“A San Pietroburgo con Dostoevskij” di Antonina Nocera. Intervista di Andrea Giostra e presentazione del saggio-memoir della scrittrice palermitana.
Ciao Antonina, benvenuta e grazie per aver accettato il
nostro invito. Questa è la seconda
chiacchierata letteraria che facciamo sulla tua arte di scrittrice e saggista e
oggi parleremo del tuo ultimo libro, definito correttamente nella quarta di
copertina, “…un lavoro tra saggio, memoir e romanzo”, una sorta di vero
e proprio “progetto letterario”, come hai detto in alcune interviste. Il titolo
è “A San Pietroburgo con Dostoevskij” ed è stato pubblicato a ottobre
2024 da Giulio Perrone Editore di Roma. Raccontaci di questo lavoro, come lo
hai concepito, come lo hai progettato, come lo hai scritto, da quale esperienza
umana e letteraria nasce?
Questo lavoro fa parte di una trilogia “ideale” che riaggancia i miei precedenti libri con una modalità di scrittura e di intenti diversa. Nei miei saggi ho indagato precisi aspetti della poetica dostoevskiana e ho tracciato un percorso di approfondimento e ricerca coerente con alcuni dei maggiori temi e snodi filosofici e teorici della scrittura di F.M. Dostoevskij. Quest’ultimo lavoro, per la sua natura eclettica, nasce dall’idea di fare saggistica contaminando la scrittura con l’autofiction e con l’inserzione di brani narrativi. Va da sé che l’esperienza umana, sebbene filtrata dalla mediazione finzionale, sia essenziale in questo lavoro. La mia esperienza di appassionata e studiosa di Dostoevskij mi ha portato inevitabilmente a esplorare i luoghi che hanno dato vita ai romanzi e che sono essi stessi materia viva.
Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo
scrivevi? A chi è destinato, se hai pensato a un potenziale lettore?
Spero che il mio “orizzonte di attesa” sia piuttosto aperto, non ho mai in mente il destinatario empirico dei miei scritti, anche perché sono dei saggi critici e per loro natura richiamano un pubblico più ristretto. Per questo nuovo lavoro, per il fatto che sia un lavoro più sfaccettato, penso che i lettori potenziali possano spaziare dallo studioso di letteratura russa, allo studente che intende esplorare i romanzi di Dostoevskij da una prospettiva diversa e più accattivante, a chi ama fare viaggi letterari sia in senso fisico, per conoscere la città di Pietroburgo con un itinerario letterario, sia a chi voglia fare il “robinsonneur immaginario” esplorando con l’immaginazione di una città che è sia reale, sia finzionale.
Nel primo capitolo, “Camminando nel testo”,
introduci la lettura del tuo libro col citare un racconto di Wilhelm Jensen, Gravida,
che, come lo riporti, sa di mitologico, di onirico, per certi versi anche di
fatalistico, ma al contempo profetico e necessario per soddisfare un dirompente
desiderio, una sorta di ossessione sotterranea, o addirittura un sogno, come
scrivi tu stessa. Ci racconti come nasce questa bella e vivida associazione che
hai fatto e che accompagna il lettore a fare un bel viaggio a San Pietroburgo
attraverso il tuo libro?
Ogni
atto di scrittura ha a che fare con il desiderio, che è la spinta verso
qualcosa verso cui si tende. Il racconto mi ha suggestionato per una serie di
motivi, alcuni dei quali probabilmente sono frutto di una riflessione razionale
postuma – trattandosi peraltro di un racconto che fu poi interpretato in chiave
freudiana. Intanto mi interessava globalmente l’esperienza dell’ossessione
estetica verso un motivo, una forma, uno stimolo culturale. Mi piaceva l’idea,
inoltre, che questa ossessione si mischiasse con il desiderio, anche sensuale,
di possedere questo oggetto desiderato, di entrare in contatto profondo. La
chiave di volta di questa stupenda novella è che il passato e il presente
possono entrare in contatto attraverso un prodotto artistico e divenire carne,
materia, pensiero, sentimento. Si può presentificare il passato attraverso
l’arte.
In ultima istanza, Gradiva rimanda etimologicamente all’atto del camminare, “colei che splende nel camminare”, che è l’impostazione metodologica del mio lavoro: camminare nel testo e nei luoghi raccontati (che divengono testi essi stessi).
Questo
libro, come scrivi, nasce da un reale viaggio esperienziale che tu hai fatto a
San Pietroburgo. Una città che, pur avendola vissuta da ricercatrice nel 2010 quando
hai studiato presso l’Accademia russo-cristiana di San Pietroburgo, conoscevi
benissimo dalla lettura e studio dell’opera omnia di Dostoevskij, ma
anche dei tanti autori russi, e non solo, che citi in questo libro. Come è
stato questo impatto tra l’immaginato e il reale, tra il conoscere da un punto
di vista letterario le centinaia di personaggi dei tanti autori russi che hai
letto e studiato, e incontrare nella realtà le donne e gli uomini pietroburghesi?
Raccontaci di questa esperienza che deve essere stata molto particolare e unica,
anche perché sei una donna siciliana che ha, come tutti i siciliani, una
matrice culturale e relazionale mediterranea fatta di sceniche espressività ed
emozioni spesso non filtrate.
L’impatto con San Pietroburgo è stato molto emozionale, una sorta di riconoscimento. La città è stata per me come una persona con la quale ho interagito, creando una rete di sentimenti e corrispondenze emotive. Il filtro del romanzo dostoevskiano era soltanto la prima “sfoglia” di un apparato di memorie e di suggestioni, alla quale è seguito il piacere di “perdersi” dentro la città per riscrivere la mia mappa, con i miei percorsi, intrecciati e connessi con quelli dostoevskiani. È stato come camminare fianco a fianco con Dostoevskij e i suoi personaggi per riscrivere una nuova pagina.
San
Pietroburgo, dove anch’io sono stato in viaggio di piacere tanti anni fa, è una
città che in realtà ha poco di russo. È una città voluta da Pietro il Grande a
inizio Settecento, che la fece ideare e costruire da tanti architetti e artisti
europei, tra i quali tantissimi italiani, che la progettarono in modo del tutto
diversa, sia da un punto di vista architettonico che planimetrico, rispetto
alle altre grandi città russe di quel periodo. Una città che però vive da
sempre con una cultura e un orgoglio fortemente russi, come narrato da
Dostoevskij, che la definì “la città più premeditata del mondo”, e
dai tanti autori che citi nel tuo libro. Come è stato per te vivere questa
dimensione esperienziale, frutto di una mescolanza tra architettura
dell’occidente europeo e la forte componente umana e culturale della Russia più
verace e fiera, in quello che definisci il ripercorrere un cammino dei romanzi
dostoevskijani?
È stata un’esperienza umana e intellettuale di grandissimo impatto. Penso che i luoghi contengano una sorta di traccia mnestica di chi li ha abitati, vissuti. A volte le tracce sono visibili, concrete, a volte sono immateriali, sono sensazioni e percorsi da rintracciare nelle pieghe di chi ne ha scritto, di chi a sua volta ci ha restituito le proprie sensazioni. Ogni luogo ha quest’anima, questo genius loci che ci parla attraverso segni non convenzionali.
Qual
è la differenza che hai trovato tra la Pietroburgo dei racconti di Dostoevskij
e la Pietroburgo che hai vissuto in questo viaggio? Sei riuscita a incontrare
la San Pietroburgo di Dostoevskij?
È ovvio che la Pietroburgo contemporanea sia a pieno titolo diventata una metropoli. La metropolitana, una delle più belle peraltro mai viste, è una struttura profondissima che ha modificato tantissimo l’impianto della città. Tuttavia, la città è riuscita a resistere all’impatto livellante della modernità, preservando, si può dire intatti, gli spazi che hanno modellato l’immaginario dei visitatori. La Pietroburgo dostoevskiana - sia quella vissuta dall’autore che quella narrata all’interno dei personaggi - è perfettamente visibile anche se incastrata in certi contesti con nuove strutture urbane. I pietroburghesi e in generale chi gestisce la città è riuscito a non degradare il tessuto urbano piegandole alle esigenze turistiche e al contempo a valorizzare i punti di accesso alla memoria letteraria, non solo dostoevskiana.
Nel
tuo libro scrivi che hai utilizzato la mappa dell’ingegner Burmistrov che ha
ricostruito le tappe del percorso di Raskol’nikov in Delitto e Castigo.
Ci racconti quest’altra dimensione esperienziale ed emotiva che hai
sperimentato ripercorrendo queste linee di percorso?
È stato infinitamente interessante e divertente, a tratti faticoso, ricostruire la mappa del percorso di Raskol’nikov in Delitto e castigo all’interno delle maglie urbane della Pietroburgo odierna. Questo cammino, fatto rigorosamente a piedi, è stato oggetto di molti studi tra cui quello appunto dell’ingegnere Burmistrov che ha mappato le direzioni e le traiettorie seguite dal personaggio all’interno di strade e vicoli che sono reali e che tutt’oggi è possibile percorrere.
Questo
libro sta avendo un enorme successo, sia di critica che di lettori. Come ti
spieghi quello che, in un periodo storico occidentale nel quale siamo popolati
da decine di migliaia di scrittori e da poche migliaia di lettori, può essere
considerato, almeno dal mio punto di vista, un vero e meritato trionfo
letterario?
Si dice che l’Italia sia uno dei paesi dove si legga meno. Questo fenomeno da qualcuno è imputato alla iper-produzione di pubblicazioni che ogni anno escono dalle case editrici, una valanga di titoli che, causa forza maggiore, trova una difficile collocazione e un effettivo riscontro da parte del pubblico, in termini di lettura. Mi accontenterei dei “venti lettori” manzoniani, purché siano veri e reali e non indotti soltanto dalla lettura pompata dalla moda del momento o dal fatto di appartenere a una major
«Non
mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e
basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato
con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è
un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben
Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los
Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.). Dalla
prospettiva di Bukowski, a mio parere, il tuo libro funziona. Cosa c’è, dal
punto di vista di chi lo ha scritto, che ha portato il tuo lavoro a questo
risultato che, come dicevamo prima, ha avuto e sta avendo grandi riconoscimenti
dalla critica e dai lettori? Qual è stato il tuo approccio narrativo? Hai
utilizzato delle particolari tecniche di scrittura oppure la spontaneità
narrativa è stata dominante quale frutto di una esperienza vissuta?
Ogni scrittura che ambisce a non essere un semplice resoconto sentimentale è strutturata secondo precise regole. In tal senso, la spontaneità assoluta non esiste nell’arte in generale, sebbene l’impulso creativo sia un atto spontaneo. Il mio approccio narrativo si ispira a grandi linee alla scrittura del flâneur, un tipo di approccio descrittivo e allo stesso tempo immersivo, in cui si intreccia la riflessione teorica e “filosofica” a quella di impressione, di contatto con i luoghi.
Tu
hai scritto altri libri. Ci parli delle tue opere? Quali sono, come sono nate,
quale il messaggio che contengono? Insomma, raccontaci brevemente, se vuoi, della
tua attività letteraria e saggistica dei libri che i lettori troveranno
elencati, in una sorta di bibliografia, alla fine di questa chiacchierata.
La mia attività di scrittura ruota attorno alla saggistica letteraria, e da quindici anni incentrata quasi unicamente su Fedor Mihajlovic Dostoevskij. Il mio interesse è stato inizialmente catturato da un tema che considero apicale all’interno del pensiero e della produzione romanzesca dell’autore. Il tema della sofferenza innocente, che ho affrontato nel mio primo saggio, scritto per Franco Angeli nel 2010. In questo saggio ho preso in considerazione l’intera produzione dostoevskiana, inclusi i materiali e i taccuini preparatori, rintracciando la presenza di un tema che innerva le linee principali del pensiero dell’autore e si incarna in alcuni dei personaggi più rappresentativi come Ivan Karamazov e Nikolaj Stavrogin. Nel mio secondo lavoro per Divergenze, ho utilizzato un approccio comparatistico per ragionare sull’apertura del giallo alla dimensione metafisica a partire dai dispositivi del giallo come il delitto, la colpa, etc. in Sciascia e Dostoevksij; il mio terzo è un libro ibrido che coniuga la scrittura saggistica con quella dell’autofiction, della mappa letteraria e del taccuino di viaggio.
C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a
realizzare le tue opere letterarie? Se sì, chi sono queste persone e perché le
ringrazi pubblicamente?
Ringrazio sempre chi mi ha formata non con lodi e blandizie ma con critiche anche molto profonde ma costruttive. Il mio mentore e maestro, Salvatore Lo Bue, al quale devo la mia passione per la lettura profonda, per la critica intesa come scavo, corpo a corpo con il testo. Profondo conoscitore della filosofia e della poesia romantica, mi ha trasmesso l’amore per Dostoevksij, per lui autore imprescindibile non solo per una formazione letteraria ma e soprattutto umana. Ringrazio poi gli amici e le amiche vere che sono state preziose per la mia crescita umana e letteraria. Gli editori che hanno creduto in me e che mi hanno proposto di pubblicare.
Per
terminare questa chiacchierata, Antonina, le classiche domande che faccio alla
fine di ogni intervista. Gli autori e i libri che, secondo te, andrebbero letti
assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da
leggere, oltre al tuo del quale abbiamo parlato in questa intervista, nei
prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.
Consiglio
di leggere
1)
Tutta la “trilogia di Thomas” di Vitaliano Trevisan, autore
molto interessante e originale, probabilmente uno dei migliori degli ultimi
decenni
2)
I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij perché come
tutti i romanzi testamento è una summa e al contempo un’apertura a nuove
domande.
3) Horcynus orca, perché è l’opera di un genio rimasto a lungo nell’ombra.
… e tre film da vedere?
Ultimamente ho apprezzato molto il cinema coreano, in particolare L’arco di Kim Ki Duk. Lady vendetta di Park Chan Wook e Parasite di Bong Joon-ho. Questi film coniugano alla perfezione l’attenzione a temi sociali con un intenso scavo psicologico.
Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi
impegni letterari e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A
cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi
raccontarci?
Sto lavorando a un nuovo libro, ma non posso dire altro. C’entra la Russia, ma non Dostoevksij, se non in un brevissimo accenno e non è un saggio.
Dove
potranno seguirti i nostri lettori?
Nei miei profili social, su Facebook e Instagram che cerco di aggiornare
costantemente.
Le recensioni e gli approfondimenti critici su Bibliovorax e la sua pagina dedicata, curato da me e dai redattori Ivana Rinaldi, Andrea Comincini, Emilia Pietropaolo, Annachiara Monaco, Gabriella Grasso, Lucrezia Lombardo, Francesco Cocorullo che ringrazio di cuore per la loro preziosa collaborazione e amicizia
Come vuoi concludere questa chiacchierata e
cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?
Che il bello deve sempre arrivare
https://www.facebook.com/antonella.nocera.313
https://www.instagram.com/bibliovorax/
Il libro:
Antonina Nocera, “A San Pietroburgo con Dostoevskij”,
Giulio Perrone Editore, Roma ottobre 2024
https://www.giulioperroneditore.com/prodotto/a-san-pietroburgo-con-dostoevskij/
Gli altri libri di Antonina Nocera:
- Angeli
sigillati. Il dolore e la sofferenza dei bambini nell’opera di F.M.
Dostoevksij”, Franco Angeli 2010, seconda ristampa 2024
- Metafisica
del sottosuolo. Biologia della verità fra Sciascia e Dostoevskij, Divergenze
2020
- A
San Pietroburgo con Dostoevskij. La città di carta e di sogni, Giulio Perrone
2024
In volumi collettanei:
Il saggio Tutto lotta. La leggenda del Grande Inquisitore come paradosso
permanente in “AA.VV. Il poema
del Grande Inquisitore: fra Teodicea
e Modernità” (Castelvecchi 2023); il
saggio Di Tragica intimità: Marina
Cvetaeva e Sonja
Golliday in “AA.VV,
Tra amiche” (Les Flaneurs
edizioni 2023), Il saggio “i dirò menzogne simili al
vero”. L’impostura come disvelamento in Leonardo Sciascia in AA.VV.
Dialoghi sul Mediterraneo (Jouvence, Mimesis 2024), il saggio Una mosca e
una lacrima . La sofferenza degli animali ne Le piccole persone di A.M Ortese
attraverso la lente di Luigi Pareyson in AA.VV, Iacobelli 2025. Per il periodico “Il Vascello”
ha pubblicato un saggio su Leonardo Sciascia: “Un dissidente candore: la parola
di Sciascia, ieri e oggi” (2021).


