A partire dal 19 aprile 2026, due nuovi progetti inaugureranno a Gibellina nell'ambito del programma Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026.
Gli spazi sotterranei di Belìce/EpiCentro della Memoria Viva ospitano Luce Residua, installazione luminosa site specific di Rossana Taormina. Curato da Giuseppe Maiorana e Vito Chiaramonte, il progetto trasforma uno spazio essenziale in un luogo sospeso tra camera oscura e rovina, in cui tre neon a luce rossa definiscono un ambiente immersivo. Qui la luce si configura come traccia simbolica della memoria, intesa come presenza capace di resistere al tempo, all’oblio e ai processi di cancellazione.
La scelta di collocare l’installazione nel seminterrato accentua la dimensione di discesa e immersione, conducendo il visitatore in uno spazio intimo, sottratto alla narrazione ufficiale. In questo contesto, i neon assumono una funzione plastica e concettuale, tracciando lo spazio come presenze che incidono nella materia del tempo e attivano una relazione diretta con chi osserva.
Il titolo Luce Residua richiama l’idea di un bagliore che persiste oltre la visione immediata, una traccia che permane anche quando la fonte luminosa si è dissolta. La luce residua diventa così metafora della memoria: intermittente ma durevole, fragile ma ostinata. L’installazione si configura come una riflessione sul rapporto tra memoria, storia e archivio, trasformando lo spazio espositivo in una soglia in cui le tracce del passato emergono attraverso sottrazioni, immagini e silenzi, mettendo in discussione narrazioni consolidate e aprendo nuove possibilità interpretative.
Attraverso un linguaggio vicino alla visual poetry, Rossana Taormina costruisce un dispositivo artistico che mette in relazione memoria individuale e collettiva, introducendo una dimensione poetica che contribuisce a ridefinire i modi di leggere la storia.
Sempre il 19 aprile inaugura MUMMIE, mostra di Philippe Berson a cura di Gaetano Costa. Il progetto, anch'esso presentato negli spazi del Belìce/EpiCentro della Memoria Viva, si concentra su una delle stagioni più intense e personali della produzione di Berson, segnata dal legame con Palermo, città in cui ha vissuto gli ultimi venticinque anni.
Caratterizzata dalla combinazione di materiali eterogenei – terra, bitume, carta e soprattutto metallo – e da minute e complesse saldature simili a ricami, la scultura di Berson si distingue per una tensione costante tra fragilità e resistenza.
Nel corso degli anni, questa ricerca ha incluso anche l’utilizzo di ossa animali, raccolte durante lunghe escursioni nella Sicilia rurale, poi trasformate in strutture organiche e simboliche, sospese tra anatomia e immaginazione.
La mostra si sviluppa intorno alla celebre installazione Cappuccini mon amour, ispirata alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo, luogo emblematico della cultura visiva e spirituale della città. L’opera si compone di una corte di figure contorte, disposte in pose di intensa forza espressiva, in bilico tra teatralità e ritualità.
Un lavoro sospeso tra rituale e rappresentazione, in cui l’elemento macabro si trasforma in una dimensione seduttiva e quasi ludica del sacro.
Attraverso una lenta e paziente lavorazione del ferro, l’artista sviluppa un approccio quasi sciamanico alla scultura, capace di restituire, in chiave contemporanea, la natura profondamente barocca dell’immaginario palermitano.
Questa tensione attraversa anche la produzione pittorica e performativa di Berson, in cui il corpo dell’artista – spesso ornato o rivestito delle sue stesse creazioni – diventa parte integrante dell’opera.
Nella sua pratica riaffiorano esperienze maturate negli anni Ottanta in Francia come gioielliere per Christian Lacroix, riconoscibili nella precisione artigianale e nella dimensione ornamentale delle sue sculture. Manipolando resti organici e materiali di recupero, Berson trasforma residui del tempo in forme cariche di memoria, veri e propri simulacri contemporanei.


