tutto. Cosa è la noia se non insoddisfazione? Siamo annoiati perché abbiamo un desiderio di Felicità insaziabile. Eppure, “in tutt’altre faccende affaccendati”, crediamo la noia una casualità,

Per natura noi uomini siamo desiderio, ma siamo incolmabili! Si pensi alla stessa etimologia, de-siderus: io, Paolo, sento in me la mancanza (de- privazione) degli astri (siderus), del Cielo, dell’Eterno (della sazietà). Quello che il Cristianesimo spiega col peccato originale è proprio questo: quel pezzetto di cielo che è andato perso, ma a cui tendiamo. Il primo, e forse più grande, passo è quello di riconoscere la noia come insoddisfazione, quindi come desiderio insaziabile di felicità. Si deve notare come tutte le religioni ambiscano proprio a questo Infinito a partire dalla domanda “Quid animo satis?” (Cosa sazia l’animo? Sant’Agostino). Ma questa esigenza essenziale dell’uomo si sbarazza di ogni concezione dogmatica della religione come istituzione e prende il nome di “senso religioso”, ove rispecchia realmente un’esperienza tangibile. Un uomo è profondamente innamorato e pronuncia quelle due fatidiche parole: “per sempre”. Che significa? Dinanzi ad un desiderio cosi immenso d’Amore l’uomo è sazio solo nella promessa di eterno, ma chi potrà mai realmente essere ligio a questo dovere? Questa è la “sproporzione strutturale”, è la natura dell’uomo nel mondo: una domanda inesauribile che, se non odora risposta, cade nel baratro. Affascinante è lo sforzo dello Zarathustra nietzscheano che, se in un certo senso cede dinanzi alla possibilità della risposta, d’altro canto si afferma come domanda stessa: “L’uomo è una corda tesa fra la bestia e il superuomo, – una corda al di sopra d’un abisso… La grandezza dell’uomo sta nell’essere un ponte e non una meta: l’uomo può essere amato perché è un passaggio e un tramonto”. Tra la bestia che vive di impulsi e l’oltreuomo che trascende l’insaziabilità, lì è l’uomo, questa è la sua statura. Eppure una questione resta aperta: se l’uomo è ponte (domanda), da un estremo tocca la partenza (assenza di domanda) mentre dall’altro deve toccare l’arrivo (la risposta), altrimenti crollerebbe!

Allora Rilke “risponde” a Nietzsche: “Questo domandare è la natura interrogativa della nostra più propria vita – chi le risponde?”. Un “momento del cuore” ci tempesta, ci illude, di una risposta, che si rivela però come più profonda domanda. Allora “che cosa, quale esperienza umana e quale espressione dell’umano non sale infine la piccola altura della domanda, e sta, aperta, verso chi? Verso il Cielo”. 

La posizione dell’uomo, di me, Paolo, o di te che leggi, è proprio questa. 

Siamo finiti. Vogliamo l’infinito. Siamo disposti a “trascendere” pensieri dubbiosi per raggiungere quell’Oltre? Siamo degli Ulisse nell’oceano della domanda, ma “tra questa / Immensità s’annega il pensier mio: / E il naufragar m’è dolce in questo mare” (Leopardi, Infinito).
Immagine creata con IA
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