“Despero”, il romanzo rock senza retorica: intervista a Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi - Foto di Alberto Petrelli

Rileggere oggi “Despero” significa confrontarsi con un esordio che conserva una sorprendente capacità di parlare al presente. Il romanzo di Gianluca Morozzi colpisce per la sua immediatezza: una scrittura che non cerca mediazioni, ma punta tutto sulla sincerità e sull’urgenza narrativa. La storia della band diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia su aspettative, talento e disillusione.

Non c’è costruzione eroica del musicista, ma una rappresentazione concreta e quotidiana, fatta di piccoli fallimenti, tensioni interne e momenti di stallo.

La nuova edizione proposta da Fernandel Editore arricchisce il testo con materiali che ne raccontano la genesi, offrendo una chiave di lettura più consapevole.  Un debutto che resta efficace proprio per la sua imperfezione.

 

Despero è spesso definito un “romanzo rock”: cosa significa davvero per lei questa definizione?

Despero è un romanzo rock in senso molto springsteeniano, e le canzoni e i concerti di Springsteen sono un mix di epico romanticismo, rabbia, allegria, narrazioni ampie in poche strofe, osservazione della realtà, dolcezza. Che è quello che ho cercato di infondere in Despero, per come mi veniva venticinque anni e quarantaquattro romanzi fa.

Il ritmo del libro sembra seguire una struttura musicale: è stata una scelta consapevole?

Di consapevole, in quel che facevo in quell’estate del 2000 in cui scrivevo questo romanzo, c’era molto poco. Aveva la struttura di una di quelle canzoni dei Pixies che stavano in Doolittle o Surfer Rosa, ma piuttosto inconsciamente, temo.

Kabra vive il palco come liberazione e condanna: quanto è centrale questa ambivalenza?

Kabra è un accanito tifoso del Bologna, proprio come me, e sa che lo stadio vissuto dal vivo ti consente cose molto liberatorie, gesti, urla e parole che non faresti al di fuori di una curva, e ti condanna a vivere vicende anche frustranti sulle quali hai pochissima influenza. Ma neppure nei momenti peggiori ha pensato di abbandonare la sua passione.

Allo stesso modo vive il palco: ama e odia quelle quattro assi, quella scaletta che ti fa entrare in scena e il rituale del soundcheck. A volte è felice, si sente capito, a volte esce da un concerto disastroso con la voglia di scomparire nel nulla. Ma è quello che è, e sarà sempre.   

I concerti raccontati, tra fallimenti e piccoli successi, restituiscono una dimensione molto reale della scena musicale: quanto c’è di esperienza diretta?

Nel mio piccolissimo ho suonato (molto male) in alcuni gruppi, e mi sono fatto tutta la trafila delle spie che non funzionano, del pubblico più dedito alla birra che alle tue composizioni, del fonico più dedito alle ragazze che a far suonare in modo decoroso la tua chitarra. Ma se stai là sopra, anche se il palco è fatto da delle cassette della frutta montate in un’aia, qualcosa di interessante e curioso lo noti sempre. E poi lo metti in un libro.  

La musica nel romanzo è più fuga o identità?

Kabra sa per certo una cosa: lui sa fare solo quello. Sa solo scrivere canzoni, belle o brutte che siano non lo deve dire lui. E sa suonare la chitarra, non benissimo, forse, ma è come un terzino dai piedi ruvidi abbastanza bravo per giocare comunque tutta la vita in serie A, magari lottando sempre per la salvezza. E quindi: è fuga da un mondo di lavori veri, di professioni più regolari, dal mondo di suo padre, ed è identità, ciò che è che vuole essere e che sempre sarà, anche se avrà davanti due spettatori. O, come capita, nel libro, zero.

Che rapporto c’è tra le canzoni dei Despero e la narrazione delle lettere a Sarah?

Si alimentano a vicenda. Le lettere non spedite spesso diventano frasi di canzoni, e le canzoni sono un modo per conquistare Sarah, e l’amore frustrato per Sarah alimenta la creatività e fa nascere canzoni. In pratica, vivono le une dell’altra.

Se Despero fosse un disco, che tipo di album sarebbe?

Mi verrebbe da dire: Born to Run, e poi mi verrebbe da aggiungere: Magari!

Quali artisti o sonorità hanno influenzato maggiormente la scrittura del libro?

Il libro è stato scritto ascoltando a ripetizione tre dischi: Boxe dei Diaframma, Daisies of the galaxy degli Eels, If you’re feeling sinister dei Belle and Sebastian. Mi sono fatto contaminare dai differenti ritmi, dalle diverse atmosfere di quei tre album, e ho scritto tutto il romanzo passando da una Get me away from me, i’m dying a una Blu petrolio fino a Wooden nickels. Si vede? Non lo so. Io, se rileggo qualche pagina di Despero, quelle canzoni le risento in testa.

 


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