Nella società moderna così frammentata e polarizzata il ceto medio, da tempo frammentato, sembra essere in crisi, anche se i numeri lo smentiscono se allarghiamo lo sguardo comparativo al mondo.
Nel Sud-Europa, come
in Italia, la crisi economica e le successive crisi politiche, quasi sempre
consequenziali della prima, negli ultimi quindici anni hanno moltiplicato il
rischio di povertà nelle forme che conosciamo.
Disoccupazione,
sottoccupazione e deprivazione hanno interessato un’ampia fascia di ceti
medio-bassi, anche perché nei Paesi del Sud-Europa, compreso il nostro, al
basso valore aggiunto di settori tradizionali si è unito l’effetto del labour saving, del risparmio di
manodopera, dovuto alle nuove tecnologie.
Nell’Europa del Nord,
al contrario di quanto detto, c’è stata una crescita dei ceti medi
contraddistinti da competenza e competitività individuali, con un andamento
costante di rendimento che non ha mancato di incidere positivamente sul reddito
nazionale.
Lo Stato sociale, in
questi Paesi, ha continuato a proteggere redditi ed occupazione, così da
permettere ai ceti medi di resistere all’erosione del loro scudo protettivo -
molti erano i pensionati tra di loro - e, nel contempo, sostenere “gente nuova“
con nuove professionalità.
Gli Stati Uniti,
invece, hanno fatto registrare una crisi dei ceti medi molto prima che nel
Sud-Europa, dovuta allo straordinario impatto del digitale, che nasce e si
sviluppa esprimendo nuovi poteri planetari con l’industrializzazione della
comunicazione, che ha visto la rapida ascesa dei ceti medi “tech“, innovatori più che
inventori, e il pericolo di sostituzione automatica e d’impoverimento per i
ceti medi tradizionali.
Se in Europa e anche
in Canada i ceti medi resistono, negli Stati Uniti dimagriscono e si
trasformano, nell’America Latina ristagnano, mentre in Cina e in India vivono
una stagione sfolgorante di espansione, di pari passo con crescita economica e
benessere.
Certo si tratta di
stime, ma sono molti gli osservatori internazionali, come molte agenzie di
rating, che ritengono la classe media cinese superiore in numero a quella
americana perché ha lavoro e retribuzione stabile, anche se a forte
competizione interna per far carriera e guadagnare posti nelle gerarchie del
Partito Comunista.
In Cina, viceversa di
quanto accade in Occidente, la carriera è un valore, spinge a migliorare, a
progredire, come dimostrano il terziario e i servizi che rafforzano il mercato
interno e i ceti medi, leader del consumo.
Anche in India a
guidare i consumi sono i ceti medi, ma le differenze tra grandi città e
periferie, in termini di salari e costi, sono enormi e la povertà si fa
sentire. Nelle megalopoli è però cresciuta, si potrebbe dire a dismisura, la
classe media, che è quella che fa turismo di lusso sulle spiagge più eleganti
dell’Asia e anche da noi in Italia.
La classe media
rappresenta un modello di ascesa sociale, dopo l’industrializzazione, per
centinaia di milioni di asiatici che aspirano ad appartenervi.
In fin dei conti, la middle class nel mondo non gode di
cattiva salute, anzi appare in brillante ascesa in Cina e India; in Occidente,
fa ben sperare il rinnovamento dei ceti medi con le nuove professioni, dopo la
lenta erosione del prestigio dei “colletti
bianchi“ e la forte contrazione della piccola borghesia del lavoro
autonomo.
Viviamo un tempo in
cui è molto più facile immaginare scenari distopici che futuri desiderabili, ma
la speranza, come dicevano gli
antichi, è l’ultima a morire.
Angela Casilli


