A cura di Antonino Muscaglione
Fino al 26 aprile, al TeatroPiccolo Strehler di Milano, è in scena 'Il berretto a sonagli' di Luigi Pirandello, diretto
da Andrea Baracco e interpretato da Silvio Orlando insieme a Stefania Medri,
Marta Nuti, Michele Eburnea, Davide Lorino, Francesca Farcomeni, Francesca
Botti e Annabella Marotta. Un debutto che, sulla carta, prometteva scintille:
“tragica umanità”, personaggi “arcivivi”, un continuo passaggio dal riso
all’angoscia. In pratica, però, più che un viaggio emotivo, è sembrata una
lezione ben preparata ma recitata a memoria.
Orlando, già accolto con
entusiasmo in passato dal pubblico del Piccolo, qui “sfiora con delicatezza e
intelligenza” le sfumature di Ciampa. E sul palco, a mio avviso, più che
Ciampa inciampa!: quella delicatezza promessa si traduce spesso in una recitazione
ostentata, quasi scolastica, dove ogni emozione è dichiarata ma raramente
vissuta, come possono testimoniare i pochi applausi a scena aperta, cinque o
sei persone vanno via prima della fine. Il Ciampa “strapieno di tragica umanità” evocato da
Pirandello resta un concetto più che una presenza viva.
Anche le intenzioni registiche
sembrano perdersi lungo il tragitto verso il palco. Il risultato è un andamento
congelato, dove il riso non punge mai davvero e l’angoscia resta un esercizio
teorico.
Anche la scenografia
contribuisce a raffreddare ulteriormente l’atmosfera: spoglia, asettica,
incapace di evocare i colori e i sapori della Sicilia pirandelliana. Quella
terra viva, contraddittoria e pulsante resta fuori dal teatro, mentre in scena
domina un gelo quasi clinico. Sì, di interessante c'è qualche quadro, gli abiti
appesi, alcune scene che danno l'impressione di una coreografia moderna e
minimalista con qualche macchia di colore.
Gli attori, forse anche intrappolati in questo spazio così poco evocativo, non riescono a restituire quella dimensione viscerale che il testo richiederebbe.
Il pubblico, dal canto suo,
sembra recepire il tutto con compostezza milanese: pochi applausi, misurati,
più di rispetto che di entusiasmo. Come a dire: sì, abbiamo capito lo sforzo,
ma l’emozione è rimasta altrove. Tutti gli applausi il pubblico li riserva alla
fine, forse, penso, troppi rispetto ai pochi applausi concessi durante la
rappresentazione.
Alla fine, resta il paradosso:
una commedia brillante (che qui non brilla), ricca di sfumature e contrasti,
trasformata in qualcosa di sorprendentemente uniforme. Un Pirandello che
avrebbe dovuto vibrare di vita e contraddizioni ma che qui finisce per apparire
educatamente imbalsamato.


