di Pierfranco Bruni
Riviste, letteratura e Grande Guerra. Le riviste letterarie e il dibattito intorno alla Prima guerra mondiale e oltre. Il tema assume rilevanze culturali interessanti. Tutta la cultura italiana prese una precisa posizione, tra interventisti e neutralisti. La dialettica fu abbastanza forte e aperta, ma si guardava sempre al futuro. Vide in primo piano protagonisti della politica e protagonisti della letteratura che andarono a morire nelle trincee.
Tra questi Renato Serra. Ma ancora oggi il dibattito prosegue. Io ho cercato di enucleare una sintesi e un’apertura di discussione attraverso alcune considerazioni che toccano soltanto pochi elementi di ordine letterario.
Storia e letteratura. Dentro la vita. L’impegno politico, l’interventismo nella Prima guerra mondiale (1914–1915–1918) e gli scrittori italiani. Da Ungaretti a Marinetti, da Renato Serra, che morirà in guerra, a Malaparte sino a Papini. Un ruolo fondamentale venne disputato da Giuseppe Prezzolini.
Da “La Voce” a “Lacerba”. Il Novecento fu l’epoca delle riviste che svilupparono uno straordinario dibattito. Un capitolo che presenta una molteplicità di visioni e di impostazioni sia di ordine giornalistico sia di ordine storico. Il Novecento è stato il secolo in cui le riviste hanno costituito un modello formativo oltre che una palestra di sicura dialettica.
C’è da dire che la storia del Novecento è costellata, nella letteratura e nell’arte, da una miriade di organi di stampa che hanno segnato percorsi significativi, le cui tracce indelebili restano testimonianze della valenza di indirizzi, di scuole e di correnti che hanno fortemente caratterizzato il secolo.
Furono “La Voce” e “Lacerba” le riviste che più e meglio, come scrivemmo io e Pio Rasulo in un saggio dedicato alla rivista “Primato” del 2001 e poi 2004, esprimeranno le inquietudini e le speranze dei primi decenni del secolo. Tra l’una e l’altra si colloca “L’Anima”, nata dalle difficoltà interne che inizialmente percorsero il cammino de “La Voce”. “L’Anima” fu l’espressione diretta degli interessi filosofici di Papini e di Amendola, che la fondarono nel 1911, estintasi nel giugno di quello stesso anno, senza alcun preavviso o congedo. Ai due fondatori si erano uniti altri vociani: Boine, Marracchi, Vannicola. La rivista usciva in fascicoli mensili di trentadue pagine ed era gestita direttamente da Papini e Amendola. Non ebbe una propria redazione e l’indirizzo risultava quello dell’abitazione fiorentina di Papini.
L’interventismo e il dibattito sulla Prima guerra mondiale videro protagonista, dunque, “La Voce”, la quale venne fondata a Firenze nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, che la diresse fino al novembre del 1914, eccetto un breve periodo (aprile-ottobre 1912) durante il quale la direzione fu tenuta da Giovanni Papini.
La periodicità, settimanale fino al 1914, divenne quindicinale. Antipositivista e vicina al pensiero di Croce e di Gentile, si mosse entro il solco dell’idealismo e di un certo spiritualismo di maniera. Affrontò con coerenza i problemi del Mezzogiorno, quelli del suffragio universale, i problemi della scuola e dell’educazione. Nondimeno registrò contrasti interni e scismi.
Nel 1911 Salvemini se ne allontanò, dando vita a “L’Unità”, e altrettanto fece Amendola che, come si è accennato, insieme a Papini fondò “L’Anima”. Ripreso il controllo, dopo il breve abbandono del 1912, Prezzolini ne accentuò l’indirizzo antidemocratico e interventista e diede più spazio alla letteratura.
Alla fine del 1914, violentemente attaccato sulle pagine di “Lacerba” da Papini e da Soffici, lasciò la direzione a De Robertis, che la conservò fino all’ultimo numero uscito nel dicembre del 1916. Durante la direzione di De Robertis fu detta “La Voce bianca”, dalla sua nuova copertina. In quest’ultima fase vi collaborarono Ungaretti, Cardarelli, Campana, Onofri, Baldini, Bacchelli, Cecchi e molti autori abbastanza noti.
“Lacerba”, quindicinale fiorentino, edito da Vallecchi, iniziò le pubblicazioni il 1° gennaio 1913 e stampò 69 numeri. Nacque in conseguenza della secessione di Papini e Soffici da “La Voce”. Fu diretta da Papini, che intanto era entrato in contatto col gruppo futurista.
Con l’avvento della Prima guerra mondiale tutto fu riassorbito dall’impegno politico: “l’ansia della libertà artistica di ‘Lacerba’ finì per risolversi nella elaborazione dei temi della propaganda interventista”.
Ma chi furono i protagonisti di questo dibattito? Voglio soltanto citarne alcuni, oltre al già menzionato D’Annunzio e Marinetti, che espressero le loro opinioni oltre le riviste citate. Mi riferisco, in modo particolare, a Papini, Prezzolini, Piero Jahier.
Giovanni Papini, nato a Firenze nel 1881 e morto sempre a Firenze nel 1956, segnò un percorso preciso nella storia della letteratura. Un percorso in cui la testimonianza diventa un rapporto costante tra la vita e la letteratura e la stessa letteratura diventa il più delle volte una dichiarazione esistenziale.
“La Tribuna” fu la sua prima palestra e il suo primo cenacolo. Fu un laboratorio di idee e di incontri. Significativo fu certamente il suo incontro con Giuseppe Prezzolini. E significative restano indubbiamente le esperienze e i contributi alle riviste come “Leonardo”, “La Voce”, “Lacerba”, “Il Frontespizio”. Nella Prima guerra mondiale occupò una posizione interventista. Al 1906 risale “Tragico quotidiano” e al 1907 “Il pilota cieco”. Sono due volumi in cui vi campeggia una letteratura (ma soprattutto una poetica) metafisica. Infatti sono veri e propri “racconti metafisici”.
Al 1911 appartengono i racconti racchiusi in “L’altra metà” e all’anno successivo i racconti “Pagine e sangue”. Tra gli altri scritti non si può non ricordare “I testimoni della passione” del 1937, “Concerto fantastico” del 1954 e alcuni scritti pubblicati postumi come “La seconda nascita” del 1958 e i “Diari”. Pubblicò testi di poesia e numerosi testi di saggistica come “Il crepuscolo dei filosofi” del 1906, “Il mio futurismo” del 1914, “Stroncature” del 1916, “Italia mia” del 1939, “Santi e poeti” del 1948, “Il diavolo” del 1953 e altri scritti usciti postumi.
Uno dei testi che segna inevitabilmente la vita di Papini è certamente “Storia di Cristo”, che porta la data del 1921. Un testo vissuto completamente nella sua diretta esperienza umana e religiosa. È uno scritto che pubblicizza sostanzialmente la sua conversione al cattolicesimo. Papini era un ateo intransigente. Con “Storia di Cristo” si racconta appunto il suo accostamento alla religione cattolica.
L’opera più conosciuta resta indubbiamente “Un uomo finito”, che risale al 1912. Si tratta di un’autobiografia in cui il narratore fa una resa dei conti della propria vita.
In Papini, d’altronde, la consapevolezza della crisi è la ritrovata memoria. In “Vita di Cristo” c’è questa ritrovata memoria che non è più attesa, ma coinvolgimento di una sperata e definita consapevolezza.
Giuseppe Prezzolini (Perugia 1882 - Lugano 1982) ha scritto una “Storia tascabile della letteratura italiana” in 70 cartelle. Identità nazionale e letteratura: un intreccio che non smette di affascinare e suscitare discussioni e che ha trovato in Prezzolini il custode di queste istanze.
Un altro autore che si inserisce nel quadro dello studio dei classici resta certamente il suo lavoro su Machiavelli e il suo saggio scritto nel 1926: “Vita di Niccolò Machiavelli Fiorentino”.
Piero Jahier nacque a Genova nel 1884 e morì a Firenze nel 1966. Fu uno dei maggiori esponenti della storica rivista “La Voce”. Le sue prime esperienze poetiche appartengono agli anni Dieci del Novecento.
Uno scrittore e la tragedia della guerra: questo è stato sempre il punto che vide protagonisti i letterati che parteciparono alla Grande Guerra. Una delle osservazioni più forti resta quella di Renato Serra, nato a Cesena il 5 dicembre 1884 e morto in pieno conflitto sul Monte Podgora il 20 luglio 1915.
Così affermò in “Esame di coscienza di un letterato”: “Credo che abbia ragione De Robertis quando reclama per sé e per tutti noi il diritto di fare della letteratura, malgrado la guerra...”.
La letteratura, dunque, è sempre oltre. Le riviste ebbero un ruolo predominante nel dibattito che precedette l’entrata dell’Italia in guerra. Per la prima volta, i poeti e gli scrittori ebbero una funzione predominante anche all’interno di una dialettica politica.
Il tutto cominciò, comunque, con Pascoli nel 1911 a Barga, con il suo discorso “La Grande Proletaria si è mossa”. Un poeta che preannuncia non soltanto l’interventismo, ma anche alcuni sviluppi successivi della storia italiana.


