a cura di Antonino Muscaglione
L’ultimo film di Pedro Almodóvar: 'Amarga Navidad (Bitter Christmas)', è
un’opera che sembra costruita su piani sovrapposti. Il racconto di Elsa,
regista pubblicitaria travolta dal lutto per la madre si intreccia con quello
di Raúl, sceneggiatore e cineasta alle prese con una crisi creativa; e poi,
inevitabilmente, quello dello spettatore, nello specifico la mia amica con la
quale sono venuto a vedere l'ultima pellicola del regista spagnolo che dentro
quei frammenti finisce per riconoscere qualcosa di sé: gli attacchi di panico,
l’emicrania, la perdita della madre. E così quello che Almodóvar mette in scena
diventa qualcosa di ulteriore. La storia nella storia, nella storia.
Raúl, il narratore che sta scrivendo una sceneggiatura
ambientata nel 2004 che teme di aver perso la propria linfa vitale, appare come
il doppio dichiarato del regista stesso. Un alter ego malinconico, spaventato
dall’idea di non avere più nulla da raccontare. Il problema è che quella
sensazione arriva anche a chi guarda: viene il dubbio che la linfa creativa
l’abbia persa davvero anche Almodóvar.
Manca il suo mondo. Non ci sono più i corpi eccessivi,
le donne incontenibili, i melodrammi carnali, i volti diventati icone. Perfino
gli attori protagonisti: da Bárbara Lennie a Leonardo Sbaraglia, passando per
Aitana Sánchez-Gijón e Victoria Luengo, sembrano intrappolati in una
recitazione troppo composta, elegante, quasi da fiction televisiva. Bravi,
certo. Ma lontani anni luce da quei caratteri vibranti e sopra le righe a cui
il cinema di Almodóvar ci aveva abituato.
Anche Madrid non è più la sua Madrid. La provincia
spagnola dai colori accesi, sporchi, sensuali, lascia il posto a una metropoli
fredda, anonima, globalizzata. Eppure, nonostante tutto, Amarga Navidad resta
un’esperienza visiva quasi ipnotica. Almodóvar continua a essere uno dei più
grandi architetti dell’inquadratura contemporanea. Questo film è un catalogo di
design. Un piacere per gli occhi. Ogni scena è studiata nei minimi dettagli
cromatici: i rossi che si oppongono ai verdi, l’amaranto che si bilancia con il
giallo senape, gli interni costruiti come showroom di lusso. Prada domina la
scena con una presenza quasi ossessiva, poi il design italiano disseminato ovunque: le
lampade Artemide, la Superleggera di Giò Ponti, gli arredi che sembrano rubati
a una rivista di architettura.
Ogni fotogramma potrebbe essere un quadro. Ma è una
perfezione che finisce per raffreddare. Anche la luce, sempre chiarissima ed
evanescente, sembra incapace di incidere davvero sulle emozioni. È bellissima,
ma senza peso. Come se il film avesse paura di sporcarsi la pelle.
Forse Amarga
Navidad è il film sbagliato di Almodóvar e, a differenza di un
regalo sbagliato, non si può cambiare! Rimane lì: elegantissimo (il film),
impeccabile, pieno di cose da ammirare e sempre meno cose da sentire.


