Riot Act di Alexis Gregory è una combinazione di tre monologhi che abbracciano ben sei decenni e due continenti. Tre voci per ripercorrere la faticosa lotta per i diritti della comunità non-eterosessuale dal 1969 ad oggi, partendo dalla memoria di ciò che accadde nella famosa notte allo Stonwall, fino all’attivismo legato all’AIDS.
Non è un caso o un espediente drammaturgico quello dell’autore di moltiplicare per tre l’io narrante del testo. Troppa vita, troppe implicazioni, troppe angolazioni e prospettive colorano la storia dei movimenti di liberazione del genere e della sessualità che sarebbe impossibile condensare tutto in un unico racconto.
Tre voci, ma forse anche cento, o mille, per
restituire le infinite implicazioni in cui questo pezzo della nostra cultura si
dirama. Tre voci per sottolineare la potenza con cui la stessa vicenda di una
notte in un sobborgo di New York ha investito come un’onda d’urto che si
propaga nel tempo e nello spazio, le vite di milioni di persone,
inconsapevolmente partecipi di un progresso sociale sovversivo e pervasivo, che
avrebbe slacciato per sempre i legacci del patriarcato, della morale
eteronormata.
Eppure, questo non è un racconto corale. Le storie dei tre protagonisti
scivolano parallele, senza intersecarsi. Particelle di un unico fiume che pur
senza incontrarsi, senza nemmeno sospettare l’una dell’altra, scorrono insieme
come parte di un’unica forza. La regia si focalizza su questa costruzione
“liquida”, astrae gli spazi, asseconda l’avvicendarsi dei racconti che
galleggiano sospesi in un non-luogo, in cui la parola diventa l’unica realtà
fisica consistente, un fluido che riempie la scena e che si muove ai ritmi
diversi della narrazione.
Tre voci, tre racconti, a metà strada tra interviste e flussi di coscienza, su cui Gregory accende una luce discreta e mai invasiva, ad illuminare i ricordi remoti e attuali della notte di Stonewall, tra la concitazione della lotta e l’entusiasmo per una causa comune che annienta distanze e differenze. A far brillare lo sfarzo dissacrante e corrosivo di Lavinia, drag queen dagli anni ’70, che esorcizza il lutto, il dolore, la paura e la vita tutta con uno strato di trucco esagerato, sotto i riflettori del palcoscenico. A proiettare lo slancio potente dell’attivismo della lotta all’AIDS, la voglia di vita, di riscatto, di rivalsa contro stigma sociale e discriminazione.
Tre atti privati, che diventano politici nel momento
stesso in cui vengono raccontati, tre vite che ci dicono chi siamo, da dove
veniamo, che ristabiliscono valori e prospettive della società che viviamo. Che
parlano ad un pubblico trasversale, come un messaggio universale di giustizia e
di democrazia, di diritti umani e di inalienabilità della libertà di ognuno.
Massimo Di Michele
RIOT ACT
di Alexis Gregory
traduzione Enrico Luttmann
costumi Marco Dell'Oglio | scrittura gestuale Tiziano Di Muzio
consulente musicale Fabio Marchi | assistente alla regia Giuseppe Claudio Insalaco
diretto da MASSIMO DI MICHELE
produzione Artisti Associati-Centro di produzione Teatrale Gorizia
SPAZIO DIAMANTE (sala grey)
16 – 19 aprile 2026
SPAZIO DIAMANTE
Via Prenestina, 230/B 00176 Roma RM
giovedì e venerdì ore 20.30, sabato ore 19, domenica
ore 17
Lo Spazio
Diamante propone il Biglietto Flessibile: tre soluzioni per permettere a
chiunque di venire a Teatro
Biglietto
Supporter - € 19 -
Biglietto Standard - € 15 -
Biglietto Agevolato - €12


