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| foto di ANDREA VERONI |
I prossimi concerti della
Stagione Sinfonica – il 4, 5 e 7 maggio – sono affidati a Michele Mariotti
alla guida della Filarmonica della Scala.
Il programma accosta la
Sinfonia n. 3 “Scozzese” di Felix Mendelssohn Bartholdy e la Sinfonia n.
8 di Antonín Dvořák.
La “Scozzese” nasce dal
viaggio di Mendelssohn in Scozia nel 1829, quando l’atmosfera delle rovine
della cappella di Holyrood a Edimburgo ispira al compositore il primo nucleo
tematico. È la sua ultima sinfonia compiuta, eseguita per la prima volta nel
1842. La scrittura è costruita su un flusso continuo di idee che si trasformano
senza interruzioni, con un senso di unità molto forte; l’orchestra lavora per
sfumature, tra colori velati e momenti di intensa tensione espressiva.
La Sinfonia n. 8 nasce nella campagna boema e viene eseguita per la prima volta a Praga nel 1890. Dvořák la concepisce in un periodo di piena maturità creativa, ispirandosi alla natura e ai richiami della musica popolare. Il linguaggio è immediato e melodico, ricco di temi ampi e cantabili; l’orchestrazione è brillante e flessibile, con frequenti slanci ritmici e una forte sensazione di vitalità sonora.
Michele Mariotti torna sul podio della
Scala dopo aver riscosso un caloroso successo con la Filarmonica, lo scorso 13
aprile, eseguendo Mozart, Debussy e Stravinskij. Dal debutto nel 2010 con Il
barbiere di Siviglia la sua presenza al Piermarini è costante. Sono seguiti
I due Foscari, Orphée et Euridice, I masnadieri (anche in
tournée a Savonlinna) e Guillaume Tell, oltre al Concerto di Natale nel
2020 e ad altri concerti.
È Direttore Musicale del
Teatro dell’Opera di Roma dal 2022 e dal prossimo ottobre sarà Direttore
Principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Nel 2017 ha vinto il Premio
Abbiati come Miglior direttore d’orchestra.
Nato a Pesaro, ha
concluso gli studi umanistici e si è diplomato in composizione al Conservatorio
“G. Rossini” della sua città, dove ha anche studiato direzione d’orchestra
sotto la guida di Manlio Benzi. Contemporaneamente si è diplomato presso
l’Accademia Musicale Pescarese con Donato Renzetti. È stato Direttore
principale poi Direttore musicale del Teatro Comunale di Bologna, dirigendovi
numerosi concerti sinfonici e decine di produzioni operistiche, fra cui La
bohème con la regia di Graham Vick (Premio Abbiati come miglior spettacolo
del 2018). Ha guidato inoltre l’Orchestra e il Coro del Comunale di Bologna in
tournée in varie città italiane e a Tokyo, Mosca e Parigi.
Dirige regolarmente nei
principali teatri d’opera italiani e internazionali e nei festival di maggior
richiamo, tra cui l’Opéra di Parigi, la Staatsoper di Vienna, la Royal Opera
House Covent Garden di Londra, la Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera,
la Deutsche Oper di Berlino, il Metropolitan di New York, il San Carlo di
Napoli, il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, il Teatro Real di Madrid,
l’Opera di Amsterdam, la Lyric Opera di Chicago, l’Opera di Los Angeles, il
Festival di Salisburgo, il Rossini Opera Festival di Pesaro, il Festival Verdi
di Parma e il Festival di Wexford.
Collabora con registi di
spicco come Benedict Andrews, Robert Carsen, Romeo Castellucci, Emma Dante,
Herbert Fritsch, Claus Guth, Tobias Kratzer, Davide Livermore, Mario Martone,
Michael Mayer, David McVicar, Damiano Michieletto, Simon Stone e Deborah Warner.
In ambito sinfonico ha diretto, tra l’altro, l’Orchestra del Gewandhaus di
Lipsia, l’Orchestre National de France, i Münchner Symphoniker, l’Orchestra
Sinfonica Nazionale della RAI, l’Orchestra Sinfonica Nazionale Danese,
l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, i Bamberger Symphoniker,
la Royal Philharmonic Orchestra, la Nederlands Philharmonisch Orkest, la
Gürzenich Orchester Köln, la RTÉ National Symphony Orchestra, la SWR
Symphonieorchester e la Filarmonica della Scala. Più recentemente ha diretto Il
barbiere di Siviglia e Norma a Vienna, Maometto II e Otello
a Napoli, Moïse et Pharaon e ancora Otello a Aix-en-Provence,
Macbeth al Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, La bohème all’Opéra
di Parigi, Ermione al Rossini Opera Festival (44° Premio Abbiati), Les
dialogues des Carmélites, Aida, Mefistofele di Boito, Tosca,
il Trittico ricomposto, Peter Grimes, Simon Boccanegra al
Teatro dell’Opera di Roma, West Side Story alle Terme di Caracalla e una
tournée in Giappone con i complessi dell’Opera di Roma. È salito sul
podio della Gürzenich Orchester Köln alla Philharmonie di Colonia, della Radio
Filharmonisch Orkest al Concertgebouw di Amsterdam, della Tonkünstler Orchestra
al Musikverein di Vienna e della Tokyo Symphony Orchestra. Ha diretto il
Concerto di Capodanno 2026 al Teatro La Fenice di Venezia. La Stagione in corso
lo vede impegnato in numerosi concerti sinfonici in Italia e in Europa, con la
Filarmonica della Scala, l’Orchestra Nazionale della Rai, la Filarmonica George
Enescu, l’Orchestra Haydn, con cui ha in programma un progetto triennale, oltre
al Maggio Musicale Fiorentino e al Teatro di San Carlo. Nel 2025 ha diretto Aida
all’Opéra di Parigi per la regia di Shirin Neshat e nel febbraio 2026 Luisa
Miller a Vienna per la regia di Philipp Grigorian.
Felix Mendelssohn Bartholdy
Sinfonia n. 3 in la min. op. 56 (“Scottische”)
di Elisabetta Fava
Felix Mendelssohn aveva esordito ad appena sedici anni con un
capolavoro assoluto, l’ouverture ispirata al Sogno di una notte di mezza
estate; ma ancora prima si era fatto la mano con ben tredici sinfonie
destinate all’organico più ridotto dell’orchestra d’archi, cui seguì un
piccolo capolavoro nel segno di Mozart, la Sinfonia in sol minore del
1824. Passarono cinque anni prima che sentisse la spinta interiore necessaria a
concepire una nuova sinfonia. Oltretutto, negli anni Venti dell’Ottocento ogni
compositore sentiva di doversi confrontare con l’eredità di Beethoven: scrivere
una sinfonia comportava avere qualcosa di nuovo da dire e un dominio assoluto
tanto della forma quanto dello sviluppo tematico. Questa spinta arrivò a Mendelssohn
dal primo grande viaggio da lui affrontato ormai ventenne, nel 1829. Prima
ancora di scendere in Italia per il Grand Tour (da cui sarebbe derivata
idealmente un’altra sinfonia, la cosiddetta “Italiana”), Felix salì al nord,
verso l’Inghilterra, cui restò poi sempre legatissimo. Dopo aver conquistato
le sale da concerto londinesi, proseguì con l’amico Karl Klingemann,
diplomatico di stanza nella capitale inglese, per la Scozia: il fascino del
paesaggio ostile, del mare in tempesta, dei ruderi pittoreschi furono la
scintilla da cui presero vita un’altra ouverture da concerto ispirata alle
leggende di Ossian, ossia Le Ebridi o La grotta di Fingal, e una nuova
sinfonia, che in realtà rimase per anni sul telaio; il completamento arrivò
infatti solo nel 1842, quando ormai Mendelssohn aveva già portato a compimento
(ma non ancora dato alle stampe!) la Sinfonia n. 4 “Italiana” e la Sinfonia
n. 5 detta “della Riforma”. Di conseguenza, pur essendo numerata come
terza, la “Scozzese” è di fatto l’ultima a esser stata terminata, anche se
Mendelssohn scriveva ai suoi genitori già nel 1829 di aver trovato
l’ispirazione per «l’inizio della [sua] sinfonia scozzese» davanti alle rovine
del palazzo dove Maria Stuarda aveva vissuto ed era stata incoronata: «Alla
cappella manca ormai il tetto; vi crescono erba ed edera […]. Tutto è in
rovina, marcisce e da dentro si vede l’azzurro del cielo».
La melodia annotata nella lettera accanto a queste parole
diventò il motivo d’apertura dell’Andante introduttivo, vero recitativo
strumentale, dolente e pensieroso, che poi si raddrizza e modifica il suo
profilo nel primo tema dell’Allegro un poco agitato: l’impronta malinconica
resta dominante, ma si accende di sussulti improvvisi e scatti drammatici; in
coda compare un’idea consolatoria, quasi cullante, coinvolgendo via via come
singoli personaggi i vari fiati dell’orchestra. L’epilogo del movimento introduce
un’idea nuova, di tempesta, che scuote l’intera orchestra, e poi si ripiega
tornando all’idea germinale dell’Andante e chiudendo in dissolvenza. Dato il
carattere intenso e accorato di questo primo movimento, Mendelssohn preferisce
alleggerire subito i toni e anticipa quindi in seconda
posizione lo Scherzo: a dire il vero, pur avendone il carattere sbarazzino, il
secondo movimento non è denominato così, forse perché non ne ha il ritmo (è in
due, mentre lo Scherzo è un’accelerazione del Minuetto e ne mantiene la
scansione in tre) né la forma tipica ABA. Altro elemento di unità della “Scozzese”,
infatti, è che tutti i suoi movimenti sono costruiti in forma sonata, dunque
sulla dialettica di due temi, presentati, sviluppati e infine ripresi. Una
didascalia all’inizio della partitura avverte inoltre che «i singoli movimenti
di questa sinfonia devono susseguirsi l’un l’altro direttamente e non essere
separati da interruzioni più lunghe»: ulteriore espediente per accentuare
l’unità di fondo del lavoro e la continuità emotiva dei quattro capitoli che lo
compongono. Il Vivace non troppo, che dunque è una rivisitazione dello Scherzo,
si apre con un trionfo solistico del clarinetto, cui è affidata un’idea
fischiettante, che ha sapore scozzese senza essere una citazione folclorica
precisa. Al festoso assolo del clarinetto risponde un pulviscolo di staccati
che evoca la musica d’elfi in cui Mendelssohn eccelle, quasi che dalle
brughiere scozzesi occhieggino creaturine fantastiche, fatte di sogno.
Dopo che anche il Vivace è come evaporato in dissolvenza, l’Adagio sembra creare dal nulla la splendida melodia dei violini, tenera e interrogativa, appoggiata sul pizzicato degli altri archi. La seconda idea, affidata soprattutto ai fiati, riprende con corrucciato fervore i ritmi puntati, già protagonisti del Vivace e destinati ancora a dominare incontrastati il finale: un Allegro vivacissimo scoppiettante di energia, di contrasti, di sobbalzi, quasi sospinto in avanti in una corsa selvaggia appena interrotta dal tema affettuoso e interrogativo dei legni. A movimentare l’insieme, ecco spezzoni fugati, semitoni sospesi come gemiti di spiriti erranti; ma questa scorribanda si ricompone nell’epilogo (Allegro maestoso assai), un inno che si apre al modo maggiore, riprendendo le linee del tema d’apertura in una dimensione corale, che si lascia alle spalle le nubi e viene sigillata dallo squillo dei corni.
Antonín
Dvořák
Sinfonia
n. 8 in sol magg. op. 88
di Franco Pulcini
La penultima delle nove sinfonie di Antonín Dvořák è tra le
pagine più belle e originali del grande musicista cèco, nella sua fiera
serenità e nella sua forma estrosa e perfetta. A essere incontentabili, si
potrebbe sostenere che le manchino gli insistenti toni rannuvolati e tenebrosi
della Sinfonia n. 7, ma non si pretende da un’opera quanto essa non si
prefigge di esprimere. Scritta quattro anni prima dell’ultima, la Sinfonia n.
9 “Dal nuovo mondo”, non ha avuto la stessa mitica fortuna, dovuta anche ai
temi vagamente western, profeticamente proposti prima che divenissero una delle
più ascoltate colonne sonore del mondo occidentale, grazie al cinema. Si mette
spesso l’Ottava in relazione all’amore per la natura di cui l’autore
godeva nel suo ritiro di Vysoká, fra i boschi, i laghetti e i campi della
Boemia centrale, dove trascorse per un ventennio la villeggiatura, anche per
ragioni familiari. Vi si può tuttora visitare la sua residenza estiva, Villa
Rusalka, oggi museo dedicato al compositore.
Dopo tanti stenti e fatiche, Dvořák era ormai nel 1889 un
musicista di successo, il che significava per lui soprattutto un riconoscimento
del proprio popolo, allora politicamente dipendente dall’Impero
austro-ungarico e sofferente per la mancanza di una reale possibilità di
autodeterminazione, anche culturale. Scrisse una sinfonia tutta slancio e
positività, ma senza un programma stabilito, se non quello che i suoi biografi
come Otakar Šourek hanno proposto a partire da indizi e riferimenti: un inno
alla natura cèca e al suo popolo, una “Sinfonia dal vecchio mondo”, tanto più
amato del nuovo, che non aveva ancora conosciuto. L’originalità della pagina
inizia dalla forma di ciascuno dei quattro movimenti, il primo e l’ultimo caratterizzati
da una fragorosa vivacità e a tratti da sovrabbondante energia. L’autore spiegò
la sua intenzione di fare un uso differente del tematismo, pur restando legato
al mondo della forma sonata tipico della sinfonia: e in effetti vi sono
importanti e creative licenze rispetto alla tradizione.
Il primo movimento, Allegro con brio, ad esempio, possiede un
tema indipendente che introduce le tre parti principali della forma
(esposizione, sviluppo, ripresa). Le melodie, molto semplici, sono sorrette da
un’armonia raffinata e da una vigile e sobria impalcatura contrappuntistica,
con giochi di echi, botte e risposte, ma anche sviluppi in cui la drammaticità
si spegne presto, pur essendo riuscita ad allarmarci. Il tempo lento, Adagio,
in seconda posizione, potrebbe replicare il modello di un brano intitolato Na
starém hradě (“Al vecchio castello”), della raccolta per piano Impressioni
poetiche op. 85. Ha un’intelaiatura sonora di singolare lievità, con terze
bucoliche ed eleganti ricami strumentali. Anche qui le veemenze improvvise sono
previste in funzione di contrasto e non per capovolgere il mite tono generale
del brano. La caratteristica portante di Dvořák resta infatti la bontà di fondo
del suo animo e qualunque apertura verso atmosfere conflittuali è destinata a
esaurirsi in un breve squarcio, anche se per un po’ riesce a ingannarci. Lo
Scherzo, Allegretto grazioso, contiene la citazione, forse involontaria,
dell’aria di Toník “Una ragazza così giovane, un uomo anziano” dall’opera Teste
dure. Anche qui, come nel tempo precedente, si tratta di un’autocitazione.
Nella scrittura c’è una particolare eleganza in punta di penna. L’orchestra è
tersa, le melodie semplici e commoventi, appena increspate dalle poche ombre
passeggere che potevano turbare il suo cuore semplice: un’altra forma ben
sviluppata e di durata perfetta.
Rispetto ai due tempi centrali, più legati alla tradizione,
l’ultimo movimento, Allegro ma non troppo, è più inconsueto e originale: in
forma di rondò, è arricchito, soprattutto nell’esposizione e nella ripresa, da
sviluppi in forma di variazione, che determinano una sorta di rondò variato, ma
solo parzialmente. Inizia con solitari squilli di tromba di difficile
interpretazione, anche se non fanno temere l’Apocalisse: annunciano in realtà
un tema pacato che si replica, con i dovuti ritornelli scolastici, come in un
inizio di tema e variazioni, che porterà chissà dove. Dopo qualche variazione,
tuttavia, l’autore ne ha abbastanza e imbocca un’altra via, con improvviso
brio, a tutta orchestra, sfiorando persino, a un certo punto, i toni corrivi di
una danza paesana, e al riapparire degli squilli dell’attacco comprendiamo che
si trattava di una fanfara celebrativa. Dopo un’altra sezione di variazioni
con ritornello, c’è un lungo, trasognato e poetico spegnimento dell’entusiasmo,
meditativo, quasi religioso, che lascia infine spazio a una chiusa fulminante.
Tutti noi vorremmo durasse ancora, per quanto ci ha rigenerati.
Dvořák lavorò all’Ottava tra l’estate e l’autunno del
1889. Lo schizzo del manoscritto reca anche le date di completamento dei
quattro movimenti, tra settembre e novembre. Una copia in possesso degli eredi
reca una dedica vergata in cèco: «Per l’accettazione nell’Accademia Boema
Imperatore Francesco Giuseppe per la scienza, la letteratura e l’arte». La
prima esecuzione della Sinfonia n. 8 op. 88 avvenne all’Associazione
Artistica di Praga il 2 febbraio 1890 nella sala del Rudolfinum, con
l’Orchestra del Teatro Nazionale e la direzione del compositore. L’Ottava venne
subito dopo presentata alla Royal Philharmonic Society di Londra e poi a Francoforte,
sempre nello stesso anno. Il direttore d’orchestra tedesco Hans Richter, che si
era spesso speso per la conoscenza delle opere di Dvořák, la presentò il 4
gennaio 1891 a un concerto dei Wiener Philharmoniker e scrisse la mattina
seguente al compositore, colpevole della sua mancata presenza: «Caro amico
cattivo! Questa esecuzione vi avrebbe senz’altro arrecato gioia. Abbiamo tutti
percepito che si tratta di un’opera magnifica e ne siamo stati tutti
entusiasti. Dopo il concerto, Brahms ha mangiato con me e abbiamo bevuto alla
salute del padre, purtroppo assente, della Numero quattro! Vivat
sequens! Suo devoto Hans Richter. Il successo è stato cordiale e
caloroso». La pagina viene qui indicata dal maestro come Quarta, poiché
allora si seguiva la numerazione delle edizioni (la Sesta come Prima,
la Settima come Seconda, la Quinta come Terza e l’Ottava
come Quarta, la Nona come Quinta), non l’ordine
cronologico di composizione, in seguito adottato. L’edizione a stampa della Sinfonia
n. 8 in sol maggiore si fece attendere un paio d’anni a causa dell’insoddisfazione
di Dvořák per le offerte finanziarie del suo editore Simrock. Alla fine il
musicista decise di concederla all’editore Novello di Londra; per questo l’Ottava
viene a volte sottotitolata “Inglese”, non certo perché abbia contenuti
espressivi britannici nel carattere.


